Galles – I due figli di Arianrhod

«Uomini – disse Math – avete avuto la pace, e avrete la mia amicizia. Consigliatemi ora: quale fanciulla prenderò?».
«Signore – rispose Gwydion – nulla di più facile: Arianrhod figlia di Don, tua nipote, la figlia di tua sorella».
Arianrhod-astraLa mandarono a chiamare; la giovane entrò.
«Fanciulla – disse Math – sei vergine?».
«Altro non sono, signore, per quanto ne so», ella rispose.
Allora, egli prese la bacchetta e l’incurvò.
«Passavi sopra – disse – e se sei vergine io lo saprò».

Ella fece un passo sopra la bacchetta magica e, nel farlo, si lasciò dietro un fanciullo biondo e forte. Ai pianti del bambino, ella si diresse alla porta e subito si lasciò dietro ancora una piccola cosa, ma, prima che alcuno avesse potuto vedere di che si trattasse, Gwydion l’afferrò, l’avvolse in un mantello di broccato di seta e la nascose nel fondo di un cofano ai piedi del letto.
«Ebbene – disse Math figlio di Mathonwy riferendosi al bambino biondo – farò battezzare questo bambino e gli darò nome Dylan».

Il fanciullo fu battezzato e subito si diresse verso il mare. Appena vi fu entrato, ne assunse la natura e divenne buon nuotatore come il più veloce dei pesci. Così fu chiamato Dylan Eil Ton. Mai onda si spezzò sotto di lui.
Il colpo che causò la sua morte fu infero dalla mano di Gofannon, lo zio, e fu uno dei Tre Colpi Funesti.

Un giorno che Gwydion era coricato, sentì dei pianti provenire dal cofano che era ai piedi del letto; erano forti quanto bastava perché egli li potesse sentire. Subito si alzò e aprì il cofano.
Scorse un fanciullino che liberava le braccia dalle pieghe del mantello e lo scostava. Raccolse il bambino e si recò in città in un luogo in cui sapeva di trovare una donna che avrebbe potuto dargli il seno e s’accordò con lei perché lo nutrisse.

Fu nutrito per un anno.
Al termine dell’anno, il bambino era così grande che sarebbe parso troppo forte anche se avesse avuto due anni.
Al termine del secondo anno, era un ragazzo capace di andare da solo a corte. Quand’egli fu a corte, Gwydion vegliò su di lui; il bambino familiarizzò con lui e l’amò più di chiunque altro.
Così fu allevato a corte, finché ebbe quattro anni; sarebbe stato abbastanza ben sviluppato per un bambino di otto.

ArianrhodUn giorno andò a passeggiare fuori con Gwydion. Costui si recò con lui a Caer Arianrhod.
Vedendolo entrare, Arianrhod si alzò per andargli incontro, augurargli il benvenuto e salutarlo.
«Dio ti sia propizio», egli disse.
«Chi è – ella chiese – il fanciullo che ti segue?».
«Questo fanciullo è tuo figlio», rispose Gwydion.
«Uomo – ella esclamò – che idea t’è venuta di oltraggiarmi in tal modo, di perseguire e di perseverare così nel mio disonore?».
«Se non hai altro disonore che quello di vedere allevare da me un fanciullo bello come questo, allora ben piccola cosa è la tua onta».
«Che nome ha tuo figlio?».
«A dire il vero, non ce l’ha ancora».
«Ebbene, giuro che avrà il destino di non avere nome prima d’averne ricevuto uno da me».
«Ne prendo a testimone Dio: sei donna da poco, il fanciullo avrà un nome anche a tuo dispetto, e tu non ritroverai mai più il nome che sei così irata d’aver perduto, quello di pulzella».

