Lacan – L’ansia e l’accesso al simbolico

Melanie-Klein
Melanie Klein

Gli appioppa il simbolismo con estrema violenza, Melanie Klein, al piccolo Dick! Comincia subito a scaraventargli addosso le interpretazioni maggiori, in una verbalizzazione brutale del mito edipico quasi altrettanto rivoltante per noi quanto per qualunque altro lettore: Tu sei il piccolo treno, tu vuoi fottere tua madre.
Questo modo di fare offre evidentemente il pretesto per discussioni teoriche, che non possono essere dissociate dalla diagnostica del caso. È certo però che in seguito a tale intervento si produce qualcosa. È tutto qui.

Avete notato la mancanza di contatto provata da Dick. È questo il difetto del suo ego. Il suo ego non è formato. Perciò Melanie Klein distingue Dick dai nevrotici, proprio per la sua profonda indifferenza, per la sua apatia, per la sua assenza. In effetti è chiaro che in lui è proprio la realtà a non essere simbolizzata. Questo giovane soggetto è per intero nella realtà allo stato puro, non organizzato. È interamente nell’indifferenziato.
Ora, che cosa costituisce un mondo umano, se non l’interesse portato agli oggetti in quanto distinti, agli oggetti in quanto equivalenti? Il mondo umano è un mondo infinito per quanto riguarda gli oggetti. Da questo punto di vista Dick vive in un mondo non-umano.

Questo testo è prezioso perché è di una terapeuta, di una donna d’esperienza. Sente le cose, le esprime male, ma non glielo si può rimproverare.
La teoria dell’ego è qui incompleta, forse perché non si era decisa a darla, ma dimostra molto bene questo: se nel mondo umano gli oggetti si demoltiplicano, si sviluppano con la ricchezza che ne costituisce l’originalità, ciò avviene nella misura in cui compaiono in un processo di espulsione, legato all’istinto di distruzione primitivo.

Si tratta di una relazione primitiva, alla radice stessa, istintuale, dell’essere. Man mano che si producono queste eiezioni fuori dal mondo primitivo del soggetto, che non è ancora organizzato nel registro della realtà propriamente umana, comunicabile, sorge ogni volta un nuovo tipo d’identificazione. Questo è insopportabile e nello stesso momento emerge l’ansia.
L’ansia non è una specie di energia, che il soggetto dovrebbe ripartire per costituire gli oggetti; non vi è nel testo di Melanie Klein neppure un giro di frase che vada in questo senso. L’ansia è sempre definita come emergente, arising.
A ciascun rapporto oggettuale corrisponde una modalità d’identificazione di cui l’ansia è il segnale. Le identificazioni di cui stiamo trattando precedono l’identificazione egoica. Ma anche quando quest’ultima sarà fatta, ogni nuova ri-identificazione del soggetto farà emergere l’ansia, l’ansia nel senso di tentazione, vertigine, perdita del soggetto, che si ritrova a livelli estremamente primitivi. L’ansia è una connotazione, un segnale, come Freud ha sempre assai bene formulato, una qualità, un colorazione soggettiva.

Ora l’ansia è proprio quello che non si produce nel soggetto in questione. Dick non può arrivare neppure al primo tipo d’identificazione, che sarebbe già un abbozzo di simbolismo. Egli è, per quanto paradossale sia il dirlo, di fronte alla realtà, vive nella realtà.
Nello studio di Melanie Klein non esiste per lui né l’altro né l’io, esiste una realtà pura e semplice. L’intervallo tra le due porte è il corpo di sua madre. I treni e tutto ciò che ne segue è senza dubbio qualcosa ma che non è né nominabile né nominato.

A questo punto Melanie Klein, con quell’istinto brutale che altre volte le ha fatto perforare una somma di conoscenze fino ad allora impenetrabili, osa parlargli, parlare a un essere che tuttavia si lascia cogliere come qualcuno che, senso simbolico del termine, non risponde: sta lì come se lei non esistesse, come se fosse un mobile.
indifferenzaE ciononostante gli parla; dà letteralmente dei nomi a ciò che indubbiamente fa parte del simbolo, poiché può essere immediatamente nominato, ma che fino a quel momento non era per il soggetto che realtà pura e semplice.

Il termine di prematurazione, da lei usato per dire che Dick ha già raggiunto in qualche modo il piano genitale, prende lì il suo significato.
Normalmente il soggetto dà agli oggetti della sua identificazione primitiva una serie di equivalenti immaginari, che demoltiplicano il suo mondo, abbozza delle identificazioni con certi oggetti, le ritira, ne rifà con altri, ecc.
Ogni volta l’ansia arresta l’identificazione definitiva, la fissazione della realtà. Ma questo andirivieni darà il proprio quadro a quel reale infinitamente più complesso che è il reale umano. Dopo questo stadio durante il quale i fantasmi sono simbolizzati viene lo stadio detto genitale in cui la realtà, solo allora, è fissata.

Ora, per Dick la realtà è ben fissata, ma proprio perché non può eseguire quell’andirivieni. È immediatamente in una realtà che non conosce alcuno sviluppo.
Tuttavia non è una realtà assolutamente disumanizzata: al suo livello, significa. È già simbolizzata poiché le si può dare un senso. Ma dato che essa è soprattutto un movimento di andata e ritorno, non si tratta che di una simbolizzazione anticipata, congelata e di un’unica e sola identificazione primaria che ha dei nomi: il vuoto, il nero.
Tale beanza è precisamente quanto vi è di umano nella struttura del soggetto e quello che in lui risponde. Non esiste contatto se non con tale beanza.

In essa conta solo un numero assai limitato di oggetti, che il soggetto non può nemmeno nominare, l’avete notato. Certo vi è già una data comprensione dei vocaboli, ma di questi vocaboli il soggetto non ha fatto la Bejahung [la conservazione nella soppressione del superfluo], non li assume.
Contemporaneamente, per quanto paradossale possa sembrare, esiste in lui una possibilità d’empatia molto superiore al normale, perché è perfettamente in rapporto con la realtà in modo non ansiogeno.
Quando sul corsetto di Melanie Klein vede i piccoli trucioli di matita, risultato di uno spezzettamento, dice: Povera Melanie Klein.

(Lacan, Il Seminario: 1)