Galles – Manawyddan e il branco di topi

Wales-mapKigva, figlia di Gwynn lo Splendido, visto che nella corte non restavano che Manawyddan e lei stessa, ne ebbe tal dolore che la morte le sembrava preferibile alla vita.
Allora Manawyddan le disse: «Invero hai torto se sei così afflitta per timore di me; chiamo Dio a garante che sarò per te il compagno più leale che tu abbia mai visto, finché piacerà a Dio prolungare tale nostro stato. Sul mio onore e nel nome di Dio, fossi anche nella mia prima giovinezza, manterrei la lealtà che ho per Pryderi. La manterrò anche per te. Non avere alcun timore. La mia amicizia sarà quale tu la vorrai, finché sarà in mio potere, finché piacerà a Dio lasciarci in sì penoso stato e in tale afflizione».

«Dio te ne renda merito – ella rispose. – È ciò che speravo».
La fanciulla ne ebbe gran gioia e sicurezza.
«Invero – disse Manawyddan – non è il momento di restare qui: abbiamo perso i nostri beni, non possiamo procurarci il sostentamento. Andiamo nel Lloegyr, vi troveremo da vivere più facilmente».
«Volentieri, signore – rispose Kigva. – Seguiamo il tuo consiglio».

Viaggiarono fino al Lloegyr.
«Che mestiere eserciterai, signore? – ella chiese. – Scegline uno pulito».
«Non ne sceglierò altro – egli rispose – che quello del calzolaio, come già feci».
«Signore, non è mestiere abbastanza pulito per un uomo tanto abile, di condizione nobile qual è la tua».
«Eppure, a questo mi dedicherò».

Si mise a esercitare la sua professione; per il suo lavoro si serviva del cuoio di Cordoba più bello che trovava in città. Poi, come aveva già fatto altrove, cominciò a fermare le calzature con fibbie dorate, sì bene che al confronto l’opera dei calzolai della città si rivelò inutile o di poco valore. Finché si trovavano presso di lui calzature o stivali, non ne venivano comprati dagli altri.
Alla fine di un anno i calzolai furono presi da gelosia e da malvagi disegni contro di lui; ma egli fu avvertito e informato che i calzolai si erano accordati per ucciderlo.
«Signore – disse Kigva – perché tollerare simile onta da questi villani?».
«Non la tollereremo – rispose Manawyddan. – Torniamo nel Dyfed».

Partirono per il Dyfed.
Partendo, Manawyddan aveva preso con sé un carico di frumento. Si recò ad Arberth e vi si stabilì. Non provava piacere più grande di quello di vedere Arberth e i luoghi in cui era andato a caccia in compagnia di Pryderi e di Rhiannon.
Prese a pescare e catturare bestie selvagge nelle loro tane. Più tardi si mise a lavorare la terra, poi seminò un campo, poi un secondo, poi un terzo. Presto vide crescere il frumento migliore del mondo e il grano dei suoi tre campi accrescersi allo stesso modo: era impossibile vedere frumento più bello!

Passarono le stagioni, e venne l’autunno. Egli andò a vedere uno dei campi: era maturo.
«Questo lo mieterò domani», disse.
Tornò a trascorrere la notte ad Arberth e, sul far del giorno, partì per mietere il campo. Quando fu giunto, non trovò che paglia nuda: tutto era stato strappato a partire dal punto in cui dal gambo si sviluppa la spiga; questa era stata del tutto staccata e non restava che la stoppia.
Ne fu molto stupito e andò a vedere un altro campo: anche quello era maturo.
«Di certo – egli disse – verrò a mieterlo domani».
L’indomani, tornò con l’intenzione di mietere: giuntovi, non trovò che la stoppia nuda.
«Signore Iddio – esclamò – chi dunque sta ordendo la mia rovina? L’indovino: colui che ha cominciato sta portando a termine la mia distruzione, e con la mia quella del paese».
Andò a vedere il terzo campo: era impossibile vedere frumento più bello, e anche questo era maturo.
«Onta a me – egli disse – se questa notte non veglierò. Chi ha portato via l’altro grano verrà a portare via anche questo; saprò chi è».

