Miti e leggende di «Una gamba»

Una sola gamba ha Faro, l’Antenato dei Mandingo. Una gamba sola, una mano sola, un occhio solo, ha «il Vecchio» del folklore samoiedo. In un misterioso Uomo con un’unica gamba «tutta d’argento, incrostata d’oro e di pietre preziose», s’imbatte Gawain nel Perceval di Chrétien.
Shiva-Una-GambaCome non pensare al principe Dhruva che, a quanto recita il Bhâgavata Purâna indù, in tanto si eleva al rango di stella del polo, in quanto è capace di reggersi in piedi su una sola gamba?
Il «segno» si ritrova perfino nella gru di Chichibio, camuffato da farsa a beneficio dei lettori del Decamerone. Ormai non ci «insegna» più che a ridere. A ridere forse di ciò che un tempo, magari, faceva piangere. Certo è che per un maya non doveva essere un momento di allegria quello che lo metteva faccia a faccia col suo dio «tempestoso» (e sempre intempestivo) Hunrakán, alla lettera: «Una Gamba», il dio del Tuono.

In India si racconta che, per tutta la durata del suo «esercizio ascetico», il rsi Visvâmitra stette immobile «come una colonna, sostenendosi sulla punta di un solo piede». E fu così, fu grazie a questa sua «ginnastica» (da derviscio catatonico), che meditando ascese tra le sette stelle – i sette rsi – dell’Orsa Maggiore, e là gli fu «assegnata» la stella Benetnaš, la «stella della bara» per esservi sepolto assieme al «vecchio mondo».
Non fa differenza: che sia di Visvâmitra, di Biancaneve, di Osiride o di Quetzalcoatl, la bara è fatta di legno. Questo è poco, ma sicuro!

Ed è altrettanto sicuro che fu una tragedia cosmica, allorché il re del Libano, il Re della Terra dei cedri, non riconobbe la bara, solo perché era coperta di erica, e tanto meno riconobbe la precedenza ontologica del dio che vi era sepolto.
E allora che fece? Prese il legno della bara, lo fece a pezzi, lo scortecciò, e ne fece il pilastro su cui poggiare il tetto (inclinato) della sua reggia. E lungo questo «piano inclinato» (aveva una gamba più corta dell’altra!), a quel che si racconta, scivolando dolcemente, Stella discese in terra.

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In alto, a destra, l’Orsa Maggiore: Benetnaš è la stella all’estremità del manico

Discese dolcemente la treccia bionda di Isotta, giù dalla finestra della torre. E che fecero di quella «ciocca» i suoi divini spasimanti?
Non fecero niente: ecco la colpa! Non si lasciarono prendere dalla curiosità di sapere, e perciò non sapendo che «legno è sotto fuoco», non s’inchinarono a raccogliere la scia di Angelica nel bosco.
E non mangiarono il pane, non bevvero la birra dei poeti.
E non s’immaginarono un dio (erano troppo divini per farlo), né gli offrirono sacrifici (sarebbe stato come dissacrare Se Stessi).
Perciò finì l’anno «1 canna»: il mondo doveva, da allora in poi, reggersi sul solo piede di Šravanâ, «lo Zoppo», formato dalle stelle alfa beta e gamma dell’Aquila.
È, in proposizione teopatica, la stessa cosa che si può dire con parole più semplici: dalla stella della bara tirando una freccia d’arco all’aquila, trovi il nome della Stella.

Trovi cioè l’«anello» più debole della catena di frecce che il Racconto Umano lancia contro la volta celeste, in cerca di un appiglio che lo trattenga dal cadere nel vuoto.
Trovi la parola più fragile tra quelle su cui si reggono tutte le storie che racconta. La parola «zoppa», coperta a metà dal rumore del Dio-Tuono.
Trovi la «luce nera» di una preghiera che sulle prime ti suonerà blasfema.
Ma tu non temere. Se hai capito «per dove» Stella discese dal cielo sulla terra, non puoi far finta di non sapere «per chi» discese.

Discese, e lo sai, per un altro – mio caro Apollo. Tu sei un dio, e la cosa non ti fece un bell’effetto. Figurati a uno di noi!
Che altro potevamo fare, dimmelo tu, divino Apollo? che altro, se non darci da fare a «essere l’altro»?
Tu, Apollo, «creasti» un mondo immaginario. Tu, bambino, d’immagini ti nutristi, e ti fabbricasti idoli vivendo tra i fantasmi. Fu allora che ti venne il primo desiderio «dell’altro», allora fu che scopristi che l’oggetto dei tuoi desideri – la tua Stella! – era altra da te, fuori di te, estranea a te, sconosciuta a te, incredibile! – proprio a te che eri il solo a conoscerla!

derviscioFu una Volpe, solo una Volpe Zoppa, a darci una mano, ti ricordi?
Un’astuzia. Ci bastò una piccola astuzia, per resistere a quel dolore. Al dolore che tu, che sei un dio, non conosci. Al dolore con cui si entra nel mondo sconosciuto. Solo per inseguire Stella. E solo con una gamba. L’altra, avendola lasciata lassù. Dalle parti di casa tua, Apollo.
Facci il favore: tienicela da parte. Un giorno, forse, avremo di nuovo bisogno di camminare su tutt’e due le gambe.
Il giorno che non avremo più bisogno di venirci a mentire nelle parole di un racconto. Il giorno che non ci rimetteremo più a ciò che dal Racconto ci ritorna invertito, per venirci a dire ciò che non siamo. Il giorno che ci stancheremo di essere l’altro per un’altra che neanche ci avrà conosciuti.