Edda – Óðinn l’Appeso

Appeso-tarocco

Tutto io so, Óðinn,
dove hai nascosto il tuo occhio,
nella fonte famosa di Mímir;
Mímir beve il met
ogni giorno
sul pegno di Valföðr.
Che altro si vuol sapere?
(Völuspá, 28)

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Lo so che sono stato appeso all’albero battuto dal vento
nove intere notti,
da una lancia ferito e sacrificato a Óðinn,
io a me stesso,
su quell’albero che nessuno conosce
dove dalle radici s’erga.

Non fui gratificato di pane né di idromele:
in basso spiando guardavo.
Trassi su le rune gridando le trassi
e ricaddi di là.
(Hámavál, 138-139)

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Óðinn era un grande uomo di guerra, andava molto in giro e si impossessava di molti regni.
Era talmente vittorioso che vinceva tutte le battaglie. Per questo i suoi uomini credevano che avesse, come dono naturale, la vittoria in ogni battaglia.
Era sua abitudine, prima di mandare i suoi uomini in battaglia o in qualche altra missione, di imporre loro le mani sul capo e dare la sua benedizione; essi credevano allora che sarebbero stati sulla buona strada.
Tra i suoi uomini vi era anche l’abitudine, ogni volta che erano in pericolo in mare o in terra, di invocare il suo nome, e credevano di riceverne sempre conforto; pensavano di godere di ogni protezione là dove egli si trovava […]

Óðinn era esperto nell’arte di cambiare colore e forma a piacimento. Altra abilità era il suo modo di parlare: così gentilmente e pianamente che a tutti coloro che ascoltavano sembrava vero solo ciò che diceva lui. Parlava sempre in versi così come ora si declama la poesia. Lui e i suoi sacerdoti si chiamano «fabbri di canti» […]

Aveva in battaglia il potere di accecare o atterrire i nemici, di rendere le loro armi inette a ferire come semplici ramoscelli.
I suoi uomini invece avanzavano senza corazza invasi dalla furia come lupi o cani: mordevano nei loro scudi, erano forti come orsi o tori, sterminavano intere folle. Né il ferro né il fuoco potevano fermarli, e questa è detta «furia dei berserkir».

Óðinn cambiava aspetto; mentre il suo corpo giaceva come morto o addormentato egli diventava uccello o animale, pesce o serpe, portandosi in un batter d’occhio in terre lontane […]
Inoltre, con le sole parole, spegneva il fuoco, calmava i marosi, mutava il vento a volontà […]

Odino-fonte-MimirPresso di sé teneva la testa di Mímir che gli rivelava molte notizie dagli altri mondi. A volte risuscitava dalla terra i morti o si sedeva sotto i corpi penzolanti dalle forche; perciò era detto signore degli spiriti dei morti o degli impiccati.
Possedeva due corvi che aveva addestrato a parlare; essi volavano per l’ampio mondo e gli riferivano molte notizie […]

Óðinn possedeva l’arte, da cui scaturisce un grande potere e che egli stesso esercitava, che si chiama magia. Perciò aveva il potere di conoscere il destino degli uomini e le cose non ancora avvenute, oltre a quello di recare la morte o la sventura o la malattia agli uomini o anche di togliere il senno o la forza a uno per trasferirli ad altri.
Óðinn sapeva dov’erano nascosti tutti i tesori della terra, e conosceva i canti che gli aprivano la terra e le rocce, le pietre e i tumuli.
(Ynglingasaga, 2; 6-7)

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corvi-OdinoDue corvi stanno appollaiati sulle spalle di Óðinn e gli dicono all’orecchio tutto ciò che hanno visto o udito: si chiamano Huginn e Muninn.
Egli li invia all’aurora in volo attorno al mondo ed essi tornano sempre indietro durante la colazione del mattino; in tal modo egli viene a sapere molte notizie.
Perciò gli uomini lo hanno soprannominato il «dio dei corvi».
(Snorra Edda, Gylfaginning: 38)

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Huginn e Muninn ogni giorno volano
in alto sulla faccia della terra.
Per Huginn temo che non faccia ritorno
sebbene ancor più sia in pensiero per Muninn.
(Grímnismál, 20)