Nietzsche – Gli impulsi artistici della natura

Apollo-mantiklosFinora abbiamo considerato l’apollineo e il suo opposto, il dionisiaco, come forze artistiche che erompono dalla stessa natura, senza mediazione dell’artista umano, e in cui gli impulsi artistici della natura trovano inizialmente e direttamente soddisfazione: da una parte come mondo d’immagini del sogno, la cui perfezione è senza alcun rapporto con l’altezza intellettuale o la cultura artistica del singolo; dall’altra parte come realtà piena d’ebbrezza, che di nuovo non tiene conto del singolo, anzi tenta perfino di annientare l’individuo e di redimerlo attraverso un mistico sentimento di unità.
Nei confronti di questi immediati stati artistici della natura, ogni artista è «imitatore», cioè o artista apollineo del sogno o artista dionisiaco dell’ebbrezza o infine – come per esempio nella tragedia greca – artista contemporaneamente del sogno e dell’ebbrezza: in quanto tale noi possiamo forse raffigurarcelo come colui che nell’ebbrezza dionisiaca e nell’alienazione mistica, una volta solo e appartato dai cori deliranti, viene meno, e al quale poi, attraverso l’effetto apollineo del sogno, il suo stato, cioè la sua unità con l’essenza intima del mondo si rivela in una allegorica immagine di sogno.

Dopo queste premesse e contrapposizioni generali ci avviciniamo ora ai Greci, per sapere in quale grado e fino a quale altezza siano stati sviluppati in loro quegli impulsi artistici della natura: con ciò saremo in grado di comprendere e apprezzare più profondamente il rapporto dell’artista greco con i suoi archetipi, o, secondo l’espressione aristotelica, «l’imitazione della natura».
Dei sogni dei Greci è possibile parlare, nonostante tutta la loro letteratura e i numerosi aneddoti sul sogno, soltanto per congetture, pur tuttavia con una certa sicurezza: data l’incredibilmente precisa e sicura virtù plastica del loro occhio, non ci si potrà trattenere dal presupporre anche per i loro sogni, con umiliazione di tutti quelli venuti dopo, una causalità logica di linee e contorni, di colori e gruppi, una sequela di scene simili alle loro migliori sculture in rilievo, la cui perfezione certo ci autorizzerebbe, se un tale paragone fosse possibile, a designare i Greci sognanti come Omeri e Omero come un Greco sognante: ciò in un senso più profondo che se l’uomo moderno osasse, per quanto riguarda il suo sogno, paragonarsi a Shakespeare.

Quando si deve scoprire l’immenso abisso che separa i Greci dionisiaci dai barbari dionisiaci, non abbiamo bisogno invece di parlare solo per congetture. Da tutte le estremità del mondo antico – per lasciare da parte qui il moderno – da Roma a Babilonia, possiamo dimostrare l’esistenza di feste dionisiache, il cui tipo nel migliore dei casi si rapporta a quello greco come il satiro barbuto, a cui il capro prestò nome e attributi, allo stesso Dioniso.
gorgoneQuasi dappertutto il nucleo di queste feste consisteva in un’esuberante indisciplinatezza sessuale, le cui onde travolgevano ogni senso della famiglia e dei suoi venerandi statuti; qui venivano scatenate proprio le bestie più selvagge della natura, fino a quell’atroce miscela di voluttà e crudeltà che mi è sempre apparso come il vero «filtro delle streghe».
Contro le febbrili eccitazioni di quelle feste, che i Greci arrivavano a conoscere per tutte le vie di terra e di mare, essi per un certo tempo furono, pare, pienamente difesi e protetti dalla figura di Apollo, ergentesi ora in tutta la sua fierezza, la quale non poteva opporre la testa di Medusa a nessuna forza più pericolosa di questa dionisiaca, grottescamente informe. È nell’arte dorica che si è eternato quell’atteggiamento apollineo di maestoso rifiuto.

