Dumézil – Segni sull’eroe

Un tratto del mito di Hrungnir conferma il valore di «iniziazione» o «promozione» di questo celebre duello: da quel momento, ci viene detto, Þórr porta nella testa, come fastidiosa testimonianza della sua vittoria, una scheggia della cote, arma del gigante, che vi si era conficcata.

Horagalles
Horagalles lappone

Si tratta di una rappresentazione autentica, popolare, che i Lapponi non hanno mancato di fare propria. Tre secoli fa, nella sua Laponia, Scheffer così descriveva l’idolo del loro dio Horagalles, «il bonario Þórr»: «in capite infingunt clavum ferreum, cum silicio particula, ut si videatur ignem Thor excutiat». La spiegazione vale quel che vale, ma rimane il fatto che l’idolo del Þórr lappone ha un pezzo di selce fissato in testa con un chiodo.

Questo «segno» conseguente alla vittoria del dio nel suo primo einvígr si ricollega a uno di quei segni – numerosi, eccessivi, spesso mostruosi – che apparvero sul giovane Cúchulainn dopo la sua prima lotta e di cui alcuni sembrano essersi subito fissati, stabilizzati, mentre altri non dovevano poi ricomparire che nelle crisi di furore guerriero.
Ricordato nell’episodio delle Macgnímrada della Tain Bó Cuailnge come qualcosa che «si erge sulla cima del cranio», il segno è descritto con maggiore precisione nell’episodio In carpat serda: «La luna dell’eroe usciva dalla sua fronte, lunga, spessa come la cote di un guerriero, lunga come il naso».

Cuchulainn-luna
Cúchulainn

Anche certe figure rappresentate su monete galliche hanno una protuberanza che esce loro dalla fronte, a volta in forma di chiodo con la capocchia tonda; esse attestano senza dubbio che lo stesso stigma di coraggio era conosciuto dai Celti del continente.
Tra le «forme» apparse su Cúchulainn vincitore, in gran parte, ripeto, fantastiche, alcune sono forse solo l’esagerazione di una mimica eroica. Questa in particolare: «Chiuse un occhio facendolo diventare non più largo della cruna di un ago e spalancò l’altro facendolo diventare grande come una coppa d’idromele» si legge nell’episodio della Macgnímrada; e in In carpat serda: «Risucchiò un occhio nella testa, al punto che a stento un airone selvatico sarebbe riuscito a riportarlo, dal fondo del cranio, alla superficie della guancia, l’altro sporse fuori e andò a posarsi all’esterno, sulla sua guancia».

Senza concedersi contorcimenti simili, gli avventurieri vichinghi, in circostanze gravi, assumevano atteggiamenti e facevano smorfie alquanto singolari, che dichiaravano il loro rango, la loro dignità e assecondavano, se così si può dire, le loro esigenze – in tal modo conservando, non vi è dubbio, una tradizione più antica.

Ricevuto in pieno banchetto dal re Aðalsteinn da cui può aspettarsi una retribuzione cospicua, Egill, lo scaldo guerriero, siede dall’altra parte della sala, sul seggio d’onore, di fronte al re. Tiene l’elmo in testa, depone lo scudo ai suoi piedi, e la spada sulle ginocchia, estraendola per metà e rinfoderandola alternativamente. Si tiene rigido ed eretto, e rifiuta ogni bevanda. Abbassa inoltre un sopracciglio fino al mento, mentre l’altro si solleva fino alla radice dei capelli, e anche questo con movimento alterno.
L’effetto deve essere impressionante, perché le sopracciglia formano un’unica barriera sopra gli occhi neri …

Allora il re si alza, infila un anello preziosissimo sulla punta della propria spada sguainata, avanza verso il vichingo porgendogli il dono al di sopra del focolare.
Il vichingo si alza a sua volta, la spada sguainata, si fa avanti dall’altro lato del focolare e riceve l’anello sulla punta della propria spada. Quindi entrambi tornano a sedere.
Soltanto allora le sopracciglia ritornano al loro posto. Egli depone elmo e spada e accetta la coppa che fino a quel momento gli avevano offerto invano.

L’India non ignora i segni sul corpo, spesso mostruosi. Ne ha anche elaborato la teoria, anzi parecchie teorie, ma in un’altra direzione: i suoi laksana sono segni congeniti e permanenti che designano un giovano a un fausto avvenire […]

Arjuna
Arjuna

È noto che Arjuna rappresenta l’ideale dei guerrieri. Figlio o incarnazione parziale di Indra, egli ha tutte le qualità di questo dio, a cui aggiunge una distinzione e un controllo di sé che ci si rammarica di non trovare nel suo modello. Non soltanto i maestri d’arme umani lo hanno preparato alla sua ineguagliabile carriera, ma gli stessi dèi, nel corso delle visite che egli faceva nell’altro mondo, hanno avuto cura di procurargli armi meravigliose.
Il prezzo che egli paga per questo privilegio è di vivere indefessamente nelle fatiche e nei pericoli. Anche dopo l’ardua battaglia di Kuruksetra, egli non conosce riposo: quando il fratello maggiore, il re Yudhisthira, decide di celebrare la cerimonia imperiale per eccellenza, il sacrificio del cavallo (asvamedha), toccherà a lui, secondo la regola tramandata dai libri liturgici, scortare per un intero anno la futura vittima nella sua libera corsa attraverso i regni dell’India, ingaggiando in sua difesa battaglia su battaglia.

Alla fine di questa dura missione ha luogo un curioso dialogo tra Yudhisthira e l’onnisciente Krsna.
Krsna avverte il re che i suoi informatori gli hanno riferito che il cavallo e la sua scorta si stanno avvicinando, e che quindi è ora di preparare il sacrificio. Poi dice ancora che Arjuna ritorna molto dimagrito per la fatica di tante battaglie. Queste parole riaccendono nel cuore del capo dei Pândava un pensiero che da molto tempo lo tormenta: perché, domanda, questo giovane non ha mai avuto tranquillità e agi? Il suo destino non è forse degno di commiserazione? Il suo corpo non reca forse tutti i segni favorevoli? Quale altro segno può egli avere su di sé perché sia votato a queste pene e fatiche, a questo «fardello eccessivo di sventura»?

Krsna risponde: «Non vedo in lui alcun tratto fisico indesiderabile, o re, se non gli zigomi, che in questo leone degli uomini sono troppo alti: a causa loro questa tigre degli uomini è sempre in movimento sulle strade, e io non vedo altro in lui che lo destini a una vita di sventura».
Questa disgrazia fisica, questi zigomi un po’ troppo alti o pronunciati condannano dunque Arjuna all’agitazione, alle spedizioni, alle fatiche […], in breve alla carriera del guerriero. Sul viso di Arjuna, essi sono il segno della sua vocazione.

Mi domando se non sia semplicemente la stilizzazione in laksana, in segno congenito, di un delb alla maniera irlandese, di una «forma» che compare sul guerriero che ha passato le sue prove e che lo allontana dall’aspetto umano ordinario, vale a dire, all’origine, non v’è dubbio, la stilizzazione di un contorcimento eroico tradizionale.

(Dumézil, Le sorti del guerriero)