Una domanda speculativa

… così viviamo: in un continuo prendere congedo
(Rilke, Ottava Elegia: ultimo verso)

**

Viviamo sempre l’ultimo momento. Sappiamo solo di coloro a cui diciamo addio, e solo nell’istante in cui glielo diciamo.
Chiudiamo le storie, a volte solo per ripetere la più immortale delle emozioni: quella in cui a ogni morte ricadiamo, allucinati dall’ebbrezza di scoprirci miracolosamente trasparenti a un’infinità di altre vite. Di vite nuove. Di vite che continuano a rinascerci e a moltiplicarci. Misteriosamente.
E tuttavia, in ciascuna di queste vite, il mistero è proprio questo: che in ogni vita c’è dato solo un momento, solo l’ultimo momento per guardarci oltre. Per sentirci rapiti alla più semplice delle illuminazioni. Poterci attraversare, poterci trasfigurare, poterci dissolvere nella nube dell’Eterno Congedo.
Non dover più rinascere, forse questo sì che sarebbe più che «divino». E invece …

Anat3Addio, amore mio! – troppo tardi sospirò la dea ‘Anat. Per amore dell’arco aveva ucciso l’Arciere. Per amore del «bene» amato, non aveva saputo amare il «proprietario» del suo desiderio.
Addio, giovane di belle speranze! – disse, di colpo però usando un tono crudele. Disse: Addio a te, che fosti così avaro da non cedermi l’arco meraviglioso! Solo uno sciocco come te poteva rifiutare le mie profferte d’amore.
Si denudò il seno come a sfidare il morto. E poi: Guarda! – gli gridò scuotendolo. – Potevo darti il mondo, e tu invece hai rifiutato le rose del mio giardino!

Somiglia questo «divino» addio a chissà quanti altri addii miseramente «umani». Perciò, invece di perderci in chiacchiere, tanto vale concederci quest’ultima pazzia: la pazzia di una domanda speculativa, qual è quella che la dea rivolge all’amato morto.
Addio, se addio è, non attende più risposte?
E cosa può dire ormai il morto a sua «discolpa»?

L’arciere delle tavolette di Ugarit, il morto in questione, l’«addiato», è Aqht, figlio di Danil, proprietario per caso di un arco meraviglioso. E dico per caso, perché non a lui era destinato: il Racconto ci tiene a dirlo. Ci tiene a dire che il povero Aqht si trovò a capitare, a sua insaputa, in un intrigo più grande di lui: in una sorta di Dramma in Cielo, di cui egli era all’oscuro, e forse proprio per questo il Caso lo scelse per mettere in scena una certa Questione di Vita e di Morte.
Una questione al di là dell’uomo.
La questione dell’Addio.

Per dirla in breve, le cose erano andate più o meno così.
Danil, il padre di Aqht, era sterile.
Comincia così il racconto. Comincia col leitmotiv di mille racconti: che c’era una volta un Re che non aveva figli, o che c’era una Regina che, seduta alla finestra, cucendo sospirava: «oh, come vorrei avere una figlia!».
Ba’al, dice il racconto di Ugarit, udì le preghiere di Danil e le volle esaudire.

Piccolo dettaglio: anche il greco Orione e l’indù Râma, arcieri al pari di Aqht, nascono da una terapia magica della sterilità dei loro genitori.
C’è sempre un dio che vede e che provvede a che miracolo si compia: che alla carestia segua il più ricco raccolto. Se non è un dio, è comunque un angelo che scende dal cielo ad annunciare alla Regina: «sì, avrai una figlia!».
Sarà maschio, sarà femmina? – chissà! sarà di uno o di tre colori? magari sarà l’ermafrodito degli alchimisti. Sarà quel che sarà a seconda delle dottrine e dei catechismi – quel che conta è la sua nascita miracolosa, giustamente celebrata come la grande ouverture della messinscena.

arciereSarà per effetto di questo «miracolo» o solo per la brevità del Racconto, fatto sta che, come tutti i «fanciulli divini», anche Aqht salta direttamente dalla culla al cavallo, dal biberon alla destrezza nelle arti venatorie. Quando entra in scena è già bell’e adulto, già appassionato di caccia, di prede, di boschi.

