Gli «uccelli parlanti» del presidente Schreber

Paul-SchreberL’occhio del presidente Schreber è stato «miracolato»: come Apollo, né più né meno di come succede a un dio bambino, ha preso una «svista», ha avuto un «miraggio», è stato sedotto da una Sposa di luce, ne è stato abbagliato al Solstizio della sua infanzia.
Era la più bella del Reame! La meraviglia del Paese delle meraviglie.
Capisci? da allora, luce su luce, come un albero, il presidente Schreber ha messo le radici ed è venuto su da quel «malocchio».

Quando lo ritroviamo vecchio, all’altro capo della sua vita l’incontriamo che, la sua vita, lui l’ha dovuta immolare alla sua leggenda. Per resistere in quel poco che gli era dato di esistere, il bambino ha finito per doversi riscrivere a Se Stesso nel Libro degli Uomini.
Anche lui.
Capisci? un occhio, anche al presidente Schreber come a chissà quanti di noi, è da quando era bambino e lo «gettò» nello specchio, è da allora che fa male. Dacché si è lasciato «miracolare» dai suoi fantasmi.
Ma come se non bastasse, il suo «male» dalle radici gli è salito lungo il tronco e si è sparso di ramo in ramo fino ad ammalare il fogliame. Come se non bastasse, a quel malocchio si è aggiunta una «maledizione». Com’è come non è – il presidente Schreber continua a dire male, continua a delirare il suo «miracolo».

È che s’è fatto uomo e, come tutti gli uomini, non riesce a togliersi dalla testa l’idea d’essere lui il predestinato, l’eletto, l’inviato dal cielo in terra a redimere il mondo.
Però, maledizione! – per portare a termine questa sua missione, il presidente Schreber deve prima trasformarsi in donna: non è lui a volerlo, ma l’Ordine del Mondo. Lui rimarrebbe pure maschio, se solo lo stato di perdizione in cui versa l’umanità non necessitasse di questa sua «metamorfosi sessuale», per riconquistare «la perduta beatitudine».

Il presidente sa che per il «miracolo perfetto» ci vogliono anni o addirittura decenni. Perciò ha pazienza, e aspetta. Ormai è già da un pezzo che nel suo corpo succedono, non uno, ma più miracoli. Lui però ha pazienza, e aspetta. Solo che a ogni miracolo è una lotta. Ogni volta è un assedio di voci. Le voci l’assediano e lo «maledicono».
A ogni maledizione, è un pezzo del suo corpo che si strugge. Fa male ed è alla mercé del «male», impotente a sanarsi.

daniel-schreber-paranoic-nerve-languageÈ da un bel po’ che il presidente Schreber vive ormai «senza stomaco, senza intestino, quasi senza polmoni, con l’esofago lacerato, senza vescica, con costole frantumate, talora insieme col cibo avrebbe ingoiato parte della sua laringe ecc.» (Freud).
A quest’ora sarebbe già tutto disfatto, se i «miracoli» non lo rinnovassero, investendolo di nuovi «raggi», di nuove eccitazioni, e se «proprio i nervi più eccitati» non avessero, come lui dice, la proprietà di attrarre Dio al suo corpo.

Queste «eccitazioni» un tempo minacciose, da un po’ di tempo – pare – non lo tormentano più. Forse è da quando gli si è manifestato il suo progressivo ineluttabile «divenir femmina», da quando ha cominciato a sentire il suo corpo eccitato già da chissà quanti «nervi femminili», forse è da allora che il presidente s’è sentito meglio: da quando si è lasciato «fecondare» da Dio per mettere al mondo gli uomini della nuova umanità.
«Soltanto allora potrà morire di morte naturale e avrà conquistato la beatitudine per sé e per tutti gli uomini. Nel frattempo non soltanto il sole ma anche gli alberi e gli uccelli, che sarebbero come ‘resti di precedenti anime umane miracolosamente trasformati’, si rivolgerebbero a lui con suoni umani e ovunque intorno a lui accadrebbero cose mirabili» (Freud).

