A voi lo posso dire

A voi lo posso dire. Soltanto a voi, miei piccoli lettori, lo posso rivelare, ma – mi raccomando – è un segreto: che resti tra noi!
Collodi s’è sbagliato, s’è dovuto sbagliare, e sapete perché?
Mastro-Ciliegia-ceramicaNon ci crederete, o forse ci crederete solo voi e solo ora che siete piccoli: l’ha fatto per sbrogliare un imbroglio che i grandi, quanto più grandi sono, e i sapienti, quanta più sapienza hanno, fanno di tutto per complicare ancora di più coi loro discorsi contorti.
Un problema? – ma sì, diciamo pure un problema.
Vogliamo dargli un nome «difficile»? – e allora diamoglielo: è il problema del minimo numero, il problema del numero più piccolo, il problema che una volta si diceva «del nano».
E già che ci siamo, vogliamo anticipare la soluzione? – e sia: la soluzione è «tre mezzi»! questo è il «segreto» e, come potete vedere da voi stessi, è uno di quelli che andarlo a dire in giro servirà solo a farvi passare per matti.

Quella che ai grandi e ai sapienti sembra paradossale, la Questione dei «tre mezzi» [maestri], è una montagna che solo voi, miei piccoli lettori – finché piccoli e leggeri resterete, non un attimo di più – la potete scalare.
Voi non avete da portare lassù i pesi che affaticano i grandi. Non avete da asservire degli sherpa per trasportare i vostri bagagli di conoscenze. Voi potete salire e scendere a vostro piacimento, senza dovervi genuflettere a qualche idolo incontrato lungo la strada.
Voi che idoli (ancora) non avete – voi che al più avete solo l’idolo della vostra stessa faccia di Narciso allo specchio – voi sì che sapete di che parlo, quando parlo dello sbaglio che Collodi dovette sbagliare, dell’abbaglio di cui dovette di nuovo abbagliarsi, per racimolare quel poco di parole toscane che è tutto il Racconto che delle avventure di un pezzo di legno ci rimane.
Che volete che vi dica? – che anche nella forma erudita del «ramo d’oro», è sempre di un «pezzo di legno» che si parla? che anche il nome di Gilgameš, cioè del più antico Eroe della più antica Epopea che si conosca, alla lettera questo significa: pezzo di legno?

Titano-alberoLe cose, voi piccoli lettori lo sapete, stanno alla rovescia nelle parole.
Voi lo sapete, non devo dimostrarvelo. Voi lo vedete: non è Pinocchio, non è lui l’intruso nel Racconto degli dèi, o dei titanici eroi che in illo tempore gli dèi sconfissero. No, è alla rovescia. Sono gli dèi, sono gli eroi, sono loro gli intrusi entrati, di loro iniziativa!, nel Racconto del Guaglione.
E dico «del Guaglione», del Bambino – perché già chiamarlo Racconto «del fanciullo divino» sarebbe come mettergli subito un vestito addosso, prima di sapere se e dove e a quale carnevale è invitato.

E allora, su, non perdiamoci d’animo, e ricominciamo dal punto dov’eravamo rimasti!
Stavamo dicendo, vi ricordate?, che Mastro Ciliegia e Mastro Geppetto sono due doppioni, due falegnami: non vi pare che ce n’è uno di troppo? Due sosia: ecco quello che sono Mastro Ciliegia e Mastro Geppetto! Due maestri di una stessa maestria – di cui, però, uno è alle prese col passato (il tavolino che da chissà quanto tempo s’è «azzoppato»), mentre l’altro è tutto sbilanciato al futuro («mi farò un burattino per girare il mondo», dice – salvo poi doversi «azzoppare» lui di persona per venire in possesso del «pezzo di legno» che doveva essere «sacrificato» alla riparazione d’un vecchio torto).
Due replicanti che si somigliano a tal punto, che Collodi ha dovuto mettergli in testa due parrucche di colore diverso per distinguerli. Ecco perché ci sorge la domanda: perché il Racconto non comincia che il «pezzo di legno» è già a casa di Mastro Geppetto? Non poteva Collodi risparmiarsi i primi due capitoli e cominciare direttamente dal Terzo?

Prometeo-aquilaMa io vi dico che Collodi s’è dovuto sbagliare, che l’ha fatto apposta questo «errore»: Collodi doveva s-doppiare il nome del Mastro, per rimanere fedele alle «istruzioni» dei narratori precedenti. Ti dice niente la coppia «Prometeo e Epimeteo»? o quella «Óðinn e Týr»? o «Varuna e Mithra»?
Lo so, questi sono i nomi che usano i grandi – ma per chiamare chi, se non i due mezzi complici di una stessa maestria? chi, se non i due mezzi sapienti – ciascuno per la sua metà – di una Sophia che, per essere saputa, ha bisogno di essere ri-conosciuta, e dunque due volte conosciuta, e che ora da due «segni» soltanto è riconoscibile: dal colore dei capelli e dall’arte delle mani (ne riparleremo, se dio vuole, quando parleremo di Isotta)?

Due «manovali» sono Mastro Ciliegia e Mastro Geppetto, due falegnami, due copie di uno Stesso Personaggio. Si distinguono per la «parrucca»: brizzolata l’una, e l’altra gialla (primo segno), e per il diverso uso manuale che intendono fare del pezzo di legno (secondo segno).
Due maschere sovrapponibili, tranne che per questi due piccoli dettagli. Una è vecchia, antica, talmente antica da prendere nome dalla forma a ciliegia del naso: forma che «tradisce» il legno, e dunque l’albero [il «vegetale»] di cui è fatta (il Ciliegio). L’altra invece è recente, antica anch’essa ma più recente, diciamo dell’«età dei Titani» (ti dice niente Giapeto, niente Jafet? qualcuno dice che è da lì che viene il nome di Geppetto).

