Epopea di Gilgameš (02) – Creazione e seduzione di Enkidu

Gilgamesh-Enkidu

I giovani di Uruk erano angustiati e si affliggevano:
«Gilgameš non permette che il figlio stia col padre», dicevano.
«Giorno e notte ci opprime», si lamentavano.
«Egli è il pastore di Uruk, il potente, il superbo,
che ogni cosa conosce per averne fatto esperienza,
e tuttavia non permette alla fanciulla di giacere col suo sposo».

Gli dèi udirono quei lamenti e dissero: «Il signore di Uruk,
non sei stata tu, o Aruru, che l’hai creato come toro selvaggio?
Non vi è rivale per lui. La sua arma è sempre in erezione
e al suono del pukku chiama a raccolta i compagni.
Gilgameš non permette che il figlio stia col padre.
Giorno e notte opprime i suoi sudditi. È il pastore di Uruk,
il potente, il superbo, che conosce per esperienza diretta,
ma non permette alla fanciulla di giacere col suo sposo».

Invocarono Aruru, la grande: «Proprio tu l’hai creato;
ora dunque crea il suo zikru, crea la sua controparte!
Per contrastare l’ardore delle sue energie
fa’ che essi combattano tra loro e a Uruk torni la pace».

Quando Aruru udì queste parole, nel cuore concepì
l’immagine di Anu, poi si lavò le mani,
raccolse un grumo di argilla e lo piantò nella steppa.
Così creò l’uomo primordiale, Enkidu, il guerriero,
seme del silenzio, potenza di Ninurta.
Tutto il suo corpo era coperto di peli,
la chioma fluiva come quella di una donna,
i ciuffi dei capelli erano lussureggianti come spighe di grano.

Enkidu-peloso

Egli non conosceva né la gente né il paese,
e indossava solo una pelle di animale.
Con le gazzelle bruca l’erba, coi buoi sazia la sete
nelle pozze d’acqua, con le bestie selvatiche se la fa.
Un cacciatore, un giorno, l’incontrò vicino alle pozze d’acqua.
Una volta, due volte, tre volte l’incontrò:
lo vide e il suo viso sbiancò. Tremante tornò a casa […]

A suo padre così parlò: «C’era un giovane sceso dalla montagna,
era il più forte che sia mai venuto di lassù, senza limiti
era la sua forza, incontrastata come la potenza di Anu,
e con le bestie selvatiche brucava l’erba,
alle pozze d’acqua si dissetava.
Riempì le buche che io avevo scavato,
strappò le reti che io avevo tese.
Aiutò le bestie selvagge a fuggire dalle mie trappole,
m’impedì di catturarle come io volevo».

Il padre, udito il racconto, così parlò al cacciatore:
«Figlio mio, in Uruk vive Gilgameš.
Nessuno è potente come lui. Va’, rivolgiti a lui,
racconta a Gilgameš la forza di quest’uomo» […]

Il cacciatore si mise in cammino verso Uruk
e, quando fu al cospetto di Gilgameš, tutto gli raccontò
del giovane possente che viveva nella steppa
in compagnia delle bestie selvatiche.
E Gilgameš così rispose al cacciatore:
«Va’, cacciatore, porta con te la prostituta Shamkhat,
e quando quello condurrà le bestie alle pozze d’acqua,
essa dovrà spogliarsi e mostrare le sue grazie.
Egli la vedrà e, attratto, le si avvicinerà; allora il bestiame
cresciuto con lui nella steppa gli diverrà ostile».

Il cacciatore andò via e portò con sé la prostituta Shamkhat:
insieme si misero in cammino, intrapresero il viaggio.
Dopo tre giorni giunsero al luogo prescelto
e si appostarono in un nascondiglio.
Un giorno, due giorni stettero in attesa presso le pozze d’acqua,
finché dalla montagna non scesero le bestie per bere
e, con loro, Enkidu per brucare l’erba assieme alle gazzelle.

Enkidu-Shamkat

Shamkhat lo vide, l’uomo primordiale,
il giovane la cui virilità proviene dal fondo della steppa.
Il cacciatore le disse: «È lui, Shamkhat, denuda il tuo seno,
allarga le tue gambe perché egli possa penetrarti!
Non lo respingere, abbraccialo forte,
egli ti vedrà e, attratto, si avvicinerà.
Sciogli le tue vesti e lascialo giacere su di te;
dona a lui, l’uomo primordiale, l’arte della donna!
Allora il suo bestiame cresciuto con lui nella steppa
gli diverrà ostile e con te sazierà le sue brame amorose».

Shamkhat si denudò il seno, aprì le gambe ed egli la penetrò.
Essa non lo respinse, l’abbracciò appassionatamente,
aprì le sue vesti ed egli giacque su di lei.
Così la prostituta donò all’uomo primordiale l’arte della donna,
e lui saziò con lei le sue brame amorose.
Per sei giorni e sei notti Enkidu giacque con Shamkhat
e la possedette. Poi, quando fu sazio, volse lo sguardo
al suo bestiame. Le gazzelle guardano Enkidu e fuggono,
gli animali della steppa l’abbandonano […]

Enkidu non aveva più forze e non poteva più correre come prima;
egli aveva in compenso guadagnato la conoscenza,
il suo sapere era divenuto vasto. Desistette
e si accovacciò ai piedi della prostituta.
Lei lo guardò attentamente e disse:
«Tu sei divenuto buono, o Enkidu, sei diventato
simile a un dio. Perché vuoi correre ancora nella steppa
in compagnia delle bestie selvatiche? Vieni!
Lasciati condurre a Uruk, all’ovile,
alla Casa Pura, alla dimora di Anu e Ištar,
dove Gilgameš primeggia con la sua forza
e, simile a un toro selvaggio, è più potente di ogni uomo».

Così la donna gli parlò […] e a lei, la prostituta,
Enkidu disse: «Vieni Shamkhat, conducimi
alla Casa Pura, alla dimora di Anu e Ištar.
Fammi combattere con Gilgameš, lo voglio sfidare,
in Uruk voglio proclamare che sono io il più forte.
Andrò e cambierò l’ordine delle cose: vedrai,
colui che è nato nella steppa è di rango superiore al suo».

Allora la donna si tolse una veste e lo ricoprì,
con una seconda veste ricoprì se stessa.
Lo prese per mano e lo guidò alla capanna dei pastori.
Quelli gli si accalcarono attorno e discutevano:
«Il giovane ha fattezze simili a quelle di Gilgameš,
la sua forma è eccelsa, la sua corporatura è forte» […]

Poi gli posero davanti del pane, gli offrirono della birra,
ma Enkidu non assaggiò il pane né bevve la birra,
perché non sapeva di che si trattava.
La prostituta prese la parola e disse a Enkidu:
«Mangia il pane, Enkidu! Esso è adatto alla divinità.
Bevi la birra! Essa si addice alla regalità».

Enkidu allora mangiò il pane fino a sazietà,
e della birra bevve sette boccali finché il suo animo
si rallegrò, il cuore gioì e il volto gli si illuminò.
Cominciò a spargere d’acqua il corpo peloso,
l’unse con olio e divenne simile a un uomo.
Indossò un vestito e fu simile a uno sposo.