L’altalena delle stelle

Bacco sedusse Erigone trasformandosi in uva
(Ovidio, Metamorfosi, 6: 125)

Il Racconto racconta che Icario ed Erigone furono elevati in cielo e divennero stelle: Icario divenne Arturo, la stella alfa di Boote, ed Erigone divenne Spica, la stella alfa della Vergine.

Arturo-Vergine-Corvo
Arturo, la Vergine e il Corvo

Ecco un indizio per dare forma all’altalena celeste, quantomeno quella che gli Ateniesi in età classica davano a una delle sue due corde. Basta tracciare la curva che va da Spica ad Arturo ed eccola delinearsi, a occhio nudo e senza nemmeno l’ausilio di un compasso:

Orione al centro del cielo e il sorgere mattutino di Arturo davano, secondo Esiodo (Opere e giorni, 609-611), il segnale per la vendemmia
(Kerényi, Dioniso)

Il fa è la nota d’Oriente, a un quarto di cielo suona il do di Orione: all’una e all’altra nota sono appese le due corde dell’altalena.

Arturo e Sirio (la cagna Mera?) fungono da punti nodali del pendolo celeste. Da Sirio alla Cintura di Orione, e da qui al Toro, alle Pleiadi: ecco il fiume che sale dalla terra al cielo, la «corda ascendente».

Sirio-Orione-Toro
Sirio (la cagna) – Orione – Toro

E all’opposto, da Benetnaš ad Arturo, e da qui a Spica e al Corvo, signore della «siccità»: questo il fiume che scende dal cielo alla terra, la «corda discendente».
Flusso e riflusso, desiderio e pentimento, póthos e pénthos.
Sono queste le due corde dell’altalena?
Chissà.

L’altalena, il dondolio delle stelle è l’unica cosa certa.
Il Racconto dice che una volta, le stelle, erano fanciulle rimaste appese al cielo, mentre erano in fuga dal nostro mondo. Dice che da allora, su e giù le fanciulle ateniesi dondolano imitando Erigone e la danza della sua forca.
Su e giù: quel che conta è tutto qui. Tutto è danzare, oscillare, fare il pendolo, battere un tempo, scandire un’ora, per es. quella della vendemmia.
L’estate è stata tanto fuoco, e ora?

Ora quel fuoco più non avvampa. Eppure, dalla terra bruciata di sua madre Semele, Dioniso ai suoi fedeli porta in dono la pianta della vite. Perché la vite sa custodire quel che invece nel pino va perduto.
Il fuoco dell’estate, la fiamma creativa. Gli aghi di pino non sanno serbarli. L’uva sì. L’uva sa come accendere falò anche nel cuore del più gelido inverno.

Ma tu ricorda: il vino che dall’uva riesci ad estrarre, ricorda di non berlo se non dopo averlo tagliato in giusta dose con l’acqua!
Perché per danzare, anche per danzare il vino, non bisogna appartenere tutti interi al fuoco. Ma dal fuoco saper fare la spola all’acqua.
Essere troppo infuocati, essere brace ardente, portare ad incandescenza il ferro dell’immaginazione, induce vertigini e perdita di coscienza. Non si riesce neanche a reggersi in piedi.
Come vuoi dunque tu danzare, portare un tempo, scandire l’andirivieni dal tic al tac, e viceversa?

Bevi, ma vino tagliato in giusta dose con l’acqua!
Guarda le fanciulle che dondolano: esse non sono né del cielo né della terra, né morte né vive, né nude né vestite. Promettono di venire quaggiù da noi «a miracol mostrare», come dice il Poeta.
Vengono, ma il loro avvento non dura più d’un sogno. Sono appena venute, ed ecco già se ne vanno. Di nuovo prendono lo slancio, ascendono, sfumano, svaniscono.

Anche se tu le credi pupille dei tuoi occhi, quelle che porti appese ai rami della tua Memoria, non sono che bambole di pezza.
Mi raccomando: vino tagliato in giusta dose con l’acqua! Né presente né passato, ma in perenne oscillazione tra ebbrezza e sobrietà non appartenere né al cielo né alla terra. Essere straniero ovunque.
Essere cuore che batte un tempo, e nient’altro.
Nessun altro che quest’uomo qui, scandito dall’andirivieni di desideri e pentimenti.