Ma mi domando: e se questi «raggi di dio» di cui delira il presidente Schreber fossero i magici fili di seta setella con cui il Racconto Umano avvince a sé il Lupo e l’incatena? se a incatenare i nervi eccitati del presidente fosse il potere occulto della Metafora all’opera nel Racconto della sua Gente? – se dio fosse quello che certamente è, un «nome», un «segno», una «parola», se fosse lasciato essere solo questo che è – allora, scusa: i suoi «raggi», chi è così cieco da non vedere da dove vengono?
Vengono dal Racconto – non possono venire che dalla magia dei suoi Si dice, dai sortilegi e dagli incantesimi con cui il Racconto seduce ad arte la pazzia dei bambini.

E se fosse questa la pazzia del presidente Schreber? attribuire a «dio», e con ciò maledire, la fonte di quei raggi? Se fosse questa «maledizione» a tenerlo in ostaggio dei fantasmi? se a possederlo fossero, non gli angeli di un dio, ma i demoni del Racconto?
Se c’è del «divino» e insieme [necessariamente] del «diabolico» nella sua pazzia, il presidente Schreber, e soprattutto chi lo «tiene in cura», farebbe bene a insistere: ci vogliono due compari, per fare una «comparsa». Un gatto e una volpe per un Pinocchio. Un occhio e un orecchio per fare del loro doppio enigma un solo «Campo dei Miracoli».

SchreberÈ così ingenuo il Guaglione, è ancora un burattino, è solo un pezzo di legno, che due «raggi divini» qualunque, due «visioni» distinte e separate, due casuali «incontri visivi» possono indurlo all’equivoco, indurlo ad accoppiare e scoppiare le voci attraverso cui gli «oggetti irradiati» si richiamano tra loro, indurlo a produrre un quiproquo, un errore «a orecchio».
Quell’errore poi lo risucchia in un altro dominio. Quell’errore lo costringe a passare «a rovescio» le Porte della Notte e del Giorno. A uscire dove non era mai uscito. Fuori di Sé. A inseguire nelle dicerie del Racconto la ricetta per il suo malocchio.
E poiché non c’è errore che non comporti movimento, poiché non c’è abbaglio che non si sbagli su dove irradia la sua labile magia – ecco che dall’occhio il «male» passa nella «dizione». Amen.
Solo a orecchio succede che due «raggi» coincidono in una stessa voce.
Della serie «immagine, immagine, simbolo».
Versione riveduta e corretta: «abbaglio, abbaglio, sbaglio».

Apollo non colse che una sola immagine, un solo «oggetto visivo» nell’Ora del Solstizio. Colse un raggio troppo casto, o forse troppo timido, per aprirsi a una congiunzione, uno sposalizio, una festa di nozze.
Apollo rimase prigioniero del linguaggio immaginario.
Gli dèi immaginano, solo gli uomini simboleggiano. Solo gli uomini portano nella Parola ciò che hanno visto. Ma non tutto ciò che è «parlato» è simbolo. Anzi, il più delle volte è diavolo. È corvo.
Perciò gli uomini si benedicono, ma anche e soprattutto si maledicono a vicenda.
Se il presidente Schreber è impazzito, non è colpa del malocchio. No! – è che lo stiamo continuando a maledire noi, anche ora che è morto. Siamo noi coi nostri «si dice» la causa di tutte le sue emicranie, comprese quelle postume.

Ci vogliono due generi per generare un sesso: il presidente Schreber l’ha capito. Ha capito d’essere [detto] maschio e che deve divenir [ciò che si dice essere] femmina per dare futuro al miracolo. Ha capito che il malocchio in ogni bambino risale a quando era «ermafrodito», lui come i suoi fantasmi. Ha capito che l’occhio gettato nello specchio deve sposarsi (o scendere a patti?) con la parola [dei «si dice»].
Perciò, al presidente non basta essere maschio. Egli vuole provare il piacere di «soggiacere alla copula» come [si dice che] piace alle femmine. Vuole essere fecondato. E invece è ancora sterile.

