Il Simbolo e il Diavolo

Apollo ricorda Coronide.
È da un po’ che l’ha «uccisa», a quest’ora dovrebbe essere tutto finito, e invece.
Invece Apollo ricorda, trattiene qualcosa – sebbene tutto il resto sia stato «soppresso», c’è qualcosa che ancora lo tormenta, lo stressa, lo tocca.
Qualcosa che lo riguarda [dallo specchio].
Qualcuno che gli rivolge la parola dall’«assenza».
Coronide non è più – al suo posto, adesso c’è il «segno» di Coronide. Adesso c’è la sua «costellazione» a illuminare il cielo notturno.

Apollo-trafigge-Coronide
Domenico Zampieri: Apollo uccide Coronide

E già, la Notte.
La Notte a volte è così lunga, che sembra non passare mai. È già tanto che di notti Apollo ne debba passare solo dodici nella Tana della Lupa. Apollo non ha che da attendere la Tredicesima – per sapere chi l’ha «punto». Per sapere che a «pungerlo» è stata la loquacità di Corvo Nero. Non il «fatto», ma il racconto che ne ha fatto Corvo Nero.
Il fatto è che ci sono «fatti» che non si estinguono. Fatti che lasciano il segno, a memoria. Fatti che s’incidono nei «punti critici» di un diagramma che, come nel caso di un bambino quale Apollo, è ancora senza parole. Di un linguaggio che «parla» solo immagini. Che «ricorda» segni senza concetti. Che «scrive» equivalenze visionarie, senza metterle a verbale.
È Corvo Nero che le «verbalizza». Ecco perché la Notte, a volte, è così lunga e così nera, che si stanca, essa, di aspettare l’alba del nuovo Giorno. È che le mancano le parole «degne».

Di notti, per fortuna, Apollo ne ha da contare solo dodici. Poi verrà la Tredicesima – quella invitata a non venire alla Festa. Verrà l’ora – che il Sole a mezzanotte in punto «chiarirà l’oscuro».
No, non è una speranza raccattata sul fondo del vaso di Pandora. No! è un fatto che a mezzanotte in punto, dalle ceneri di un’antica fiamma, a volte una Cenerentola fugge via dal Palazzo della Festa immaginaria, perdendo una scarpa – rilasciando un segno del suo passaggio. Una traccia di memoria, a dispetto dell’oblio.

A mezzanotte in punto torna un antico mezzogiorno di fuoco. Una luce covata sotto la cenere. Una scintilla che, a differenza delle altre luci, fa luce nella Notte.
Come può Apollo non riconoscerla? È la «sua» Coronide. È la «sua» più bella del Reame. Che però, dal «suo» Reame muto, è fuggita via!
La dispari, la Tredicesima «costellazione», quella esclusa dallo Zodiaco: quella che lo Zodiaco del linguaggio di sole immagini non la «contiene», che il Lete non la «sommerge» se non per risputarla vomitarla o scoreggiarla quando meno te l’aspetti.

Quell’immaginata «vuole» la parola da Apollo, vuole la sua voce, il suo respiro vuole. Vuole il «sacrificio». Pretende che Apollo sacrifichi il profano, che lo sanzioni per santificarlo.
tredicesimaCenerentola, l’immagine che il fuoco della dimenticanza non ha consumato, chiede d’essere «simboleggiata». Ciò che Apollo ha visto nell’allucinazione di mezzogiorno, chiede di essere «detto». Ciò che si è scritto nella sua memoria, chiede di essere letto.
Non era un concetto, non era un nome e neanche un verbo.
Era un’«idea», letteralmente: una «visione».
Il Lete non l’ha spazzata via. Dodici notti non sono bastate a dimenticarla. Si è «trattenuta» nell’andare via. È inciampata sulle scale del Palazzo. Si è serbata nella «soppressione». Ha lasciato un «segno»: quel segno che i Greci una volta chiamavano «alêtheia», in quanto sfuggito al Lete.

Sfuggito per un «difetto» alla dimenticanza perfetta.
Il segno di un’apertura, l’invito d’un mondo fuori dallo Zodiaco immaginario. Di una «realtà», quella simbolica, al di là di quella immaginaria. Al di là dei «fatti» nudi e crudi, ma anche della loro primitiva «allucinazione» infantile. Al di là dell’«istinto» a distruggere e dimenticare.
Il segno di un’«uscita» nel mondo dei «fatti umani», in virtù di un «difetto» creativo. Cenerentola «zoppica», come tutti i «fatti» che dall’immaginario trapassano nel simbolico.
È il «piede» della nuova metrica (quella degli «intervalli d’un terzo») che, ripassando sulla vecchia (quella degli «intervalli d’un mezzo»), obbliga Apollo e, come Apollo, ogni guaglione a «rispondere» a chi lo chiama, a farsi responsabile di chi lo chiama dalla nuova scansione «a parole».

