Da che sono un animale

La Cueva de las Manos

Da che sono un animale
non ti ho più danzato, grillo mio.
Ero affamato e ti ho divorato,
porco più grasso del mio porcile.
Nella fornace ti ho gettata
che fremevi delle mie passioni,
perché dovrei dolermi ora
aquila mia se più su non voli
del grigio amen d’una sigaretta?

Del tuo sublime rogo mille poeti,
narrarono, fenice, l’allegro enigma,
ma nessuno di loro vide
sotto le tue ceneri quello che vidi io:
una stilla gravida di mondi
raccolti freschi dalla fronte
di un Cupido addormentato.

Poi che alla mia timida canzone
un luccio di frontiera ebbe dato
nelle sue squame di cristallo
un guscio per traversare il mare
la nascosi sotto le pinne d’una balena
nei baffi ballerini d’una carpa la deposi
sotto il muschio di cerbiatte marine
tra le alghe di dolenti delfini la cullai
e nel grembo d’una ninnananna la serbai
come un cantico a venire per i pesci
dentro il gorgo della mia sciocca danza.

Appena nata, la farfalla dal vento
sedotta e dalle nebbie del mattino
a pizzicare imprese l’arpa d’una felce
con le sue corna di lumaca.

Oh, se non avessi navigato
con le mie piume di grifone fin sulla luna
a nascondervi il soffio taciturno della mia luce,
mai avrei saputo che castori e giaguari
lassù da sempre m’aspettavano.
Giorno e notte, estate e inverno,
chissà da quando affamati mi aspettavano
per mangiare i miei coriandoli a Carnevale.

E mai avrei saputo che lassù
cori assordanti di cicale
infestano da sempre
i campi di grano del desiderio
seminandovi la zizzania del pudore,
e che per dispetto civette gufi e pipistrelli
a ogni temporale starnutiscono alle fanciulle
spingendole giù nel pozzo della via lattea
assieme a orde gaie di topi, calabroni e nibbi
che come funamboli in fila indiana avanzano,
fatti di anfetamina gialla e di rugiada,
sul filo di rasoio della fronte
di un Cupido addormentato.