I fratelli siberiani

sciamano-siberianoIn Siberia si narra di Qocia Qan, un uomo impudico che, a causa della sua smodatezza sessuale, fu scagliato sopra le nuvole per essere relegato nel settimo cielo. È detto inoltre che egli era il secondo dei tre fratelli nati dalla figlia del dio Ülgän, e dunque uno dei suoi tre «nipoti».
Alla maschera di «seduttore impenitente» ereditata dal nonno, Qocia Qan aggiunge di suo solo un piccolo difetto: è «imbarazzato nella lingua», più che parlare farfuglia, balbetta, tartaglia e, in ogni caso, storpia ogni rivelazione del suo «sapere».

In fondo, che cosa può sapere uno come Qocia Qan?
Eppure sta’ a sentire: i siberiani raccontano che fu nientemeno la sua parola «imbarazzata» a creare la prima conoscenza – che prima che lui la tartagliasse, la Parola del Seduttore senza difetto «linguistico» non era ancora nessuna delle nostre parole: delle parole con cui costruiamo i nostri saperi.

Il nonno, Bay Ülgän, il Seduttore Perfetto, il Satiro sazio della sua continua «attività sessuale», il Cannibale indifferente alla tragedia delle sue prede, è al di là di tutti i cieli a cui il sapere umano è mai asceso. Inconoscibile proprio perché immerso in una famelica continuità indifferente a sapere di Se Stessa, proprio perché ostaggio della sua natura di «seduttore», non succede mai che la sua macchina erotica «s’inceppi», almeno di quel tanto che le permetta di tirare il fiato e, insieme, di farsi qualche domanda a proposito dei suoi «meccanismi».

Bisogna che il «seduttore» tentenni – che non si getti affamato sulla preda per consumarla immediatamente. Bisogna che esiti, che dubiti, che prenda tempo. O, se vuoi, tanto è lo stesso: che perda tempo a non sedurre. Che lo prenda o che lo perda, questo tempo è «rubato» (Ermes è il Maestro di questo genere di furti: la volpe e la lepre non sono che due dei suoi molti allievi).
È tempo strappato al suo scorrere inconscio, al suo πάντα ρεί – alla «sazia» oscurità di nonno Ülgän.
È il tempo delle tentazioni, dei tentativi che vanno a vuoto, delle tensioni che non si sedano, e che domandano, a volte pretendono un’«estensione» al di là del loro mondo, a volte un’«incarnazione» addirittura dei loro fantasmi.

Nonno Ülgän è «forte», Qocia Qan, il suo nipote balbuziente, è «debole» di quella debolezza che apre la via a tutti i Fantasmi Umani, uno per uno, a ognuno dei sette cieli del suo Regno scandendo i suoi «intervalli d’insania».
tamburo-sciamanoLà dove il continuo è debole e, in qualche modo, «si spezza»: è là che Qocia Qan uno per uno li «balbetta».
Altro che «impacciato nella lingua»! Qocia Qan è il fondatore delle lingue di cui sono fatti tutti gli incantesimi – che a incantare o a esserne incantati siano o non siano quelli che noi chiamiamo «sciamani».

Qocia Qan è ancora un seduttore, come suo nonno. È però un Seduttore diminuito, un Seduttore la cui prepotenza è scemata, e di molto, perché seduce solo a parole, seduce solo l’orecchio di chi ascolta i racconti delle sue gesta, seduce solo i fantasmi che produce.
Quando parla (e soprattutto quando parla delle sue avventure erotiche), Qocia Qan «fa ridere». Perciò i siberiani l’onorano degli onori dovuti al Buffone.
Degli onori tributati a chi millanta non so quali conquiste, e invece … non è che un bambino: seduce perché balbetta.

Il tempo umano è, dunque, per i siberiani il tempo che ogni bambino «trova» nelle rotture della sua propria continuità inconscia, negli intervalli che gli si aprono tra la fame e la sazietà: in quanto tempo rubato a nonno Ülgän, è sempre avvelenato dagli appetiti sessuali, ma poiché a rubarlo è un bambino quando ancora è nella culla e balbetta, il suo veleno può essere scongiurato dalla pazziella del suo stesso Demiurgo.
Sorride prima ancora di camminare sulle sue gambe. Il nostro Demiurgo, dicono i siberiani, è un buffone involontario: fa ridere a sua insaputa, e perciò seduce.
Mentre il suo fratello maggiore, il nipote primogenito di Ülgän, seduttore incallito, è bene che resti là dov’è, conficcato nei pali e nei pioli di sostegno della yurta, a fungere da «guardiano della porta», lui, Qocia Qan, è invece lasciato libero di girare per la casa.

Il seduttore, l’animale affamato che è ci è conficcato nella carne, il cane che ci abbaia dentro, è bene che resti legato tutto l’anno alla catena. E che abbai pure, tanto nessuno lo sente. A ogni festa di capodanno, però, gli sia data licenza di uscire dal silenzio. Gli sia tolta, almeno il primo giorno dell’anno, la museruola dell’«indicibile», e possa così pubblicamente latrare.
In ogni incipit culturale risuona il «peccato originale» del Seduttore. Non lo potremmo sapere, dicono i siberiani: quello che «dice» non lo potremmo intendere, se però non l’udissimo dalla bocca del fratello minore, il balbuziente, che ne storpia le lettere e ne confonde le cifre, fino a farne la trama di una nostra Commedia.
Ridicola.