È il Racconto che lo chiama. Il Racconto dei «fatti umani».
Vieni via con me! Seguimi, segui me sola: dice Cenerentola al Principe del Reame Visionario.
È come la «lettera rubata» al Silenzio. Il respiro «sacrificato» a un’avventura nelle parole. Rischia di rimanere prigioniero di un’antica «maledizione», quella del Corvo. Ma Apollo non lo sa.
È troppo guaglione per saperlo.

Apollo, per es., non sa che, mentre lui è recluso per dodici notti nella Caverna delle Immagini, intanto il piccolo Ermes, il fratellino, il minore, gli sta rubando le vacche! Non solo gli hanno rubato Coronide, ora qualcuno gli sta portando via anche le vacche!
Non avrà, dunque, più nulla di «suo» Apollo?

Ermes-alatoSe qualcosa «avrà», l’avrà solo quando «sarà» consapevole di essere, come dice il suo nome, il Distruttore. Colui che distrugge i suoi giocattoli. Colui che li «espelle» dal [Palazzo del] del suo gioco [immaginario], dopo essersi identificato con essi. Dopo essersi fatto dire da essi la propria «identità», giocare a disdirla disfacendoli. Per ricominciare da un’altra «ansia», e poi un’altra ancora, e così di seguito finché non ci si accorge che la stalla è vuota, e che non c’è più nessuna vacca da mungere.
Se qualcosa «simboleggerà», sarà solo quell’«ansia» a cui avrà dato la parola per trattenerla, solo quella «differenza» che sarà scappata all’indifferenza del Lete. Quella che si è «conservata nella soppressione». Che è sopravvissuta al furto.

Al diavolo le vacche! Rivoglio Coronide – dice tra sé e sé Apollo.
Eppure, dice il Racconto, proprio colui che gli ha rubato le vacche, proprio quel dio diabolico di Ermes, solo lui può aprirgli una via sconosciuta a quel bastardo di Corvo Nero.
La via a uscire dal Palazzo delle Immagini, la via a seguire le proprie eiezioni immaginarie fuori, nel mondo – la via a dare, invece di continuare sempre e solo a prendere. A darsi, a sacrificarsi, a cominciare dalla voce.

La via dei rapimenti è la stessa dei doni. Questo insegna Ermes, il «dio dei ladri» e, insieme, il «donatore» agli uomini delle «arti della civiltà».
I «ladri» degni di cotale dio tutelare, sono quelli che, come Prometeo o Robin Hood, «rubano» per donare agli altri. Gli altri ne sono indegni, perché non mirano che ad appropriarsi dell’altrui. Godono delle Sabine, solo se le rubano ai Sabini.
Mi pare una certa qual differenza.
Direi: la differenza tra il Simbolo e il Diavolo.

Il Diavolo non viene a prendersi la mia anima per darla a dio, o a chi altri gli pare e piace. Il Diavolo viene a distruggere, a spezzare ogni legame. Dice di parlare nel nome [dell’ultimo vangelo] della libertà. E invece sta solo dando sfogo al suo primitivo «istinto» a uccidere Coronide, a cacciarla via dalla mente dopo averne munto il latte di conoscenza.
Il Diavolo è il Corvo «fedele» al suo dio «geloso»: al «dio della sua credenza», e poco importa – anzi meglio se nessun altro ci crede, se solo «io» ogni giorno sempre più mi «incurvo» nella fedeltà ai soli cazzi miei.

Papà mi ha detto: «Fa’ il cattivo! Non farti venire gli scrupoli! Ruba e fotti! Perché non c’è niente da condividere! Fotti e distruggi! Perché non c’è nessun castello in aria da costruire!».
Mio padre parlava tutti i giorni con Mefistofele. Non ne ho la certezza, ma lo sospetto. Non l’ho visto fare all’amore con Elena, la «sua» più bella. Sospetto che per molto meno, ma sì: per un piatto di lenticchie, si è lasciato prendere in giro dai suoi «richiami» diabolici.

caduceoErmes insegna: poiché non possiamo fare a meno di rubarci l’un l’altro le vacche da mungere, e poiché non abbiamo nessuna intenzione di inchinarci a una Legge che ci proibisca il ratto, tutto ciò che rubiamo, noi ci asteniamo dal consumarlo noi in prima persona.
Che lo consumino gli altri, e che gli altri ci nutrano di un altro nutrimento, che ad altri hanno rubato.
Ermes insegna la via al Simbolo. Alla catena umana del dare e prendere. Del prendere per restituire «con gli interessi». Dell’«interessarsi» nella reciprocità degli «obblighi» (ruba e dona!) anziché dei «divieti» (non rubare, ma – mi raccomando – neanche donare! tieniti al «tuo», spilorcio: amen!).