I peccati di Prometeo

prometeo-ruba-fuocoLa tradizione attribuisce a Prometeo due «peccati»: l’inganno di Zeus e il furto del fuoco. Sono i due «atti» in sequenza che, a detta di Esiodo, in illo tempore «separarono» (εκρίνοντο: fecero il discrimine) tra la sfera degli dèi e quella degli uomini. Prima che Prometeo si macchiasse del duplice «crimine», non c’era differenza, distanza, disgiunzione tra il «divino» e l’«umano». Anzi, a voler essere ancora più pignoli: allora l’Uomo non esisteva ancora!
I due «crimini» di Prometeo, i due «momenti critici» che posero termine a questa indistinzione originaria, sono il preludio, e insieme la materia prima, di un «umano» ancora in germe, ancora di là da venire, e perciò non all’Uomo si possono imputare ma all’«antenato» dell’Uomo, ossia a quell’«animale» che, a detta del Racconto, fu un «dio» o quantomeno convisse confuso con gli dèi fino alla «rottura» prometeica.

In quanto danno origine all’Uomo, li possiamo anche chiamare i due «peccati originali». E tuttavia, sebbene l’Uomo li porti per così dire iscritti nel suo dna, essi non sono ascrivibili che al suo Antenato «divino – animale». Magari non saranno oggetto di dibattimento giudiziario, il luogo del loro «processo» non sarà ancora il nostro «senso di colpa», e tuttavia restano atti «criminali», in quanto segnano una de-cisione, comportano un «taglio», producono una «cesura» irreversibile del cordone ombelicale dal Grembo di Nostra Madre.
Solo dopo sarà nato l’Uomo.

Cambia la scena, mutano le battute del copione, si travestono i personaggi, ma gira e rigira – quando si leva il sipario – il Teatro Antico, a quanto pare, ricomincia sempre dalla solita narrazione del quando dove e come l’Uomo fece la sua apparizione sulla Ribalta del Mondo – quando dove e come nel mondo si aprì lo spazio «separato» che doveva diventare la Casa dell’Uomo.
La storia di Prometeo, o meglio della coppia «Prometeo – Epimeteo», è solo la variante greca di un’antica messinscena, il cui «soggetto» è stato, nel tempo, «oggetto» di molte trasformazioni e traduzioni, ma ha conservato comunque un suo proprio «isomorfismo»: una costante «strutturale» nella varianza delle maschere che calcano la scena.

Prometeo-Epimeteo

L’Uomo, dice il Racconto, nasce da un conflitto tra il «dio» e l’«animale». E dice che dipende dai punti di vista se ora è il «dio» che sfida la diffidenza dell’«animale» per incatenarlo e renderlo innocuo, e ora viceversa l’«animale» che agisce fraudolentemente contro il «dio».
Puoi guardarla da una parte o dall’altra, se guardi bene – la scena è la stessa! Stessa è la sequenza: animale, animale, uomo.

Solo la «terza corda», il laccio di sottilissima seta fabbricato dagli elfi nani al servizio di Óðinn, paralizzerà il Lupo. Saranno perciò necessari due «peccati» preparatori. E precisamente: un «furto» e una «menzogna». Il Guercio «ruba» qualcosa alla «fonte di Mímir» (primo peccato), il Monco «mente» al Lupo (secondo peccato).

Alla «fonte» il Monocolo rapisce la materia prima, le rune, degli incantesimi: una volta che l’ha consegnata agli dèi, Týr il Monco se ne serve per fabbricare menzogne. Sono gli dèi a introdurre la «falsità» nella parola, l’inganno, lo spergiuro, il dolo. Sono gli dèi che «imbrogliano» l’animale. Lo fanno, si dice, a fin di bene. Per mettere al mondo l’Uomo.
Due peccati «divini» contro l’animale – per incatenare gli istinti animali. Furto e dolo. Non proprio dei «peccatucci». Ma sai come vanno le cose al mondo: gli dèi sono i primi a «chiudere un occhio» sui propri vizi. Almeno questo è lo spirito del Racconto nella versione norrena.