Dette tali parole, uscì in grande ira e tornò a Caer Dathyl dove trascorse la notte.
L’indomani si alzò, prese con sé il fanciullo e andò a passeggiare sulla riva del mare, tra l’Oceano e Aber Menai. Fece apparire con un incantesimo una nave nel luogo in cui scorse delle alghe e dei fuchi; trasformò le alghe e il goemon in una grande quantità di cordovano; lo fece di vari colori al punto che non sarebbe stato possibile trovare cuoio più bello.
Si mise alla vela e, col fanciullo, si recò alla porta d’ingresso di Caer Arianrhod. Poi si mise a confezionare cuoio e cucire scarpe. Dalla fortezza non passò inosservato.
Appena egli se ne accorse, trasformò le proprie sembianze e quelle del ragazzo in modo che non potessero essere riconosciuti.

«Chi sono questi uomini su quella nave?», chiese Arianrhod.
«Sono calzolai», le fu risposto.
«Andate a vedere che tipo di cuoio hanno e come lavorano».
Essi vi andarono e trovarono Gwydion che colorava il cuoio: lo stava dorando. I messaggeri tornarono a riferire a Arianrhod.
«Ebbene – ella disse – portate a quel calzolaio la misura del mio piede e ditegli di farmi delle scarpe».

Gwydion confezionò le scarpe, ma non della giusta misura: le fece più grandi.
«Sono troppo grandi – ella disse. – Gliele pagherò, ma che ne faccia un paio più piccolo».
E Gwydion ne confezionò un paio troppo piccolo per i piedi di lei e glielo mandò.
«Ditegli – ella disse – che neppure queste mi si adattano».
Essi gli riferirono le sue parole.
«Ebbene – egli esclamò. – Non farò altre scarpe prima d’aver visto il suo piede!».
Essi andarono a riferire.
«Ebbene – ella disse. – Andrò da lui».

Arianrhod-Gwydion-LleuSi recò alla nave; Gwydion stava tagliando e il fanciullo cucendo.
«Principessa – egli disse – buongiorno a te».
«Dio ti sia propizio – ella rispose. – Sono stupita che tu non riesca a farmi scarpe su misura».
«È vero, ma adesso potrò».
In quel momento, uno scricciolo si posò sul ponte della nave. Il bambino lo mirò e lo colpì tra il tendine della zampa e l’osso. Ella si mise a ridere.
«Invero – esclamò – il fanciullo biondo l’ha colpito con mano ben abile».
«Ebbene – disse Gwydion – egli ha avuto un nome, senza che noi dobbiamo pregare Dio di ricompensartene, e il nome non è mal trovato: d’ora in poi egli si chiamerà Lleu Llaw Gyffes [Luminoso (?) Abile di Mano].

Subito, tutto ciò che egli aveva fatto si trasformò in alghe e goemon, ed egli non continuò più quel lavoro che gli era valso d’esser chiamato uno dei Tre Calzolai Orafi.
«In verità – ella disse – non trarrai alcun vantaggio dal mostrarti così perfido con me».
«Io non sono stato malvagio», egli rispose.
E restituì al fanciullo le sue fattezze.
«E allora – ella disse – giuro che il fanciullo è destinato a non avere armatura prima che io stessa gliene dia una».
«Sul mio onore e per amore di Dio – disse Gwydion – tu puoi essere malvagia finché vorrai: egli avrà le armi».

Essi si recarono alla Cittadella di Dinllev. Gwydion vi allevò il fanciullo finché fu in grado di montare qualunque cavallo ed ebbe aspetto, taglia e statura di uomo. Gwydion vedeva che il fanciullo si sentiva umiliato di non aver cavallo né armi.
Lo chiamò e gli disse: «Ragazzo, domani avremo un compito da svolgere, tu e io: sii dunque più lieto».
«Lo sarò», rispose il giovinetto.

L’indomani, essi si alzarono di buon mattino e risalirono la costa fino alla Collina di Aryen. Giunti sulla sommità del promontorio di Clutno, prepararono se stessi e i cavalli e si diressero verso Caer Arianrhod.
Cambiarono le loro sembianze e si avvicinarono all’ingresso sotto quelle di due giovani; Gwydion aveva assunto un’espressione più grave di quella del compagno.
«Guardiano – disse – entra e riferisci che qui ci sono bardi del Morgannwc».
Il guardiano obbedì.
«Siano i benvenuti nel nome di Dio – disse Arianrhod. – Lasciali entrare».