Avvertì Kigva, e la notte andò a sorvegliare il campo.
Verso mezzanotte, sentì il più forte rumore del mondo. Guardò: arrivava un branco di topi, il più grande del mondo; era impossibile contarli o valutarne il numero. Prima che potesse rendersene conto, essi si precipitarono nel campo; ciascuno si arrampicò su un gambo, lo piegò sotto di sé, staccò la spiga e fuggì via con essa, lasciando la stoppia nuda.
Manawyddan-topoEgli non vedeva un solo gambo che non fosse stato attaccato dai topi e di cui essi non portassero via la spiga. Trascinato dall’ira e dal dispetto, si mise a colpire i topi, ma non ne raggiunse nessuno, come fossero stati moscerini o uccelli in volo.

Ne scorse uno dall’aspetto molto pesante, tanto che pareva incapace di camminare. Si mise a inseguirlo, l’afferrò, lo pose in un guanto e ne legò l’estremità con una cordicella; con il guanto tornò alla corte.
Entrò nella camera in cui si trovava Kigva, accese il fuoco e per la cordicella appese il guanto a un gancio.
«Cosa c’è là, signore?», chiese Kigva.
«Un ladro – egli rispose – che ho colto mentre mi derubava».
«Che specie di ladro, signore, potresti mettere così nel tuo guanto?».
«Ecco tutta la storia».
E le narrò come gli fossero stati distrutti e guastati i campi e come i topi avessero invaso in sua presenza l’ultimo campo.
«Uno di essi – aggiunse – era molto pesante: è quello che ho catturato e che è nel guanto. Domani lo impiccherò e, prendo Dio a testimone, li impiccherei tutti, se potessi metterci le mani».

Il giorno dopo, si recò col topo al Tumulo di Arberth e piantò due forche nel luogo più elevato dell’altura. In quel momento, vide arrivare un chierico vestito di vecchi abiti consunti, di poco valore.
Erano sette anni che Manawyddan non vedeva uomo né bestia, salvo le persone con cui aveva vissuto, che erano state tre fino al momento in cui due di esse erano scomparse.
«Signore – disse il chierico – buongiorno a te».
«Dio ti sia propizio – egli rispose – e tu sia il benvenuto. Da dove vieni, chierico?».
«Vengo dal Lloegyr, ove sono stato a cantare. Perché me lo chiedi?».
«Perché in sette anni non ho visto che quattro sole persone, oltre a te che vedo in questo momento».
«Ebbene, Signore, mi sto recando, attraverso questa contrada, nel mio paese. In che opera sei impegnato, Signore?».
«Sto impiccando un ladro che ho sorpreso a derubarmi».
«Che sorta di ladro? Nella tua mano vedo cosa che somiglia a un topo. A un uomo del tuo rango non si addice maneggiare simile animale; liberalo!».
«Non lo libererò affatto, sul mio onore e nel nome di Dio. L’ho sorpreso mentre mi derubava; applicherò la legge dei ladri: lo impiccherò».
«Signore, piuttosto che vedere uomo del tuo rango compiere simile bisogna, preferisco farti dono d’una libbra che ho avuta mendicando; dai la libertà a quell’animale!».
«Non lo farò affatto, né lo venderò».
Il chierico se ne andò.

Nel momento in cui poneva la traversa sulle forche, egli vide giungere un prete su un cavallo coperto d’una sontuosa gualdrappa.
«Signore – disse il prete – buongiorno a te».
«Dio ti sia propizio – rispose Manawyddan – concedimi la tua benedizione».
«Dio ti benedica. Cosa stai facendo, signore?».
«Impicco un ladro che ho colto mentre mi derubava».
«Che sorta di ladro è quello, signore?».
«È un animale, una specie di topo; mi ha derubato! E ora subirà la pena riservata ai ladri».
«Signore, preferisco comprartelo piuttosto che vederti maneggiare un simile animale: lascialo andare».
«Ne prendo a testimone Iddio: non lo venderò né lo lascerò andare».
Il prete si allontanò.

