Per volontà della Cicogna

Dobbiamo tornare su un dettaglio: sul nome del luogo di iniziazioni più antico dei Misteri dei Cabiri. È Pausania che ce ne dà notizia: quel «posto» era detto «Alexarius», ovvero «il posto da dove Ares (Marte) fu [e tuttora deve essere] scacciato».
Noi conosciamo dai racconti un solo posto «vietato» a Marte: è il letto di Venere! il talamo nuziale, dove è bene che il «giglio bianco» la spunti sul «leone verde».
Si possono fare mille congetture, ma basta fare due più due, e il conto – pardon, il Racconto – torna.
cicogna-fagottoL’iniziazione culminava, la Festa finiva con la celebrazione di un trionfo: il neofita «si congiungeva» con la Cicogna, unendosi a Lei senza il furore del Guerriero. Tenendo fuori dalla porta Marte, il Forte, l’Indomito che è nel Maschio!

Marte è furioso, ha fretta e perciò non frappone tempo, non esita, non dubita, pretende l’immediato appagamento dei suoi desideri.
Perciò non «crea» quell’«intervallo d’insania» che è tutto ciò che, di «umano», il neofita ha da scoprire: l’intervallo tra il desiderio e l’appagamento, tra la fame e la sazietà. Il neofita ha da essere introdotto, scusate se è poco, nell’Arte dell’amplificazione di quest’intervallo, e della degustazione dei sapori che l’Attesa «genera» e che, quanto più «fermentano» e si lasciano attendere, tanto più spiritosi, spirituali o spiritati diventano.
De gustibus.

L’atto terminale, la «congiunzione», da sé non dice nulla. Tutto ciò che c’è, di «umano», da dire è ciò di cui si «riempie» la vanità dell’Attesa, è l’«erotico» chiamato a colmare il tempo vuoto del rinvio, l’intervallo tra la «raccolta di miele selvatico» nella foresta, e la fine della Festa – quando l’idromele dà alla testa e i festaioli si lasciano finalmente andare alla «libagione» sorseggiata, temperata, socialmente compatibile, della loro «libidine» naturale.

L’intervallo tra il miele e l’idromele, il tempo che ci vuole per estrarre liquore dal miele selvatico (che spesso è tossico e velenoso), il tempo che l’elisir richiede per fermentare o, se vuoi, per «spiritualizzare» l’istinto naturale, l’istinto di correre ad appagare «sul posto» gli appetiti – questo è il tempo «umano»: tempo sociale scandito al ritmo delle stagioni.
I liquori umani non sono che desideri «stagionati». Gli amori, nient’altro che appetiti rinviati – appetiti a cui è data la possibilità di essere sublimati. Di divenire sublimi, levandosi in volo alla maniera degli uccelli.

Botticelli - Venere e Marte
Sandro Botticelli – Venere e Marte

È questione, certo, di pazienza – di saper attendere: non di pretendere, né di contendere con gli altri rivali, ma di sapersi tendere incontro all’Attesa nei tempi e coi modi di approccio contemplati dal Rito delle alterne stagioni.
Ma come tendersi meglio, come estendersi se non rimettendo il proprio Se Stesso, il proprio «destino», e perfino i propri «attrezzi da gioco», all’uso a cui il Socio, attraverso il Rito, destina ogni neofita?
Come se il neofita non accetta, in primis, d’essere «mortificato» nei suoi istinti animali? Come – se il guerriero non depone le armi, prima di accedere al talamo di Venere?
Tanto per cominciare, deve identificarsi in uno solo dei due generi: deve ridursi a essere (o quantomeno a fare la parte di) solo maschio!

La «libidine» deve essere «educata», letteralmente: tratta via dal suo genio naturale, per essere «riciclata» e resa funzionale – di modo che funzioni come organo dell’Organismo Sociale. Organo, oltre che della riproduzione naturale, in quanto Mitos, seme, produttore di seme, anche e soprattutto della riproduzione sociale dei tempi e dei modi di appagamento dei desideri.

Charlot-uomo-macchina
Charlot – Tempi moderni

Forse, lo sceneggiatore moderno per dare tempo al Soggetto della Scena sarà tentato di farlo danzare: lo travestirà da uccello per il Lago dei cigni, ne farà uno Spasimante alla stregua di Romeo. Gli dirà: corteggia la Cicogna! Questo è il tempo umano, il tempo di mille cortesie sconosciute alla furia bestiale del Guerriero.

Orlando furioso, mio caro paladino, gli dirà, hai troppa fretta per poter essere ammesso a giacere nel letto di Angelica. Troppo fuoco ti brucia. Lo vedi? ardi di desiderio, come Apollo hai anche tu la gola secca.
Vedi? il Poeta ha mandato per te Astolfo sulla Luna. Forse non ce n’era bisogno. Forse poteva bastarti una doccia fredda.
Hai sentito di Cúchulainn, il Guerriero d’Irlanda? Tornava ogni volta dalla battaglia dove, come al solito, aveva fatto strage di nemici, talmente eccitato che bisognava immergerlo tre volte in una tinozza d’acqua gelida per calmare i suoi «bollori».

A sceneggiare i Misteri dei Cabiri, punto primo, erano le Femmine. Bisogna che noi maschietti ce ne facciamo una ragione. Le Femmine vedono, del Soggetto fuori scena, l’«osceno». Lo vedono da dentro il talamo – che entra nel talamo. E di lui vedono ben altro che il dio, l’eroe o il santo.
Le Femmine vedono il «grottesco»: la stessa maschera che poco fa andava così fiera del suo mantello di piume, adesso che è finita la parata sessuale, adesso, nel talamo, è solo la sua comica controfigura.
Si lascia prendere in giro, deridere e, perché no?, tormentare. Poco fa era un lupo guerriero, adesso è un agnellino che finge d’essere casto e innocente.

maschera-monocolaLe Femmine lo sanno, perché lo vedono. Le Femmine vedono quant’è goffo quest’animale che va in giro a esibire le sue piume. Una per ogni «preda». Quasi che fosse lui, Mitos, il seme – lui, il predatore. Lui lo Stregone, e non lo stregato.
Le Streghe lo sanno, che di quest’animale possono fare ciò che vogliono. A una condizione però: che non affrettino, esse per prime, il tempo dell’Attesa! Perché, altrimenti, all’animale, non gli danno il tempo di umanizzarsi. Non lo educano.
Lo eccitano, anzi, a diventare ancora più selvaggio.

Guai alle Femmine che lo mitizzano il Maschio, che lo prendono sul serio, che non lo deridono più, e perciò più non gli rammentano la sola cosa che tutti noi maschi dovremmo tenere sempre a mente, e mai distrarcene: che noi non siamo solo maschi, e che deponendo l’ermafroditismo delle nostre perversioni infantili, ci siamo «ridotti» a usare il nostro corpo, a contenere la nostra forza «marziale», nei limiti delle sue smorfie o caricature.
Non dovremmo mai scordarci che è stato il Socio, attraverso il Rito, a volerci così. Che nati eravamo, forse, con tutt’altra destinazione della nostra energia, salvo che poi – per compiacere l’«alata femminilità» del nostro Angelo (è così che la chiama Kerényi) – ci siamo piegati alla volontà della Cicogna.