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Schreber si duole di esser molestato dai cosiddetti «uccelli miracolati» o «uccelli parlanti» ai quali egli attribuisce una serie di bizzarre qualità. Secondo la sua convinzione, essi sarebbero costituiti da avanzi di antichi «vestiboli del cielo», cioè di anime umane un tempo beate che, cariche di veleno cadaverico, gli sarebbero state aizzate contro. Esse sono state messe in condizione di recitare «locuzioni assurde imparate a memoria che sono state impresse in loro». Ogni volta che esse hanno scaricato su di lui il veleno cadaverico che era stato depositato in loro, «quando cioè hanno snocciolato le frasi che in un certo senso erano state loro impresse» si dissolvono nella sua anima, proferendo le parole «Brutto maledetto» oppure «Ah, maledetto», le uniche che sono capaci di pronunciare per esprimere un sentimento autentico. Né esse intendono il senso delle loro parole, ma hanno una naturale sensibilità per le voci che hanno un suono simile se pure non identico [assonanze]. Per esse ha poca importanza che si dica:
Santiago o Carthago
Chinesentum o Jesum Christum
Abendroth o Atemnot
Ariman o Ackermann ecc.
[Santiago o Cartagine,
Cineseria o Gesù Cristo,
Tramonto o affanno nel respiro,
Ariman o contadino.]
(Freud)

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Cosa fanno dunque i «raggi divini» al presidente Schreber? L’investono di «frasi»! I «raggi» parlano! Parlano la «lingua degli uccelli». Non è nessuna delle nostre lingue «umane». È una «lingua» più antica. Non ha molte regole di grammatica, anzi – forse – nessuna. E ha una sintassi alquanto elementare: ignora soggetto e predicato. Non ha nulla da dire, niente da comunicare o esprimere. Non significa niente.
È la lingua che, lasciata essere nella bocca dei bambini, «produce» suoni.
Suoni che, a detta del presidente, sono sensibili alle loro reciproche affinità, e a nient’altro!

Ma com’è? il presidente lo dice, ma non se ne accorge: sono le nostre parole, le parole della nostra prosaica sapienza, a maledire le voci dei suoi uccelli, a togliere loro la parola per darla invece al novello Mefistofele o al Grillo Parlante di turno.
Gli «uccelli», le voci di femmine, le «oche» (è Freud che le interpreta così) che gli parlano intorno – sono loro a maledirlo, a «dire male» il «male dell’occhio» e, invece di guarirlo, a lasciarlo ancora più solo, sempre più scapolo.
Sono fili di seta sottile, fili di magia invisibile, fili tessuti al principio del mondo. Sono vestiti di parole, o almeno è così che li sente il presidente Schreber, quando gli piovono addosso.
Adolf Wölfli - Palazzo dell'InquisizioneQuesti raggi mi avvelenano! – dice. – Questi raggi mi maledicono ogni volta che non riesco a estinguerli in una rima o assonanza.
Dice che li deve dire bene per non esserne avvelenato.

Per dirli bene, ma sì diciamolo: per «benedirli», il presidente ha bisogno di «sposarli» alla maniera dei musici e dei poeti. Ha bisogno di abbinarli, di prenderli a coppia, di coniugarli, si badi bene, non in una frase sensata, ma in una frase che produca eufonia.
Non c’è nessuna relazione di senso tra Santiago e Carthago. Se fanno una benedizione, è solo se e quando «consuonano» a coppie.
Solo se e quando nei «vestiboli del cielo», in quelli che il presidente chiama i «reami anteriori» di Dio [c’è un tempio nell’udito, dice Rilke], entrano a due a due, come gli animali sull’arca di Noè, i suoni giusti a farlo sopravvivere nel miracolo a cui, da bambino, ha immolato un occhio della sua fronte.

* Tutte le citazioni di Freud sono tratte da Il caso clinico del presidente Schreber