Schneider – Il suono e l’eco

satyayaniya-upanisadLa forza creatrice insita nel suono primordiale della creazione affonda le proprie radici nel sacrificio.
Secondo la dottrina brahmanica, l’«azione» acustica da cui ebbe origine la creazione fu un detto sacrificale. «Al principio c’era Purusa dalla cui mediazione nacque un detto sacrificale». Mediante il sacrificio sonoro tutto è «nato» o «si è diffuso» e tutto ciò che esiste è purificato e mantenuto; infatti con lo udgîtha (canto solenne della musica sacrificale) i demoni stessi sono vinti. Il ritmo sacrificale è una nave volante. «Si sale su quest’inno come si entra in una nave», o come gli Asvin si sistemano nel loro carro alato.

In definitiva, il sacrificio è sempre la via, il veicolo, il «cavallo», quindi sempre un qualche mezzo di trasporto, che muove e mantiene in scorrimento la sostanza della vita.
Essendo questa sostanza acustica, anche ogni sacrificio ha un nucleo necessariamente acustico. «Tutto ciò che gli dèi fanno, lo fanno mediante la parola cantata. La parola cantata è il sacrificio». Il ritmo gâyatrî (la principale misura metrica) canta e salva tutto ciò che è venuto all’esistenza.
Pur essendo di fatto la cosa più fragile e transitoria, il suono è tuttavia il sacrificio più grande e più nobile perché offerto col proprio respiro sonoro, che è la sostanza primordiale della vita. Malgrado la sua fragilità, quando questa prima materializzazione del respiro è udita, ha effetti incalcolabili.

A motivo del suo contenuto e del suo dinamismo il sacrificio sonoro è definito dalla Brhadâranyaka Upanisad come un inno (ark) che fa inturgidire e crescere tutte le cose.
Il suono sacrificale non è però quello che noi intendiamo comunemente per suono, bensì una «eco», cioè il sacrificio del suono stesso quale si può percepire particolarmente bene da una campana oscillante. Nel nostro pensiero l’eco è un suono anticipato.

In molti miti non strettamente filosofici e piuttosto esoterici, sulle acque primordiali preesistenti galleggia l’uovo cosmico o una barca o un flauto affamato.
In effetti, non si tratta di un paradosso, ma della conseguenza dell’inversione dei rapporti temporali; essendo infatti il suono sempre anteriore alle cose concrete e visibili, l’uovo o la barca o il flauto non sono altro che la raffigurazione della risonanza e «l’acqua» non rappresenta altro che il sussurrio del respiro.

Un mito sulla creazione degli indiani Yuki simboleggia con una piuma volteggiante il passaggio dal rumore spumante (mormorante e frusciante) al canto.
yuki-indian«In principio tutto era acqua. Sulle acque volteggiava una piuma in una macchia di schiuma. Dalla piuma uscì una voce e un canto: era il creatore Taikomol».

Un’altra versione è ancora più diffusa: «La prima teofania di Taikomol fu sotto forma di piuma. La terra non esisteva ancora. Allora questo Padre, nelle sembianze di una piuma, apparve sull’acqua affacciandosi all’esistenza ed entrò nella schiuma. Entrò nella schiuma come una piuma, e Taikomol, nella schiuma, incessantemente cantava il canto con cui voleva creare se stesso e venire all’esistenza. Cantava quel canto incessantemente finché smise di muoversi. Allora i suoi piedi cominciarono lentamente a venire all’esistenza sorgendo dalla schiuma e il suo corpo prese forma: comparvero le braccia e le mani e, infine, la testa. A questo punto, mentre Taikomol stava ordinando l’ornamento del suo capo (era una corona di piume), l’acqua emise un forte suono».

Allora il suo canto si mutò in una risata e Taikomol balzò fuori dell’acqua posando subito il piede sulla terraferma.
La metamorfosi dell’acqua ideale (il respiro sussurrante di Taikomol) in acqua mormorante concreta avvenne pertanto solo dopo che il creatore ebbe terminato il suo canto e assunto una forma concreta, anzi forse soltanto per aver intonato una specie di «cantico».

(Schneider, Il significato della musica)