Snorri Sturluson – La fine del gigante Hrungnir

Thorr-HrungnirÞórr si trovava a viaggiare in oriente per combattere i troll, quando Óðinn andò, a cavallo di Sleipnir, a Jötunheimr e giunse da quel gigante che si chiamava Hrungnir.
Allora Hrungnir chiede chi sia quell’uomo con l’elmo d’oro che cavalca per aria e per acqua, e conviene che egli possiede un destriero veramente eccellente.
Óðinn rispose che voleva scommetterci la testa che a Jötunheimr non c’era alcuna cavalcatura che fosse altrettanto buona.
Hrungnir replica che è certo un buon cavallo, ma che lui ne possiede uno dal passo ben più lungo, «si chiama Gullfaxi» e Hrungnir s’infuriò: balza sul suo cavallo e insegue Óðinn al galoppo pensando di ripagarlo della sua vanteria.

Óðinn galoppava così veloce da trovarsi ormai oltre la collina successiva, ma Hrungnir era preda di tale furore che non si riprese se non quando si ritrovò al di là dei cancelli di Ásgarðr. E quando giunse alle porte della sala, gli Asi lo invitarono a bere con loro. Egli entrò nella sala e si fece portare da bere.
Gli recarono allora le coppe dalle quali era solito bere Þórr, e Hrungnir le vuotò. E quando fu ubriaco non risparmiò parole grosse, dichiarò che avrebbe sollevato la Valhöll e l’avrebbe portata a Jötunheimr, che avrebbe sprofondato Ásgarðr sotto terra e accoppato tutti gli dèi, fuorché Freyja e Sif che voleva portare con sé a casa sua.
E Freyja si apprestava a mescergli da bere ed egli proclamò che avrebbe bevuto tutta la birra degli Asi. Ma gli Asi non sopportarono oltre i suoi discorsi provocatori e invocarono Þórr.

Immediatamente Þórr comparve nella sala e teneva levato in aria il martello ed era oltremodo irato, e chiede chi mai ha deciso che dei cani di giganti dovessero colà bere e chi ha permesso che Hrungnir sostasse nella Valhöll e perché mai Freyja gli servisse da bere come a un banchetto degli Asi.
Allora Hrungnir risponde e non guarda a Þórr con occhio amichevole: disse che Óðinn l’aveva invitato a bere ed egli si trovava lì con la sua garanzia.
Disse allora Þórr che Hrungnir avrebbe avuto di che pentirsi per quell’invito prima di uscire di lì.
Hrungnir-ThorrMa Hrungnir ribatte che Þórr avrebbe avuto ben poco onore ad abbatterlo così inerme; ben più coraggio è necessario se egli oserà battersi con lui presso il confine a Grjótúnagarðr.
«È stato proprio sciocco da parte mia – disse – lasciare a casa lo scudo e la cote. Se avessi qui le mie armi, ora potremmo batterci in duello, ma in questa situazione io ti dichiaro un vigliacco se mi vuoi uccidere quando sono senza armi».

Þórr non aveva nessuna intenzione di evitare di battersi in singolar tenzone, una volta che era stato sfidato, anche perché fino ad allora nessuno l’aveva mai sfidato.
Poi Hrungnir se ne partì subito e corse veloce finché giunse a Jötunheimr.
E tosto i giganti seppero del viaggio di Hrungnir e anche della sfida a Þórr; ben sapevano i giganti quanto grande fosse la posta in gioco in questo combattimento. Avevano da aspettarsi il peggio da Þórr, qualora Hrungnir fosse caduto, poiché fra loro egli era il più forte.

