Ci sono labirinti della serie

Ci sono labirinti della serie «perdete ogni speranza voi che entrate».
Labirinti che disperano di uscire dai propri meandri. Intrecci di vie troppo intriganti per non andarci a dare un’occhiata – deviando.
Ci sono vie che sviano. Vie che ingannano i viandanti.

cigno-cantoPer es., quando si dice che il cigno canta solo in punto di morte, ci si attiene (dovrei dire: ci si aggrappa) a un banale errore «a orecchio». Si travisa, si storpia la lettera di un passaparola.
È evidente che il cigno non muore. Ma allora: come ha potuto la tradizione intestardirsi a tramandare questo «falso»?
Vuoi vedere che sull’evidenza di questa «falsità» essa si appoggia per dire di un equivoco, di un quiproquo, quel poco che può dire: che a dispetto delle evidenze, in stridente contrasto con la «realtà dei fatti», c’è un errore che non muore – una «menzogna» che sopravvive a ogni sua smentita? Insomma, una bugia troppo bugiarda, per riconciliarsi con la verità?

Verità. Ho detto: verità? Pardon – un’altra via che svia, è codesta. Lasciamo perdere e teniamoci bassi.

Il cigno canta solo il punto di morte. Canta solo l’«ultima ora», solo l’addio e il tramonto. In questo senso, è l’«antagonista» del gallo.
Il cigno «chiude» ciò che il gallo «apre».
Buonanotte … buongiorno.
E fu sera e fu mattina.
Si bemolle e fa diesis. Circolo di quinte. Della serie «disperate di uscirne», perché non è vostra la disperazione, ma delle note della canzone.
Il cigno le «vomita». Se sono note «di fuoco», il cigno le rigetta nell’ora del tramonto.

tramonto-gabbianiIl cigno non muore. Muore il giorno, muore la vita di un sentimento. Breve o lunga che sia stata, finisce la giornata, cessano i lavori, si abbassano le voci – finché tutto tace. Solo il cigno – quello è il momento che solo il cigno ha una nota da cantare: solo la stridente dolcezza di quella nota riassume e chiude il circolo vizioso dei risentimenti.
Il canto del cigno non ha un «dopo», non concede il bis, né un tardivo «oh, che peccato non averlo sentito allora!».
Il cigno non ha da assolvere nessuna sete o rigurgito di vendetta. Il cigno canta l’irripetibile. Perciò lo sente solo chi lo coglie a volo.

Canta il Cigno nei lamenti di Gilgameš: canta la morte dell’Amico. Non canta per gli uomini. No. Non ci sono più uomini dov’è morto l’Amico. È morto l’amico del Cigno. Non c’è più un uomo accanto a Gilgameš. Ci sono piume di cigno, ricordi dell’ultima ora, che galleggiano sulle sue lacrime.
Gilgameš non si rassegna: vuole risuscitarlo, l’Amico. Gilgameš vuole stare tra gli uomini, non tra queste bestie mascherate.
Ma l’Amico è morto, e Gilgameš è disperato.

Appena è entrato nei labirinti del dolore, Gilgameš si è disorientato. È andato fuori di testa. L’Amico – ha detto così – io lo vado a risuscitare!
Vado all’inferno – ha detto – vado a cercare l’ultimo uomo. Perché qui, al mio fianco, uomini non ci sono più dacché è morto Enkidu. Ci sono falsi e spergiuri, ci sono ladri e briganti, ci sono spie a tradimento, ci sono mentitori e lestofanti, idolatri e mercanti dei sentimenti altrui.
Vado all’inferno – canta il Cigno in si bemolle – scendo tra le Ombre più buie di questa mia disperazione, scendo a cercare la nota della Risurrezione. La nota immortale vado a cercare. Non ho amici. Non sono più un uomo. Non so più dove sto andando.

L’umanità, il cigno la può solo «vomitare». È tardi ormai, l’Umano è già tramontato.
Il cigno canta la morte dell’Umano, canta il tramonto dell’Amico. Non canta per gli uomini. Gli uomini sono morti assieme all’Amico. Canta per i cigni, per le oche e per le papere. Canta per tutti gli uccelli della palude – perché, dacché è morto l’Amico, il mondo intero è una Palude umanamente disabitata.
Nido di serpi.