Se ora torniamo su Prometeo, i due «peccati» sono ancora là: invertiti nei tempi, ma tuttavia sempre gli stessi: dolo e furto, parola falsa e ladrocinio. Cambia il «peccatore», ma il «crimine» è lo stesso e produce infine lo stesso «effetto»: l’apparizione dell’Uomo sulla scena del Mondo.
Qui il «dio» è imbrogliato, e l’«animale» è il suo imbroglione: il peccato è lo stesso – signori, in principio, dice il Racconto, ci fu una volta un «imbroglio».
Qui il «dio» è derubato, e l’«animale» è il suo ladrone: il peccato non cambia – signore e signori, dice il Prologo a Teatro, il sipario si può alzare dacché è stato scippato agli dèi l’incipit di un nuovo mondo, la scintilla d’una «terzietà» sconosciuta agli dèi.

La separazione, il crimine, la disgiunzione, la ferita aperta dai due «peccati» è l’immutato Soggetto della Commedia, almeno di quella «recitata» in lingua indoeuropea.
Sta allo sceneggiatore di turno trattarlo e ritrattarlo da tutt’e due i punti di vista (quello norreno e quello greco, nel nostro caso). Sta a lui svincolarsi dal pregiudizio del suo ramo linguistico di appartenenza, se vuole restituire al Soggetto i suoi «diritti»: in primis, quello a essere passato e ripassato alla dritta e alla rovescia, nel rispetto, se non altro, della sua originaria scansione binaria: due peccati, due sfere che s-coppiano, due grandi attori (il Guercio e il Mutilato da una parte, il Sapiente e lo Stolto dall’altra), due mondi che si litigano lo spazio «naturale», due modi di «marcare il territorio» di propria competenza.

Nachtmahr-cavallo-MefistofeleSta allo sceneggiatore far tesoro di quanto dice Plotino: l’Uomo è terzo. Non è né primo né secondo. Non è né dio né animale. L’Uomo è un «resto» del loro conflitto. Sono in conflitto dio e il diavolo, se lo disputano loro lo spazio. Sono loro a scandire il tempo.
Due battute «precedono» il Racconto Umano: se le suonano di santa ragione, il dio e l’animale, il Mariuolo (che una volta è dio: Óðinn o Ermes, un’altra animale: Prometeo o il Gatto) e lo Storpio (che una volta è animale: Prometeo o la Volpe, un’altra è dio: Týr).

Le due battute del Prologo in Cielo – l’istinto a rubare «cose» e «conoscenze», e l’istinto a mentire a proposito di «fatti» e «misfatti», nella vita hanno diritto alla precedenza sul Prologo in Teatro – ma a Teatro, quando finalmente il sipario si alza sul Terzo, sull’Uomo, (il Faust di Goethe ce lo dimostra) è bene che il Prologo Umano preceda quello Divino – Animale per venire a dire: Signore e Signori, questo è quanto il Racconto riesce a raccontare dei suoi due «genitori»: il Simbolico e il Diabolico. Per venire a confessare il «doppio crimine» del canone teatrale – del canone di ogni «rappresentazione» umana, in quanto fondata sulla «falsificazione» di un sapere «rubato».
Il dio e l’animale si sono ingannati e derubati a vicenda. Fu un solo «atto», ma è solo da quando il Racconto lo racconta che esso ha «attuato» l’Uomo. Perché è solo dacché esiste l’Uomo – che esiste il Racconto degli dèi e degli animali.

Se stasera qui si recita il Soggetto alla rovescia – prima l’Uomo e poi il suo Antenato, è perché – dice Goethe – questo amiamo portare in scena: il tempo che va controcorrente, il tempo che ricongiunge Edipo a sua madre, alla sua Sfinge nel deserto.
Perché il mondo era deserto, prima che l’abitasse l’Uomo.
Il mondo era pieno di dèi, eppure non c’era da nessuna parte il mondo prima che due compari, disputandosi lo spazio, s’infliggessero quella doppia reciproca «ferita» da cui doveva sgorgare l’Umano.