Fu riservata loro la migliore accoglienza. Fu approntata la sala ed essi si misero a mangiare. Quando ebbero finito, ella parlò con Gwydion di racconti e di storie. Gwydion era buon narratore. Quando fu il momento di smettere di bere, fu loro preparata una camera ed essi andarono a coricarsi.
Gwydion si alzò di buon mattino e chiamò a sé i propri poteri e la propria magia. Si sentì allora un gran movimento di navi e un roboante squillare di trombe, cui dalla campagna fecero eco forti urla.
Quando sorse il giorno, essi udirono bussare alla porta della camera, e Arianrhod chiese che le fosse aperto.
Il giovane si alzò e aprì. Ella entrò seguita da una fanciulla.

Arianrhod-arma-Lleu«Uomini – disse – ci troviamo in una brutta situazione».
«Sì – essi risposero – sentiamo il suono delle trombe e le grida: cosa ne pensi?».
«In verità – ella disse – è impossibile scorgere i flutti tanto le navi sono serrate le une contro le altre. Si dirigono a terra a tutta velocità. Che fare?».
«Principessa, non c’è altro da fare che chiuderci nel forte e difenderlo meglio che possiamo».
«Dio ve ne renda merito. Difendetelo; qui troverete armi in abbondanza».
E andò a prendere le armi.

Fece ritorno con due pulzelle, ciascuna delle quali recava un’armatura.
«Principessa – disse Gwydion – aiuta questo ragazzo a indossare l’armatura; io indosserò l’altra con l’aiuto delle due pulzelle. Sento il tumulto delle genti che giungono».
«Volentieri», ella rispose.
E lo rivestì in fretta di tutta l’armatura.
«Hai finito di armare questo giovane?», chiese Gwydion ad Arianrhod.
«È fatto», ella rispose.
«Ho finito anch’io, e adesso leviamoci le armature, non ne abbiamo più bisogno».
«Oh, perché? La flotta circonda la casa».
«No, donna, non c’ alcuna flotta».
«Cosa significava dunque tutto questo armarsi?».
«Era per sciogliere la maledizione che tu avevi gettato su questo giovane e per procurargli delle armi, ed egli le ha avute senza che tu abbia diritto a essere ringraziata».
«Sul mio onore e per amore di Dio, sei un uomo malvagio. Molti giovani avrebbero potuto perdere la vita a causa dei movimenti di truppe che tu hai messo in atto oggi. Giuro che questo giovane avrà il destino di non avere mai una donna della razza che popola questa terra».
«Invero – egli disse – sei sempre stata una donna da poco che nessuno dovrebbe aiutare. Egli avrà lo stesso una donna».

Si recarono da Math figlio di Mathonwy e si lamentarono insistentemente di Arianrhod. Gwydion raccontò a Math come fosse riuscito a procurare al giovane un’armatura.
Blodeuwedd-created«Ebbene – disse Math – con l’aiuto della nostra magia e dei nostri incantesimi, cerchiamo di far scaturire per lui una donna dai fiori».
Lleu aveva allora la statura d’uomo ed era il giovane più avvenente che si fosse mai visto. Essi raccolsero i fiori della quercia, della ginestra e della regina dei prati e, con un incantesimo, li trasformarono nella fanciulla più bella e più perfetta del mondo.

Ella fu battezzata secondo i riti allora in uso e fu chiamata Blodeuwedd. Dopo che essi si furono coricati insieme, durante la festa Gwydion disse: «Non è facile provvedere al proprio sostentamento, se non si possiedono domini».
«Ebbene – rispose Math – gli donerò la migliore cantref che un giovane possa avere».
«Quale cantref, signore?».
«Quella di Dinoding», egli disse.
Essa oggi porta il nome di Eivynydd e Ardudwy. La corte fu costruita nel luogo che viene chiamato Bastione del Castello, nella parte collinosa dell’Ardudwy. Là Lleu abitò e regnò. Tutti furono lieti e accettarono con piacere il suo dominio.

(Mabinogion: Math figlio di Mathonwy)