Guarda gli Eumolpoi: «ridiventavano» cigni, perdevano il «nome umano», lo gettavano via nel bagno dell’immersione battesimale – dopo di che, senza più un nome proprio, ognuno di loro era un [pezzo di] Eumolpo, né più né meno di come un cigno è soltanto una piuma del Cigno.
Abdica all’«umano» chi di Nessuno è amico. Chi è amico dell’Amico ideale, e di nessuno di quelli che frequenta – è già solo per questo regredito, rintanato nell’«animale». Ma lui continua a chiamarsi «uomo», fingendo di non vedere l’evidenza: che l’Uomo è da un bel pezzo che è morto.

Ma chi glielo dice? chi conosce la lingua per dire ai morti che sono morti?
Anche gli Eumolpoi erano uomini morti all’umanità, eppure, a differenza di chi continua a mascherarsi da umano, alla loro regressione animale essi si davano pubblicamente.
Perché tutti lo vedessero: che è meglio tornare a essere una piuma d’uccello che continuare a fingersi uomini.

Che te ne pare?
Non è troppo bemolle questo si che si ripiega volontariamente nell’animale?
Dispera di risuscitare l’Umano.
L’Umano è stato un sogno, il sogno di una cosa, che così tanto male ha fatto all’umanità. Nel nome dell’Umano gli uomini si sono fatti la guerra, fino all’estinzione di ogni traccia di umanità.
L’Eumolpo se ne va.

Beati quelli che trovano il coraggio di gettarsi in mare il giorno in cui gli muore l’Amico.
tramonto-delfiniBeati i delfini e le balene che fanno volentieri a meno dei nostri travestimenti. Beati gli ultimi dei mohicani, ché non hanno visto il tragico epilogo del loro sogno umano.
Utopie, chiacchiere … labirinti dolosi, trappole ed esche. Neanche un dio come Dioniso fa in tempo a nascere, che è già morto.

Non sei amico di Nessuno? Sei morto.
Gettati a mare, fallo quest’ultimo sforzo, spogliati di ogni cultura, tuffati nella tua bestialità, smettila di spacciarti per uomo: è questo il requisito minimo dell’Eumolpo eleusino.

Capisci di che si tratta?
A Eleusi lo sapevano. Sapevano che il sogno dell’Umano era tramontato il giorno che Orfeo era tornato a mani vuote dall’inferno.
Il suo canto non aveva risuscitato l’Amata!
Aveva solo cantato l’insensatezza di chi cerca la nota della Risurrezione nei labirinti della serie «Pape Satàn Aleppe».
Ci sono spezzature di canto che nascono blasfeme. A Eleusi lo sapevano che l’Umano è morto bestemmiando Orfeo.

Ecco perché, non solo consentivano a che alcuni di loro si staccassero dal gruppo per assecondare la loro «animalità», ma addirittura li adottavano, se non proprio come «sacerdoti», quantomeno in qualità di «voci» a cui ancora prestare ascolto, di voci «sacre» perché provenienti da quell’oscuro «fondo» in cui affondano le remote radici del Sogno fallito.

Essere uomini, dopo il fallimento, è possibile solo in una finzione, solo grazie a un errore «a orecchio». Solo in un rinnovato equivoco, solo aggrappandosi a un perpetuo quiproquo, è possibile dirsi uomini a dispetto delle evidenze che lo smentiscono.
E solo il canto del cigno custodisce quest’errore che non muore: fingendo di morire lui, il cigno insiste a rammentarci questa ostinazione ad attribuirci un titolo, «uomo», e a prendere ciascun uomo un «nome proprio», quando ne basta uno per tutti quanti: Giuda, della serie «quando l’amico t’accarezza, vuole l’anima». Pardon, l’amico è Amico dei Trenta Denari.
Dell’anima, non sa che farsene, l’Amico delle «cose».
Sono le «cose» a sviarlo. E a nascondergli l’errore: il Cigno canta per questo. Canta per dire ai cigni: guardate quant’è ridicolo questo Fantasma che scimmiotta l’Uomo!