Più problematica e perfino impossibile divenne questa resistenza, quando dalla radice più profonda della grecità irruppero infine istinti simili: allora l’azione del dio delfico si limitò, mediante una riconciliazione conclusa al tempo giusto, a togliere dalla mano del potente avversario le armi annientatrici.
Questa riconciliazione è il momento più importante nella storia del culto greco: ovunque si guardi, sono visibili gli sconvolgimenti originati da questo evento. Fu la riconciliazione di due avversari, con la netta delimitazione delle linee di confine da rispettare d’ora in avanti e con l’invio periodico di doni onorifici; in fondo l’abisso non fu superato.

Se però consideriamo il manifestarsi della potenza dionisiaca sotto l’influsso di quel trattato di pace, allora riconosciamo nelle orge dionisiache dei Greci, confrontate alle Sacee babilonesi e al regredire in esse dell’uomo a tigre e a scimmia, il significato di feste di redenzione del mondo e di giorni di trasfigurazione. Solo in esse la natura raggiunge il suo artistico giubilo, solo in esse la lacerazione del principium individuationis diventa un fenomeno artistico.
Quello spaventoso filtro di streghe composto di voluttà e crudeltà, qui fu impotente: solo la meravigliosa mescolanza e duplicità negli affetti degli esaltati dionisiaci lo ricorda – come i farmaci ricordano i veleni mortali – quel fenomeno in cui i dolori producono piacere, in cui il giubilo strappa al petto voci strazianti. Dalla gioia suprema risuona il grido dell’orrore o lo struggente lamento per una perdita irreparabile.

In quelle feste greche prorompe per così dire un tratto sentimentale della natura, quasi che essa debba sospirare per il suo frantumarsi in individui. Il canto e la mimica di tali esaltati dai duplici sentimenti furono per il mondo omerico dei Greci qualcosa di nuovo e di inaudito: in particolare la musica dionisiaca destò in esso spavento e raccapriccio.
Se a quanto pare la musica era già conosciuta come un’arte apollinea, lo era solo, detto rigorosamente, come il colpo d’onda del ritmo, la cui forza plastica veniva sviluppata per la rappresentazione di stati apollinei.

donna-velataLa musica di Apollo era architettura dorica in suoni, ma in suoni solo accennati, quali sono propri della cetra. Cautamente è tenuto lontano, come non apollineo, proprio l’elemento che costituisce il carattere della musica dionisiaca e della musica in generale: la sconvolgente violenza del suono, il flusso unitario della melodia e il mondo affatto incomparabile dell’armonia.
Nel ditirambo dionisiaco l’uomo viene stimolato al più alto potenziamento di tutte le sue capacità simboliche; qualcosa di mai sentito preme per esprimersi: l’annientamento del velo di Maia, l’essere una sola cosa come genio della specie, anzi della natura. Ora, l’essenza della natura si deve esprimere simbolicamente; un nuovo mondo di simboli è necessario, e in primo luogo l’intero simbolismo del corpo, non solo il simbolismo della bocca, del viso, della parola, ma anche la piena mimica della danza, che muove ritmicamente tutte le membra. Successivamente crescono, improvvisamente e impetuosamente, le altre forze simboliche, quelle della musica, in ritmica, dinamica e armonia.

Per afferrare questo scatenamento totale di tutte le forze simboliche, l’uomo deve essere già giunto al culmine dell’alienazione di sé che in quelle forze vuole esprimersi simbolicamente: il ditirambico servitore di Dioniso viene quindi compreso solo dai suoi simili!
Con quale stupore dovette guardare a lui il Greco apollineo!
Con uno stupore che era tanto più grande, quanto più si mescolava ad esso l’orrore del fatto che tutto ciò non gli era poi così estraneo, anzi che la sua coscienza apollinea gli celava questo mondo dionisiaco soltanto come un velo.

(Nietzsche, La nascita della tragedia: 2)