La maschera dello sciamano

maschera-sciamanoGli abiti di scena, le maschere e i copricapi, che lo sciamano indossava nel corso della cerimonia che doveva condurlo alla trance estatica erano ricavati, ancora in età recente, dalla corteccia di betulla.
Cumandini, Teleuti e Sciori, popolazioni siberiane, avevano addirittura nel loro pantheon un «Signore della maschera», Qocia Qan, il cui nome è composto da qan che è il titolo del Capo o Sovrano, e da qocia, parola che designa la maschera di corteccia di betulla e, insieme, il personaggio che la indossa (come del resto facciamo noi che chiamiamo «maschere» Arlecchino e Pulcinella).

Chi si maschera è la maschera che indossa! Solo la maschera gli assegna una parte nel Teatro dell’Esserci, nel mondo delle rappresentazioni così come la lingua di una tribù se lo rappresenta.
Nel gioco dei ruoli sociali si entra solo mascherandosi. Ogni volta è sempre e solo il «Si» (dei «si dice»), l’On (degli «on dit»), a mascherarsi dietro tutte le maschere. Ci sono sempre e solo Personaggi che chiedono d’essere interpretati. Sempre e solo Fantasmi di Gruppo ad animare, dal loro fondo, i fantasmi individuali dei suoi membri – i quali diventano membri di un insieme, solo facendo una parte contemplata nel lessico di una Fantasmagoria Sociale.

La maschera degli sciamani siberiani ci «dice» però qualcosa di più. Ci dice che razza di partizione è all’opera, quale macchinazione in concreto produce le singole parti, gli organi, del Corpo [senza corpo] Sociale.
Infatti, qocia, la parola siberiana per dire «maschera», esprime anche una nozione erotica: tutto ciò che è qocia, per i siberiani è non solo maschera e mascherato, ma anche sessualmente smodato, eccessivo, esagerato, esaltato, sbilanciato, portato al troppo e perciò … storpiato.
Di più: nato storpio!

Per gli etnologi si tratta di un autentico rompicapo: quale relazione si può mai immaginare tra maschera e sessualità? da dove questa mania degli sciamani siberiani a fare del loro Priapo, se non un dio, almeno un fondatore culturale?
Ma soprattutto: che risposta ci possiamo noi attendere a domande come queste, se prima non prendiamo atto che, per arrivare a porle, ci siamo dovuti noi pure prima mascherare, che siamo cioè mascherati noi stessi dietro le nostre domande, e che forse domandiamo solo per mascherarci alla nostra ignoranza, limitandoci a rinviare la Domanda da una forma all’altra?

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Insomma, se tutto è «finzione», quand’è – dov’è – com’è che abbiamo noi cominciato a «fingerci»? e questa «finzione iniziale», questa Madre di tutte le nostre finzioni, immaginazioni e rappresentazioni, questa Maschera dell’Esordio [di tutti i fuochi] della nostra pazziella – ha essa una qualche relazione col Sesso?
È poi corretto parlare di sesso, o non si dovrebbe, a quest’altezza, dire libidine cieca, pulsione animale, natura non coltivata, argilla che nessun dio ha ancora plasmato, pugno di fango che nessun soffio ha ancora vivificato?

Il mito sull’origine del rituale sciamanico in onore di Qocia Qan aiuta, non dico ad abbozzare delle risposte (sarebbe presunzione allo stato puro), ma piuttosto a farci interrogare noi da questa remota maschera siberiana a proposito dell’«inizio» delle nostre finzioni.
Se qocia è, insieme, maschera e fallo – non può essere che il siberiano ci rinfacci ciò che noi ci affanniamo a occultarci? che è la Maschera Sociale [degli appetiti] a «concentrare» i nostri fantasmi, a metterli a fuoco alla nostra «visibilità» sessualizzandoli? e che è essa ad assegnare i generi e le parti di genere alle maschere individuali, approfittando della loro eccitazione – anzi, eccitandole fino al punto da farle sentire miracolate dalla sua terapia e bonificate dalla sua generosità?

