Saxo Grammaticus – Amleto tentato da una donna

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Escher – Divisione regolare del piano

Amleto vedeva tutte queste cose, ma temeva che un comportamento troppo scaltro potesse insospettire lo zio. Decise pertanto di fingersi ottuso e simulare una totale mancanza di senno. Questa astuta linea di condotta non solo nascose la sua intelligenza, ma garantì la sua sicurezza.
Tutti i giorni se ne stava, sudicio e neghittoso, nella casa di sua madre e, gettandosi a terra, cospargeva la propria persona di lordura schifosa. Il colore terreo del volto, il viso bruttato di melma, denotavano una demenza ridicola e grottesca. Tutte le sue parole si accordavano perfettamente con queste follie, tutte le sue azioni sapevano del torpore più assoluto […]

Talvolta usava sedersi presso il fuoco e, raccogliendo insieme le braci con le mani, foggiare dei legni adunchi, indurirli nel fuoco e formarvi alle due estremità certi uncini per farli aderire più saldamenti ai loro attacchi.
A chi gli chiedeva che cosa facesse, diceva di preparare giavellotti acuminati per vendicare il padre. La risposta veniva schernita non poco, deridendo tutti la sua occupazione futile e ridicola; ma la cosa in seguito servì i suoi propositi.
Ora, fu la sua abilità manuale in questa faccenda a destare negli osservatori più acuti i primi sospetti sulla sua astuzia, perché la destrezza in un’arte dappoco indicava il talento nascosto di un artefice […]

Infine sorvegliava sempre con cura meticolosissima il mucchio di pioli che aveva appuntito nel fuoco, e pertanto alcuni dichiararono che la sua mente non mancava affatto di prontezza, e immaginarono che egli solo per finta si comportasse da sempliciotto […]

Questo inganno (dicevano) poteva essere svelato con la massima facilità ponendogli di fronte, in un luogo appartato, una bella donna che provocasse la sua mente alle tentazioni d’amore […]
Se il suo torpore era simulato, egli avrebbe colto l’occasione e ceduto immediatamente a impetuosi godimenti.
Alcuni uomini vennero dunque incaricati di attirare il giovane durante una delle sue cavalcate, in una parte remota della foresta, e di assalirlo colà con una tentazione di tal sorta.

Carmelo-Bene-in-AmletoAvvenne che tra costoro vi fosse un fratello di latte di Amleto, cui non era venuto mai meno il caro ricordo dell’infanzia trascorsa assieme. Egli era al servizio di Amleto come membro della scorta assegnatagli […] e si convinse che egli sarebbe finito male se avesse mostrato anche solo un barlume di intelletto, e soprattutto se avesse compiuto l’atto d’amore apertamente.
Ciò era ben chiaro allo stesso Amleto: infatti, quando gli ingiunsero di montare a cavallo, vi si sedette a bella posta in modo tale da dare la schiena al collo della bestia e avere il viso rivolto dall’altra parte, verso la coda, intorno alla quale incominciò a passare le redini come se avesse l’intenzione di frenare da quel lato l’andatura tumultuosa del cavallo […]

Il destriero che galoppava senza redini col cavaliere che ne dirigeva la coda era ben ridicolo a vedersi. Amleto proseguì, e un lupo gli attraversò il cammino nel folto. Quando i suoi compagni gli dissero che gli era passato davanti un puledrino, ribatté che nel branco di Feng ce n’erano troppo pochi di quella razza a combattere.
Era un modo blando ma arguto di invocare una maledizione sulle ricchezze dello zio. Quando essi asserirono che aveva dato una risposta arguta, rispose d’aver parlato a bella posta: gli ripugnava infatti essere considerato incline a mentire su qualsiasi argomento, e desiderava essere ritenuto estraneo alla falsità.
Mescolava pertanto astuzia e franchezza in modo tale che, sebbene le sue parole non mancassero di verità, pure non v’era nulla che contrassegnasse la verità e tradisse la misura del suo acume.

Ancora, mentre passava lungo la spiaggia, i suoi compagni trovarono il remo-timone di una nave naufragata e dissero di aver scoperto un gigantesco coltello.
«Era proprio quello che ci voleva per affettare un così gigantesco prosciutto», disse lui; e con ciò in realtà intendeva il mare, alla cui infinitezza pensava fosse consono quel timone smisurato.

Così pure, quando superarono le dune e gli chiesero di guardare la farina, intendendo la sabbia, rispose che era stata macinata fine dalle tempeste canute dell’oceano.
Quando i suoi compagni lodarono la risposta, disse di aver parlato a ragion veduta; essi poi lo lasciarono di proposito, affinché meglio si facesse animo all’esercizio della licenziosità.

Toulouse-Lautrec-Studio-di-nudo
Toulouse Lautrec – Studio di nudo

La donna inviata da suo zio lo incontrò in un luogo buio, come se si fosse imbattuta in lui per caso; egli la prese, e le avrebbe usato violenza se il suo fratello di latte non gli avesse fatto sospettare il tranello con un espediente segreto […]

Spaventato, e ansioso di possedere l’oggetto dei suoi desideri in maggior sicurezza, prese la donna tra le braccia, e la trascinò fino a una palude lontana e impenetrabile. Inoltre, dopo che ebbero giaciuto insieme, la scongiurò ardentemente di non palesare la cosa a nessuno, e la promessa del silenzio venne accordata con lo stesso slancio con cui era stata richiesta. Infatti, avevano avuto la stessa balia da bambini, e l’essere stati in tal guisa allevati insieme aveva posto Amleto e la ragazza in grande confidenza.

Così, una volta tornato a casa, tutti gli chiesero beffardamente se avesse ceduto all’amore, ed egli dichiarò di aver abusato della fanciulla. Poi, quando gli chiesero dove l’avesse fatto e qual era stato il suo cuscino, disse di aver giaciuto sullo zoccolo di una bestia da soma, sulla cresta d’un gallo, e anche su un soffitto. Infatti, mentre si accingeva a cedere alla tentazione, aveva raccolto frammenti di tutte queste cose, al fine di evitare la menzogna […]

La ragazza a sua volta, interrogata della cosa, dichiarò che egli non aveva fatto nulla del genere; il suo diniego venne accolto ancor più facilmente quando si scoprì che la scorta non era stata testimone del fatto […]

(Saxo Grammaticus, Le gesta dei Danesi)