Così i giganti fecero un uomo di fango a Grjótúnagarðr, alto nove miglia e largo tre al torace; ma non trovarono un cuore abbastanza grande da essergli adatto, finché non lo presero a una cavalla, ed esso non gli rimase granché saldo quando giunse Þórr.
Anche Hrungnir aveva un cuore che è famoso: di pietra dura e munito di tre punte a corno – così come quel segno che da allora viene inciso e che si chiama «cuore di Hrungnir».
Di pietra era anche la sua testa. E il suo scudo era di pietra, largo e spesso, e aveva lo scudo innanzi a sé quando stava ritto a Grjótúnagarðr e attendeva Þórr, e come arma aveva una cote e la teneva levata sopra la spalla e non aveva certo un aspetto rassicurante.
Al suo fianco stava il gigante di terra, chiamato Mökkurkálfi, e aveva una gran paura. E si racconta infatti che quando vide Þórr se la fece addosso.

Þórr andò nel luogo del combattimento e con lui Þjálfi. Poi Þjálfi corse innanzi là dov’era Hrungnir e gli disse: «Tu sei imprudente, gigante, a startene qui con lo scudo davanti a te, Þórr ti ha visto e ti attaccherà dal basso, provenendo dalla terra».
Allora Hrungnir si mise lo scudo sotto i piedi e ci rimase ritto sopra reggendo la cote con ambedue le mani. Tosto vide dei fulmini e udì dei tuoni possenti. E vide Þórr nella sua furia divina che giungeva potente e brandiva il martello e lo scagliò di lontano contro Hrungnir.
Thorr-cote-testaHrungnir leva la cote con tutt’e due le braccia e la scaraventa contro di lui. Ma la cote si scontra in aria col martello e va in frantumi, un pezzo cade a terra (ed è di lì che provengono tutte le pietre per affilare); un altro pezzo si conficcò nella testa a Þórr tanto che egli cadde a terra.
Ma il martello Miöllnir colpì Hrungnir in mezzo alla fronte e gli maciullò completamente il cranio, ed egli cadde in avanti al di sopra di Þórr, così che un suo piede si trovò sul collo del dio.

Intanto Þjálfi combatté contro il fantoccio Mökkurkálfi e questi cadde con poca gloria.
Allora Þjálfi andò da Þórr per togliergli di dosso il piede di Hrungnir, ma non aveva forza bastante. Poi vennero tutti gli Asi, quando seppero che Þórr era caduto, e tentarono di togliergli di dosso il piede dal collo, ma non ci riuscirono.
Allora venne Magni, figlio di Þórr e di Járnsaxa, egli aveva allora tre giorni di età: liberò d’un colpo Þórr dal piede di Hrungnir e disse: «Guarda che peccato, padre, che sono arrivato tardi. Penso che questo gigante l’avrei accoppato con un pugno se l’avessi incontrato».
Poi Þórr si alzò in piedi, salutò suo figlio e disse che prometteva bene per il futuro. «Ora voglio – disse – darti il cavallo Gullfaxi», – che era stato di Hrungnir.
Allora Óðinn interloquì e disse che Þórr agiva male donando quel buon destriero a suo figlio e non a suo padre.

Thorr-Magni

Þórr ritornò a Þhrúdhvangr e la cote gli stava ancora nella testa.
Allora egli si recò dalla strega di nome Gróa, moglie di Aurvandill l’ardito. Ella cantò i suoi incantesimi sopra Þórr finché la cote si mosse.
Ma quando Þórr se ne accorse e credette ormai di potersi liberare di quella pietra, volle compensare Gróa per la sua guarigione e darle una gioia, e le raccontò che, provenendo dal nord, aveva guidato gli Élivágar e aveva trasportato in spalla dentro una cesta un certo Aurvandill, che pure veniva da nord, da Jötunheimr, e come prova aggiunse che un alluce dell’uomo era uscito dalla cesta e s’era congelato e così Þórr l’aveva spezzato via e scagliato nel cielo e ne aveva fatto una stella col nome di Alluce di Aurvandill.
Þórr disse ancora che non sarebbe passato molto tempo a che Aurvandill fosse di ritorno. Ma Gróa fu tanto felice che dimenticò ogni incantesimo e la cote non si mosse più e rimase nella testa di Þórr.

(Snorra Edda, Skáldskaparmál: 17)