Manawyddan passò la corda intorno al collo del topo. Mentre si apprestava a sollevarlo, scorse il corteo di un vescovo con i bagagli e il seguito.
«Signor vescovo, la benedizione!».
«Che Iddio ti benedica – egli rispose. – Che cosa stai facendo?».
«Impicco un ladro che ho colto mentre mi derubava».
«Non è forse un topo che vedo nelle tue mani?».
Manawyddan-vescovo«Sì, esso mi ha derubato».
«Poiché giungo nel momento in cui sta per morire, te lo compro: ti darò sette libbre. Non voglio vedere uomo del tuo rango uccidere un animale tanto spregevole; liberalo, dunque, e la somma è tua».
«Sul mio onore e nel nome di Dio, non lo libererò».
«Visto che non vuoi lasciarlo andare a questo prezzo, ti offro ventiquattro libbre d’argento sonante».
«Non lo libererò affatto e, prendo Dio a testimone, nemmeno per il doppio».
«Poiché non vuoi liberarlo a questo prezzo, ti darò tutti i cavalli che vedi in questo campo e i sette carichi e i sette cavalli che li trainano».
«Rifiuto, sul mio onore e nel nome di Dio».
«Poiché non ne vuoi sapere, fissa tu stesso il prezzo del riscatto».
«Voglio la libertà di Rhiannon e Pryderi».
«L’avrai».
«Non basta, voglio che sia tolto l’incantesimo dalle sette cantref del Dyfed».
«Te lo concedo: lascia libero il topo!».
«Non lo lascerò libero prima di aver saputo chi è».
«È mia moglie, e se non lo fosse, non insisterei per farla liberare».
«Perché è venuta da me?».
«Per far bottino. Io sono Llwyd, figlio di Kilcoet. Sono io che ho gettato l’incantesimo sulle sette cantref del Dyfed, e l’ho fatto per Gwawl, per vendicare l’oltraggio del Tasso nel Sacco che Pwyll capo di Annwfn aveva imposto a Gwawl. Saputo che eri venuto ad abitare nel paese, le genti della mia famiglia vennero a chiedermi di trasformarli in topi per distruggere il tuo grano. La prima notte, vi andarono solo le mie genti; la seconda notte, ugualmente, e distrussero i due campi. La terza notte, mia moglie e le donne della corte mi chiesero di essere anch’esse tramutate in topi. Lo feci: ella era incinta, altrimenti non l’avresti raggiunta. Poiché le cose stanno così, e tu l’hai catturata, ti renderò Pryderi e Rhiannon; e toglierò l’incantesimo dal Dyfed. Ti ho rivelato chi è il topo. Ora lascialo andare!».
«Sul mio onore e nel nome di Dio, non lo farò».
«Cosa vuoi, dunque?».
«Ecco ciò che voglio: che sul Dyfed non vi sia mai più incantesimo, e che non vi si possa mai più gettare il malocchio».
«Te lo concedo: liberala».
«In fede mia, non lo farò».
«Cosa vuoi dunque ancora?».
«Che di ciò non si tragga mai vendetta su Pryderi, Rhiannon e me stesso».
«Tutto questo l’avrai, e sei stato davvero ben ispirato; ché altrimenti tutte le sventure sarebbero ricadute su di te».
«Perciò ho voluto essere preciso».
«Ora metti in libertà mia moglie».
«Sul mio onore e nel nome di Dio, non la libererò prima di aver visti Pryderi e Rhiannon liberi davanti a me».
«Eccoli».

Pryderi-Rhiannon-fontanaIn quel momento, apparvero Pryderi e Rhiannon. Manawyddan andò loro incontro, li salutò e tutti sedettero insieme.
«Signore – disse il vescovo – ora libera mia moglie; non hai forse avuto tutto ciò che avevi chiesto?».
«Volentieri».
E la mise in libertà. Il vescovo la colpì con la sua bacchetta incantata, ed ella ridivenne una fanciulla, la più bella che si fosse mai vista.
«Guarda il paese intorno – disse il vescovo – e vedrai le case e le abitazioni in buono stato come prima».
Manawyddan si alzò e guardò. Tutto il paese era abitato e vi erano le greggi e le case.
«A qual servizio sono stati adibiti Pryderi e Rhiannon?», chiese Manawyddan.
«Pryderi portava al collo il martello della porta della mia corte, e Rhiannon la cavezza degli asini dopo che essi avevano trasportato il fieno. Questa è stata la loro prigionia».
A causa di ciò questa storia è chiamata «il Mabinogi della Cavezza e del Martello».

(Mabinogion: Manawyddan figlio di Llyr)