Dal miele all’idromele

tiro-alla-fune-amrtaDovevano essere stanchi di farsi la guerra, Asi e Vani – stanchi di estenuarsi in un conflitto senza fine – allorché stipularono tra loro un patto.
Il Racconto non lo dice esplicitamente, sta a noi dedurre che si diedero appuntamento a tavola o in cantina, visto che la pace la stipularono «presso un vaso». O forse in cucina, dove quel vaso giaceva chissà da quando tra le pentole, in attesa che qualcuno lo riempisse del liquore di cui voleva serbare «l’essenza».

Asi e Vani, dèi e titani «aprirono» il vaso e ci sputarono dentro.
Facile, no?, da immaginare che ci sputarono il veleno che li nutriva l’uno contro l’altro, l’uno a scapito dell’altro, da tempo immemorabile. Ci sputarono la rabbia, il rancore e l’odio di cui nei secoli dei secoli s’erano anche troppo abbuffati.
Sputarono, perché non ne potevano più della guerra e dell’interminabile sterminio che si infliggevano a vicenda.
Pace, facciamo la pace! – si dissero.
E per sancirla – o forse addirittura per santificarla – si accordarono per una sanzione eterna del loro «istintivo» antagonismo.

Tutto avvenne «presso il vaso».
Ma come non pensare qui a un gesto omologo e, almeno a prima vista, inverso a quello di Epimeteo che apre il vaso di Pandora?
Aprire per riempire, non è la stessa cosa che aprire per svuotare. In entrambi i casi però, se ci fai caso, a nord come a sud, il Racconto si sta cimentando con lo stesso «argomento»: quello delle origini dell’Uomo, del Sapiente che sa dei sapori della Guerra di cui è «figlio», e in tutt’e due i casi lo sta «trattando» come Colui che succede all’«apertura di un vaso». O, se preferisci, Colui a cui succede di aprire un certo vaso.

Epimeteo «apre» il vaso in cui sono racchiusi «tutti i doni», apre il «corpo» di Pandora, apre la sacrosanta icona del suo linguaggio immaginario, ed ecco: ne balzano fuori i «mali» di cui è destino che si ammali l’Uomo, di modo che – per guarire – sia indotto a chiamarli per nome, uno per uno a riconoscerli e distinguerli.
Dallo sputo di Asi e Vani nasce un uomo, a cui essi danno il nome di Kvasir. Nasce il medium del loro Tiremmolla Eterno. Nasce meticcio, ibrido, sanguemisto. Nasce dalla mistura dello sputo di entrambi.

L’uomo, il sapore dell’uomo, tutta la sua sapienza, non sarebbe che uno schizzo di questa angelico-diabolica mescolanza. Non più che il nome che angeli e diavoli concordano di dare alla confusione «pacifica» dei loro veleni.
Non potendosi vincere una volta per sempre, non potendo gli uni prevalere definitivamente sugli altri, angeli e diavoli si accordano per una pace armata, per una guerra ceduta a un loro «interprete» comune.
Convengono cioè nel restringere e concentrare nell’Uomo il loro campo di battaglia. S’incontrano «presso il vaso» e, sputandoci il veleno, loro, Asi e Vani, si disintossicano – intossicando il loro medium.

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Dall’oceano delle discordie, dal fondo delle dissonanze, dal caos dei rumori naturali, rimestando, Deva e Asura – si racconta in India – fecero emergere un «vaso» [capace di amrta, di immortalità].
Ci fu chi ne «vide» l’immagine e disse: è la più bella del Reame! – ma anche chi ne «udì» il canto e ne rimase così incantato da esclamare: è la più sincera delle voci!
Per le due porte, degli occhi e degli orecchi, gli Antagonisti sputarono nel vaso le immagini dei loro miraggi perché, confuse con gli echi dei loro gridi di guerra, se ne potesse distillare la lingua di un patto.

Rimestando nel vaso, essi frullarono la spuma dell’uomo – produssero cioè un liquore, il kvas, che doveva essere un uomo e, insieme, il suo nome: Kvasir. Produssero tre «cose» in una sola parola: il liquore, l’uomo e il nome che li «incatenava» a uno stesso destino.
Produssero l’«invasato» che è «tutti i doni» di cui l’uomo può ubriacarsi: il Nome [che è il Padre di tutti i nomi], in quanto «apre» il linguaggio immaginario all’irruzione delle magie del simbolo, alle ambiguità dei giochi dell’inconscio.

C’è un vaso in cantina. Non è vuoto, non è tabula rasa – ma «pieno di dèi» come diceva Anassimandro, e «di nemici degli dèi», aggiunge il Racconto. Un vaso già pieno di immagini, già carico di analfabetiche «sintesi connettive» direbbe Deleuze: di sintesi non verbali, e tanto meno verbalizzate.
Il vaso va «svuotato», se non delle immagini, quantomeno del diritto di primogenitura che esse accampano sulle parole o, in genere, sui segni del linguaggio simbolico. Bisogna sputarci sopra a quelle immagini, perché vi fermenti il primo Nome.
Il Nome pattuito, il Nome sancito, il Nome della santa alleanza tra gli Antagonisti, io e tu: tra i Protagonisti, i primi agonisti all’opera nel linguaggio immaginario.

L’uomo non è che sputo fermentato, kvas: sputo fermentato nel miele, idromele. L’uomo è il vaso in cui il miele [dei desideri] riposa.
vaso-alchemicoAltro che carpe diem! Rinvia a domani! – questa è la parola d’ordine che detta l’avvento dell’Umano. Piaccia o non piaccia, questa fu la scelta del nostro ambiguo Antenato.
Non era più un angelo, e nemmeno un diavolo. Non era ancora un uomo, quando scelse di sputare sul miele che pure l’allettava. Scelse di non consumarlo fresco, ma stagionato.
Preferì l’idromele al miele.

Perché, è presto detto! – perché ne basta un sorso per farsi vaso di spiriti sconosciuti al «consumo immediato». Vaso di sapori che si sprigionano solo dal «consumo differito» del miele desiderato.
Basta un sorso di spirito per sapere ciò che è sconosciuto agli altri animali. Sconosciuto agli animali che non danno tempo al Tempo di produrre dal miele l’idromele, dall’oggetto di desiderio [che è sempre oggetto di contesa e di conflitto] il suo Soggetto sublimato [quello che manca solo se non gli si dà il tempo di fermentare].

Spirito – spiritoso innanzi tutto, e poi, a volte, in certi casi e a certe condizioni, anche un po’ spirituale. Ma non più di tanto.
Tanto quanto basta, appena un sorso per farsi … «uomini».
Non è la stessa cosa vedere chi s’inchina ai nomi che Adamo diede alle cose, e chi invece anonimo preferisce restare, come un infinito che mai può essere sostantivato.

Lo spirito?
Ombra di fumo, mobile frontiera, dilemma mai risolto. Enigma di sfinge che non attende risposta.
Chiuso se ne sta in una botte, se ne sta rintanato nella coscia di Zeus e a chi avrà l’onore di sturarlo promette il conforto di Dioniso.