La maschera, la finzione, l’abito di scena, il qocia è il «malato sano», la parte «malata» presa «sana», presa cioè tutta quanta per fare un Tutto: non è guarita, la terapia è stata abortita, ha subito un’interruzione, una prima brusca partizione, e tuttavia ha partorito una via di fuga, una sublimazione tale per cui, nel gioco delle parti, pur essendo essa una parte come tutte le altre, ha però il privilegio, se l’arroga con la forza e la prepotenza, quel privilegio d’anagrafe, quel diritto di primogenitura che tuttavia non è suo.
Ma andiamo per ordine, perché la «cosa» detta così rischia di sciamare a vuoto sul foglio di scrittura.

Del mito si conoscono tre varianti. La prima racconta che c’erano una volta uno sciamano e una sciamana che stavano curando un «malato», quando all’improvviso nel corso della seduta sopraggiunse un demone cattivo che li attaccò e, poiché era più forte di loro, stava per mangiarseli.
A stento dei due solo il maschio (Qocia) riuscì a salvarsi, forse non lui, ma soltanto un suo «pezzo» riuscì a sfuggire alle grinfie del diavolo, o forse neanche quello, ma solo ciò che da quel pezzo schizzò via involandosi per l’apertura del fumo della yurta e raggiungendo in cielo il dio Ülgän, ove tuttora vive.

maschera-sciamano-2In un’altra variante è detto che Qocia era un uomo senza pudore, tutto fallo e poco cervello, un maniaco della seduzione, che infastidiva tutte le donne di Siberia, che le voleva tutte per sé e neanche le «vecchie e laide» lasciava altrui. Per questo sarebbe stato scagliato al settimo cielo (o forse scaraventato sette cieli più in basso di quello dov’era nato).

Secondo una terza versione del mito, Qocia sarebbe nato dall’unione di un potente sciamano con una figlia del dio Ülgän. Contrario a queste «nozze», il dio avrebbe buttata la figlia fuori di casa, cacciata via dal cielo, espulsa dal pantheon e precipitata sulla terra.
Insomma, raccontala come vuoi, è la solita fiaba di Stella o di Fata (ma se la riconosci, è anche quella di Psiche), la cui «colpa» è solo quella di congiungersi con un Forte (Coronide con Iskhys, Venere con Marte) o con un Oltre (Ixquic con la linfa dell’albero di Hun Hunahpú).

{{ Racconto su racconto … a volte, i racconti parlano }}

Dei tre figli nati da quell’unione «peccaminosa» Qocia Qan fu il secondo e, per volontà di Ülgän, venne affidato a uno zio, mentre gli altri due furono inviati tra gli uomini: il primogenito per essere conficcato nei pali e nei pioli della tenda perché fungesse, insieme, da «sostegno della casa» e da «guardiano della porta»; il terzogenito per essere invece affidato al Signore della montagna che l’avrebbe allevato fino a farne il protettore degli sciamani e degli artigiani.

Tre fratelli, tre livelli. Il primo «radicato» in terra, immobilizzato, legato e, nel caso, inchiodato, sempre e comunque fissato al suolo: metafora dell’albero di cui è sostegno, parola del legno, legno o albero loquente, richiamo antico, richiamo al «vegetale», all’antenato raccoglitore di tuberi e radici, all’arcaico che si ciba di erbe e frutta selvatica, che abita un mondo che è lordura, sporcizia, putrescenza, fetore della foresta, remora di un abisso più abissale di ciò che intendiamo per «natura animale».
Terra, humus a cui l’homo rimane, per gravità, radicato nel fondo più fondo del suo profondo. In un fondo che però già parla. D’accordo, è impacciato nella lingua, balbetta, non si lascia comprendere, e tuttavia è loquente. È legno, hyle, materia prima parlante.