Un giorno giunge nella casa di Danil il fabbro Kôthar-e-Khasis che sta facendo uno strano viaggio per recapitare l’arco meraviglioso e le frecce uscite dalla sua fucina a non si sa chi. In cambio dell’ospitalità ricevuta, il fabbro decide però di donare arco e frecce a Danil, che a sua volta ne fa dono al figlio Aqht.

Così ebbe inizio il mondo. Ogni mondo nasce, l’arkhé dei presocratici, il puer, la Vita nova, il risveglio, la risurrezione, l’incipit miracoloso con cui esordisce il Racconto è, tutto sommato, la conseguenza di un dono ricevuto a sorpresa, o la consegna di un certo «tesoro» destinato poi a rivelarsi «maledetto».
Guai al suo «proprietario»! e sventurato colui che se lo trova tra le mani! Chi ha un «bene» desiderabile, chi solo per caso lo «detiene» e il «posto» più o meno sacro in cui lo custodisce – è sotto l’occhio invidioso degli dèi.

Gli dèi lo guardano, ma non lo vedono. Guardano lui, ma vedono solo il bene che detiene. Glielo invidiano, e lo vogliono a tutti i costi.
Costi quel che costi, gli dèi lo vogliono!
E solo quando vengono a prenderselo, a noi «umani» è dato il caso di incontrarli. Solo nel momento in cui per prenderselo ci uccidono, tutti i veli che ce li tenevano nascosti si fanno infine trasparenti.
Che importa, se quando ci dicono addio, se quando ci congedano, siamo già morti, già oltre, già assenti a noi stessi?
Sono loro, i divini fantasmi, che indugiano presso le nostre reliquie mute. Sono loro a spogliarci del loro narcisismo. E tutta loro, solo loro è anche la Questione di Vita e di Morte in cui ci hanno coinvolti.

Cosa mai può un uomo rispondere alla sua divina assassina? Cosa, se non una sciocca domanda speculativa: perché l’hai fatto? perché mi hai ucciso?
Ma una domanda curva su Se Stessa, una stolta domanda che interroga Se Stessa, che si cura solo della Sua sopravvivenza, non può sottrarsi alle stregonerie dello specchio, e perciò non «vede» l’addio, fa di tutto per non vederlo, e per eluderne il dolore si trattiene dal guardare oltre.
Eppure, al di là di chi è la vittima e chi il suo carnefice, ci sarebbe ben altro da chiedersi. Ci sarebbe da liberare il «tesoro» dall’avarizia del mio e del tuo, dalla gelosia che ci costringe a dirlo male, perché è dicendo: «è mio» che gli dèi l’hanno in illo tempore maledetto.

Gli dèi ci invidiano. Se ci lusingano, non è perché ci amano. Gli dèi sono crudeli: amano prendersi ciò che per noi è prezioso.
Questa è l’amara «filosofia» del narratore di Ugarit.
Che gli dèi scoprano la bellezza solo attraverso i nostri occhi, e che si compiacciano solo di ciò che piace a noi uomini – è un’idea che farebbe inorridire i teologi d’ogni tempo e luogo.
Il narratore di Ugarit invece no, non si ritrae dal pensarla: l’idea che tutti gli dèi ci invidiano è quel «tesoro» che essi hanno maledetto, e che solo per caso, solo per un momento noialtri uomini possediamo.
Lo possediamo però solo in quell’istante in cui, perdendolo, è il dio che se lo prende a dover dire addio – mentre a noi uomini in quell’addio è dato emozionarci, concentrata in un solo istante, di tutta la loro immortalità.