Due mezzi per generare il Terzo. Lo dice Plotino, e io ci insisto: l’Uomo è terzo della serie «vegetale animale umano»:

VEGETALE MASTRO CILIEGIA
ANIMALE TITANICO MASTRO GEPPETTO
UMANO PINOCCHIO

Mastro Ciliegia e Mastro Geppetto sono il Passato Remoto e il Passato Prossimo dell’Uomo Futuro. Dell’Uomo che sarà «figlio del Falegname». Di quell’Uomo che è ancora in nuce – finché è nel legno, nel nocciolo, nel midollo spinale dell’Albero della sua essenza.
Era un ontano, chissà, forse era un frassino. I miti e le leggende sono talmente tanti, e ognuno ha una sua flora da rispettare. Ma in fin dei conti non importa se era una quercia o una betulla. Lasciamo la questione ai grandi, e per conto nostro teniamo a mente solo questo: il Racconto dice che, per esistere, l’Uomo non si è strappato solo al Regno Animale, ma che c’è in lui qualcosa di molto più antico, una radice «Neuro-Vegetativa» che, per quanto sradicata, rimossa cioè dal suo «posto», continua a tenerlo in comunicazione «alimentare» con la Terra su cui, da quando è animale, «si sposta».

ciliegieSe mangiamo l’erba e la frutta, vuol dire che Mastro Ciliegia è ancora nelle nostre viscere. E se per caso mangiamo proprio le ciliegie, vuol dire che siamo a Maggio. Vuol dire (lo dice la parola) che siamo nel Tempo del Mago. Che siamo sotto il suo mal-occhio: ci fa apparire per magia la materia prima, ci fa trovare la materia grezza, ci fa fiutare l’odore del suo Albero – l’odore del «frutto proibito», di quello che fu l’«oggetto» del primo peccato del nostro Antenato: il peccato «vegetale» del primo «mezzo Maestro».
Solo questo è nelle corde di Mastro Ciliegia, il primo «mezzo» che entra in scena. Oltre a procurare l’«oggetto», la «cosa meravigliosa» piovuta dal cielo e impigliatasi nei suoi rami, Mastro Ciliegia non può e non sa fare altro.

Il Racconto dice che l’impresa a cui Mastro Ciliegia è impotente – affrontare il Rimosso che ritorna [dai remoti tempi e luoghi della foresta] e che di colpo gli «parla» (attraverso la vocina del pezzo di legno) – dice che l’impresa, lasciata a metà, passa di mano a Mastro Geppetto. Da un mezzo a un altro mezzo Maestro.
Proprio così: passa dalla Sophia con la chioma brizzolata alla Sophia abile di mano. Dall’«Antico dei giorni» che ha procurato (magari rubandolo: è il caso di Prometeo) il tizzone di un fuoco che tuttavia non sa accendere – al «Titano ingegnoso», all’Artigiano, Falegname o Fabbro (in ogni caso al «Manovale» abile) che, di quel fuoco, invece ha già in mente un certo «futuro».
È la stessa «sapienza» ancora insipida, ancora analfabetica, pre-umana, divisa però in due «mezzi» sapienti: uno che sa di passato, l’altro di futuro.
Uno che sa di erbe e di radici selvatiche, che sa di legno e di foresta e che, badate bene, non ha bisogno del fuoco per nutrirsi (mangia crudo), l’altro invece che del fuoco ha bisogno, eccome se ne ha bisogno: è un animale che si nutre della carne di animali, ma che a differenza degli altri animali la mangia cotta. Il suo è un «peccato animale».

Due mezzi sapienti non fanno però una Sapienza intera. Fanno, questo sì, una sola «cosa meravigliosa»: fanno quel Terzo Mezzo che attira a sé la curiosità e l’interesse di entrambi. Uno lo «preleva» dalla legna accatastata a casa sua, e l’altro lo «lavora» dopo esserselo portato nella sua bottega.
Fanno casa e bottega, ma ciascuno a casa sua o nella sua bottega. I due non possono cooperare. L’Ape Regina non può andare in giro nei prati a succhiare il polline dei fiori – questo spetta alle «operaie».

Qualcuno la chiama «divisione del lavoro». D’accordo, chiamiamola pure così, ma – miei cari piccoli lettori – mi raccomando: questa «divisione» dei ruoli o dei compiti, non pensatela soltanto come una cosa che succede fuori di voi, perché essa attraversa, divide, taglia, dimezza ciascuno di noi.
toto_pinocchioPensate dunque al vostro Mastro Ciliegia, a quello che è all’opera dentro di voi e che vi procura la materia prima delle vostre fantasie, e al vostro Mastro Geppetto, al Fabbro che nella fucina dei vostri desideri fabbrica pupazzi, automi e balocchi.

Ci siete?
Bene!
Adesso domandatevi: chi è il Terzo Mezzo di cui racconta il Racconto? chi questo «dispari» che i due si passano di mano, contendendoselo?
Vi ricordate? questo «terzo» mancante all’appello, questo «resto» che rimane sempre incompiuto – il glorioso Enea dovette scendere all’inferno, e dopo di lui Dante, a procurarselo.
Il ramo d’oro, il tirso, la canna per accendere il fuoco – il manico del martello, nonché della scopa delle befane, e lo scettro del comando, o il bastone, la clava – eccolo il Terzo Maestro! Senza contare i doppi sensi sessuali.
Insomma, facendo finta di non vedere più dov’è – se mai c’è – un confine tra il senso proprio e il figurato delle parole del Racconto.
Lasciando che da sé il Racconto figuri i «tre mezzi» di cui ogni Pinocchio si appropria come dei suoi Maestri.