Il lupo perde il pelo, ma non il vizio

lupo-agnelloC’era da immaginarselo. Il lupo perde il pelo, ma non il vizio.
Il lupo ha il «vizio» di voler essere libero e perciò non s’arrende alla catena e, a costo di rimetterci tutti i peli del collo, si divincola, si agita, non si dà pace finché non la spezza.
Sappiamo com’è andata al lupo nel racconto nordico.
Gli Asi avevano fabbricato due potenti lacci (Lœðingr e Drómi) per tenerlo a bada e, con la scusa di fare un gioco, l’avevano convinto a farsi incatenare. Il trucco però non aveva funzionato. In men che non si dica il lupo se n’era facilmente liberato.

A quel punto, dice il Racconto, gli Asi pensarono di ricorrere alle magie degli Elfi oscuri. Pensarono che solo i Nani avrebbero potuto procurare la «corda magica» con cui imbrigliare il lupo fino alla fine del mondo.
Imbrigliare il lupo! – hai detto niente!
Addomesticare il selvatico, costringere il diavolo a scendere a patti! Se vuoi la mia anima, dice Faust a Mefistofele, vieni qua e procurami in carne e ossa la mia più ardita fantasia!

Sarò, per una volta, meno sibillino – se possibile.
Non c’è solo Mefistofele che «si compra» l’anima di Faust. Se questo è quello che si vede sulla scena, non ti scordare che dietro le quinte c’è il mago Goethe che cerca di «sedurre» il suo diavolo, dandogli in pasto i fantasmi della sua «creatura» immaginale, Faust!
E non a caso dico «mago» anziché come volgarmente si dice: «poeta», perché, se poesia ci vuole per sedurre il diavolo in persona, è poesia magica, poesia che produce incantamenti, poesia che si avventura nel Paese degli Elfi neri, nel Regno delle manie e degli invasamenti.

Dante-DiteSe vuoi legare il lupo, devi andare nel Paese dei Lupi. Non puoi, a tavolino, né solo recitando quattromila avemaria e altrettanti padrenostri – tenere a cuccia la Bestia che è in te. Il Fantasma che ti divora moltiplicandosi per tutti gli appetiti e i desideri, Lui – il Lupo è «più forte» di te, e di me ovviamente!
Ecce fortior qui dominabitur michi!
Che vuoi che ti dica? Può essere mai che il diavolo si travesta da Beatrice, e che lo faccia per venire a un «faccia a faccia» con un ragazzo di appena nove anni?
Può essere mai che si travesta da Angelo?

Già, forse tu immagini che il lupo sia così fesso da non sapersi camuffare a seconda dei tuoi appetiti e desideri, e credi che solo un’ingenua e, soprattutto, una cieca come Cappuccetto Rosso non vede che il diavolo ha preso le sembianze della nonna?
Dimmi: è questo che credi? che Mefistofele viene e dice: sono il diavolo? e che razza di diavolo sarebbe quello che non mentisse? e soprattutto a proposito di Se Stesso e di dio, di cui si trova a essere a volte socio, ma più volte ancora antagonista?
Il lupo si traveste. E coi suoi travestimenti, almeno una volta all’anno, bisogna farci i conti. Chiedilo ad Apollo! com’è che rimani sempre quel dio bambino innocente, anche se «uccidi» i tuoi Amati?
E vedrai che Lui ti dirà: «Perché torno ogni anno a Casa del Lupo».

Bisogna farci i conti col Lupo. La Bestia deve essere incatenata a una magia che sia più diabolica della sua diavoleria. O, il che è lo stesso, più angelica dell’Angelo, di cui la Bestia è solo un «resto» di sporcizia che gli è rimasto appiccicato alle ali.
L’Angelo è dovuto scendere all’inferno per aprire al mago Virgilio e al suo allievo Dante le porte della città di Dite!
Come dire: le porte dell’inferno nell’inferno, di un inferno più profondo, più intimo di quello che a parole diciamo essere l’Inferno!
Quelle porte, nessun mago da sé le può aprire.
Bisogna che sia la Magia a farlo. E l’Angelo che Essa manda, non può fare a meno di sporcarsi le ali, di ferirsi, di lordarsi di fuliggine, a volte addirittura di rimetterci un occhio!

Ecco perché gli Asi ricorsero a Óðinn!
Perché Óðinn era il dio «mago», il Wotan del wut, il Signore della mania, delle rune, degli incantesimi «alla Polifemo».
Perché Óðinn, come il Ciclope dei miti greci (nonché come l’Orazio Coclite delle leggende romane), è guercio. Monocolo. Ha un occhio solo. L’altro occhio l’ha dovuto lasciare in pegno alla fonte di Mímir. Alla sola fonte a cui si abbeverano i maghi, i poeti e gli sciamani, i dementi allucinati e visionari, quelli che come Goethe ancora perseguono l’antico sogno di quanti s’illusero di poter arrivare a saperne una più del diavolo, e perciò vollero entrare nella città più infernale del loro inferno immaginale.
Vollero entrare nel Paese della Parola Perversa.

Odino-appesoAlla fonte di Mímir – è là che la Parola si perverte, e ruota su Se Stessa, si rovescia, si capovolge, si appende a testa in giù, a volte si lascia perfino crocifiggere – pur di apprendere la «lingua degli uccelli», la lingua sibillina, la parola magica, la parola che conosce la magia per produrre le sei «cose» da fondere, le sei insostanziali «luci di fantasia» da far brillare insieme, in un solo fuoco pirotecnico perché finalmente sia … luce la Notte.
Bada bene: fuoco nell’acqua deve accendersi – fuoco nell’acqua della Fonte.
Insomma: un gioco da ragazzi! perché i ragazzi, non gli adulti, lasciano che sia la Fonte stessa ad accendere la scintilla: essa l’Illuminatrice di tutte le «magie» umane. Solo i bambini si lasciano stregare dalla Strega dei racconti, e perciò essi solo sentono il rumore dei passi del gatto. Quanto più piccini sono, tanto più facilmente sentono le voci che provengono dalle radici delle montagne.

Óðinn, come il Ciclope Polifemo, come Orazio Coclite e tanti altri «guerci», ha nel Racconto il rango del Mago che fabbrica le sei rune con cui è fabbricato il «laccio dello spergiuro» o «del falso giuramento». Gleipnir è il suo nome nel Racconto. È il laccio delle sei «diavolerie» con cui l’Inconscio c’intrappola nei suoi giochi di seduzione, lasciandosi a sua volta suggestionare solo da quella sestuplice surreale fusione di metafore che non stanno né in cielo né in terra. O perlomeno non in questo cielo né su questa terra.
Se delle «sei» ne manca una, una soltanto – che so? lo sputo degli uccelli – la magia non funziona, e lo stregone finisce per essere lui stregato.
La Bestia che è in lui torna a prendere il sopravvento.
Si può anche essere «uomini» provvisoriamente. E poi di nuovo ricadere. Il lupo perde il pelo, ma non il vizio.