{{ Pinocchio è ancora un pezzo di legno grezzo, Mastro Ciliegia non l’ha consegnato ancora a chi ne farà un burattino, eppure già si lamenta }}

Il secondogenito, il nostro Qocia Qan, è la maschera, il burattino, il pupo, ossia il pezzo di legno «lavorato» da Mastro Geppetto, il «ramo d’oro» staccato dall’albero e/o vestito con la sua corteccia, il naso lungo, il lungo fallo, la protuberanza, il corno magico.
Sempre a terra siamo, non ci siamo levati di un solo palmo da terra, solo che – mentre il primogenito, il «vegetativo», è vincolato alle sue radici – Qocia è l’«animale» libero di strapparsi a queste sue radici, libero, pur sempre a terra rimanendo, di spostarsi sul terreno – ovvero di portare in giro, fecondare e distribuire per la casa la balbuzie del fratello maggiore, o per meglio dire: di contagiare tutti quelli della casa di una stessa «malattia», la Sua!
Dal momento che non la si può guarire (è più forte del malato) tanto vale mascherarla (come debolezza del sano). O qualcosa del genere.

Adesso Pinocchio dice le bugie. Prima non le diceva. Adesso, della «parola imbarazzata» del fratello maggiore, Qocia Qan ha imparato a servirsene come strumento di seduzione. Adesso, quella «parola» finge di non balbettare più, solo perché lascia parlare le sue pulsioni sessuali, i suoi nervi sessualizzati, mascherati di sesso.
Era fame, adesso si chiama desiderio. Lo dice la parola: è caduto dal cielo, portato quaggiù da una Stella esule. Da una tale «peccatrice» di cui bene o male si dice tutto il bene e tutto il male del mondo.

Adesso la parola seducente si trova a essere sedotta dalle sue stesse magie. Incantata dai suoi stessi canti.
Adesso non risponde più solo al richiamo della Fame, né noi siamo più nudi: adesso che siamo vestiti, adesso che le nostre radici sono mascherate della corteccia dell’Albero di cui siamo fatti, anche se è facile a grattarla in superficie, la nostra parola è diventata dura da scorticare, troppo sessualizzata per smascherarsi a Se Stessa. Essa non ne vuole più sapere del Tronco a cui stata strappata.

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Man Ray – Donna con maschera

Adesso assecondiamo le sirene, adesso musichiamo le foglie, adesso sublimiamo le betulle o le querce oracolari, adesso ci troviamo a essere nel mezzo di una Leggenda interrotta bruscamente sul più bello.
No, non siamo guariti da quella certa «malattia», la cui terapia – dice il racconto – saltò per via dell’irruzione di un demone maligno.
Di un demone che ci maledisse la parola che stavamo parlando, e che dalla sua maledizione ci costrinse a uscire non più ermafroditi, uno sciamano e una sciamana, ma aut aut: o l’uno o l’altra, o maschio o femmina.
Lo vedi questo pezzo di legno? O ce l’hai o non ce l’hai. È la natura animale che decide la tua differenza sessuale.

A Qocia, questa differenza, non resta che renderla evidente, marcarla e casomai esagerarla per prenderne atto. Mostrarla nella sua mostruosità. Nuda e cruda nella sua crudeltà «animale».
Quale cielo vai cercando nella [gravità della tua] natura?
Per guarire, per essere «sano», dovresti essere come Avalokitešvara, ovvero tutt’e tre i fratelli insieme. E già, perché solo al terzo Pinocchio sarà dato incontrare la Fata che l’umanizzerà elevandolo al rango degli uccelli – al terzo cielo o livello, quello della montagna, da cui proviene un terzo richiamo, il richiamo della pietra, il richiamo della Roccia, il richiamo del Diamante.

Dei tre fratelli, dice il Racconto, è sempre il Terzo quello che sublima le miserie dei suoi «precedenti». Qocia Qan è impotente a smascherare le macchinazioni sessuali che produce, impotente a denudarle, a intuirne cioè la Macchina che le macchina.
Solo il Terzo Fratello, di lassù, dalla Montagna avrà l’occhio per vedere chi è che realmente si maschera in tutte le nostre finzioni.
Perciò aspettiamo con ansia la sua entrata in scena …