Dormire per guarire

Þórr ha l’emicrania. Un chiodo fisso l’assilla. A quanto pare, solo una strega può togliergli la fattura. Solo una stregoneria può strapparlo al suo incubo.
Ci vuole un «esorcismo». Sì, per guarire Þórr, ci vuole una formula «magica». Un incantesimo ci vuole per trarlo fuori, letteralmente, da un vecchio giuramento (εξ όρκου) – per scongiurare ciò che la sua parola ha giurato male [quando ha congiurato, assieme agli altri Asi, contro il Lupo: quando, per incatenare il Lupo Fenrir, ha detto pure lui: suvvia, fatti legare, è solo un gioco!].

Gli ci vuole insomma un «dire» che «disdica» il «maledetto». Un dire che si disgiunga, che prenda le distanze dal Racconto che pure riferisce.
Cosa racconta Þórr?

Dormienti-Efeso
I sette Dormienti di Efeso

Racconta d’aver salvato il mondo dall’invasione dei Giganti. D’averlo salvato tutto, tranne quel solo pezzo là. Solo l’alluce è rimasto fuori dalla sua cesta, e dunque – come tutte le stelle del nostro cielo – è caduto nel visibile.
Sicché, a furia di vederlo, Þórr s’è fissato.

S’è fissato sul segno di un suo «fallimento».
Da allora, da quella «incompiuta», lo sguardo di Þórr non riesce a distrarsi, e la sua lingua batte dove il dente del proverbio gli duole. Sempre «là». Sempre in quel «posto», il solo posto al mondo in cui, nel pre-verbio di Þórr, tutto il Racconto si sentirebbe di nuovo a casa sua – se solo non fosse stato un dì già male detto.

A Þórr, per conto di tutto il Racconto, ci vorrebbe un «dire» speciale, uno di quelli che si ricordano la via di casa. Un dire che non miri a confermare la soggettività del «soggetto che lo dice» (sapessi quant’è bravo a dire fesserie!), e che nemmeno si proponga di ricomporre i pezzi sparsi della sua presunta «originaria unità perduta», ma che piuttosto «torni» alla sua inespressività infantile, che torni cioè a balbettare e, balbettando, a ritmare una sua propria ninnananna.

Un canto, una formula magica, un incantesimo in cui disperdere il «male» che è nella Parola, e disseminare il Soggetto che la «parla».
Un canto a perdere l’emicrania, ad annientare chi la sopporta ogni volta che parla «in prosa». Ogni volta che la Parola non parla per cantare, ma per darsi a un prosaico «spero prometto e giuro». Ogni volta cioè che Essa nel «dire» non cerca chi la vanifichi. Ma piuttosto chi la vendichi.

Þórr ha un terribile mal di testa! ha un male che non gli passa, se non giunge a dirlo fuori dalla «catena delle vendette», fuori dal samsâra delle maledizioni.
Il suo «male», Þórr deve gettarlo nella Parola. Perciò va dalla Strega e le dice: «Toglimi questa fissazione dalla testa!».
Ma la Strega non può aiutarlo. La Strega può guarirlo da tutte le malattie, tranne «quelle di testa». La Strega può sanare le sue ferite sessuali e/o viscerali, la Strega può curare le sue aritmie cardiache. Ma non può – la Strega non può porre rimedio alla sua emicrania.

Un chiodo s’è piantato nel cranio / sul Golgota = nel cervello che è il paradiso nel capo! Una spada è nella Roccia. Non sarà certo una strega qualunque a estrarla! Ci vuole ben altro.
Lo sa bene il cabalista là dove espressamente dice: «le tue malattie ti tornano in testa, se non le sogni».

Gli studenti gli domandarono: «Che cosa significa holem?».
Rispose loro: «È l’anima superiore, il cui nome è holem, che ha vigore: quando infatti le dai ascolto, rafforzi il tuo corpo per il tempo a venire, ma se ti ribelli a essa le tue malattie ti tornano in testa e a lei tornano le sue».
Hanno inoltre affermato che ogni sogno appartiene alla vocale holem, e che l’essere resistente (hlm) si addice a ogni gemma bianca, com’è indicato dal nome di una di esse: ahlamah» (Sefer Bahir, 40-41).

La radice semitica hlm vale «sognare», «essere forte», nonché «guarire». Un tale strabismo semantico non potrebbe essere all’opera che là dove il sogno è supposto essere la terapia dei suoi stessi incubi.
Si dice «incubare», letteralmente, di ciò che «giace dentro». Nel nostro caso: «dentro la cesta di Þórr», ossia nel Cielo degli Dèi che è sopra i nostri cieli. L’incubo è invisibile, tranne che per quell’alluce di un piede che rimane, dispari, a «congelarsi» fuori dal sogno che l’ha sognato. La parte per il tutto, quella che ci «fissa», è la sola che sfugge all’Incubatrice – alla cesta di Þórr.

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Santuario di Asclepio a Epidauro

Il paradosso linguistico è che propria essa, la sola non «incubata», si dà a noi come [sintomo di un] incubo. La sola, la dispari, che a nessuna si è congiunta, quella che nel sogno non si è sposata, e perciò non si è «estinta», quell’unghia di sogno, è tutto ciò che sappiamo dire dell’Incubatrice.

In latino, dicesi incubare «giacere davanti al tempio e dormire».
Dormire per guarire.
Dormire per darsi all’Incubatrice e attendere che Essa si riprenda in un altro sogno ciò che le è «uscito» alla luce e alla parola.
Beati dunque i dormienti di Efeso, di Epidauro o di chissà dove: perché a loro è riservata la «mezza immortalità» che, a sua insaputa, Gilgameš ricevette dal vecchio Utnapištim.
Ebbe sì l’«immortalità», ma solo in sogno.