Frazer – Il re del bosco

bosco-sacro-Nemi-lagoNei tempi antichi questo paesaggio silvano (il lago di Nemi, circondato dai boschi, che gli antichi chiamavano «lo specchio di Diana») era la scena di una strana e ricorrente tragedia.
Sulla sponda settentrionale del lago, proprio sotto gli scoscesi dirupi su cui si annida il moderno villaggio di Nemi, si ergeva il sacro bosco e il santuario di Diana Nemorensis, la Diana del bosco […]

In questo bosco sacro cresceva un albero intorno a cui, in ogni momento del giorno, e probabilmente anche a notte inoltrata, si poteva vedere aggirarsi una truce figura. Nella destra teneva una spada sguainata e si guardava continuamente d’attorno come se temesse a ogni istante di essere assalito da qualche nemico.
Quest’uomo era un sacerdote e un assassino, e colui dal quale si guardava doveva prima o poi trucidarlo e ottenere il sacerdozio in sua vece.

Era questa la regola del santuario. Un candidato al sacerdozio poteva prenderne l’ufficio uccidendo il sacerdote e, avendolo ucciso, restava in carica finché non fosse stato ucciso a sua volta da uno più forte o più astuto di lui.
L’ufficio tenuto in condizioni così precarie gli dava il titolo di re; ma certo nessuna testa regale riposò tra maggiori inquietudini, né fu mai turbata da più diabolici sogni […]

bosco-sacro-NemiSecondo una leggenda, il culto di Diana a Nemi fu istituito da Oreste che, dopo aver ucciso Toante, re del Chersoneso Taurico (la Crimea), fuggì con sua sorella in Italia, portandosi il simulacro della Diana Taurica nascosto dentro un fascio di sterpi.
Dopo morto, le sue ossa furono trasportate da Aricia [l’odierna Ariccia] a Roma e sepolte di fronte al tempio di Saturno, sulle pendici del Campidoglio, dietro il tempio della Concordia.
Il sanguinoso rituale che la leggenda attribuiva alla Diana Taurica è familiare a ogni lettore dei classici; si dice che ogni straniero che approdasse a quelle sponde fosse sacrificato sul suo altare.

Ma, trasportato in Italia, il rito assunse una forma più mite.
Nel recinto del santuario di Nemi cresceva un albero da cui non era lecito spezzare alcun ramo. Soltanto un servo fuggitivo, se ci fosse riuscito, poteva spezzarne uno – nel qual caso aveva diritto a battersi col sacerdote e, se l’uccideva, regnava in sua vece col titolo di re del bosco: Rex Nemorensis.
Secondo l’opinione degli antichi, questo ramo fatale s’identificava con quel ramo d’oro che Enea colse per invito della Sibilla, prima di accingersi al suo periglioso viaggio nel Regno dei morti.
Si credeva che la fuga del servo rappresentasse la fuga di Oreste e che il combattimento col sacerdote fosse una reminiscenza dei sacrifici umani offerti un giorno alla Diana Taurica […]

Durante le sue feste annuali, che si tenevano il 13 agosto, nel tempo più caldo dell’anno, il suo bosco splendeva tutto d’una moltitudine di fiaccole, il cui rosso bagliore si rifletteva nel lago, e per tutta quanta l’Italia quel giorno era celebrato in ogni domestico focolare con riti sacri.
Statuette di bronzo trovate nel suo recinto rappresentano la stessa dea con una torcia nella mano destra, e le donne che avevano avuta esaudita la loro preghiera venivano al santuario incoronate di ghirlande, portando torce accese a compimento dei loro voti […]

Il titolo di Vesta portato da Diana indica chiaramente il mantenimento di un fuoco sacro e perpetuo nel suo santuario […]
Il culto di un fuoco perpetuo custodito da sante vergini sembra sia stato comune nel Lazio dai tempi più antichi fino ai più recenti.
Inoltre, alla festa annuale della dea, i cani da caccia venivano incoronati e non si molestavano le bestie selvagge; i giovani facevano in suo onore una cerimonia purificatrice, si portava del vino, si faceva festa con del capretto, delle torte calde, su piatti fatti di foglie, e delle mele ancora attaccate in grappolo ai rami.

Diana-statuaMa Diana non regnava da sola nel suo bosco di Nemi. Due divinità minori si dividevano il suo silvestre santuario.
Una era Egeria, la ninfa della limpida fonte che, sgorgando dalle rocce basaltiche, scendeva con graziose cascatelle nel lago, nel luogo detto Le Mole, perché vi erano posti i mulini del moderno villaggio di Nemi. Il mormorio di quel ruscello tra i sassi è ricordato da Ovidio, che ci racconta di aver spesso bevuto quell’acqua.
Le donne, durante la gravidanza, solevano sacrificare a Egeria, perché si credeva che, al pari di Diana, potesse accordare un parto felice.
Diceva la tradizione che questa ninfa fosse stata la moglie o l’amante del saggio re Numa, che egli si unisse a lei nella segreta profondità del sacro bosco, e che le leggi che egli diede ai Romani fossero state ispirate dalla sua intimità con la dea […]

L’altra divinità minore di Nemi era Virbio.
Diceva la leggenda che Virbio non era altri che il giovane eroe greco Ippolito, casto e bello, che aveva imparato l’arte venatoria dal centauro Chirone e passava tutto il suo tempo nelle foreste cacciando gli animali selvaggi con la vergine cacciatrice Artemide (la sorella greca di Diana) per sua sola compagna.
Fiero della sua divina compagnia, egli disprezzava l’amore delle donne e fu questa la sua rovina. Afrodite, offesa dal suo disprezzo, accese d’amore per lui la sua matrigna Fedra e, quando egli disdegnò le sue impure profferte, essa l’accusò falsamente a suo padre Teseo.

La calunnia fu creduta e Teseo pregò Poseidone suo padre di vendicare l’immaginaria offesa.
Così, mentre Ippolito guidava il suo carro lungo la sponda del golfo Saronico, il dio del mare fece uscire dalle onde un toro selvaggio. I cavalli atterriti si impennarono, sbalzarono Ippolito fuori del carro e calpestandolo l’uccisero.
Ma Diana, per l’amore che gli portava, persuase Esculapio a riportare in vita con le sue erbe medicamentose il bel cacciatore.
Giove, indignato che un mortale fosse tornato dalle porte della morte, sprofondò nell’Ade l’indiscreto chirurgo.

Ma Diana sottrasse il suo favorito all’ira del dio: nascondendolo in una densa nube, trasformò il suo aspetto dandogli un’età più avanzata e lo portò lontano, nei valloncelli di Nemi, dove l’affidò alla ninfa Egeria, perché vivesse là, sconosciuto e solitario, sotto il nome di Virbio, nelle profondità della foresta italica.
Qui egli regnò come re e dedicò a Diana un sacro recinto. Ebbe un figlio leggiadro chiamato anche lui Virbio che, non intimidito dal destino paterno, guidò un tiro di feroci corsieri nella guerra dei Latini contro Enea e i Troiani.

Virbio era onorato come un dio non solo a Nemi, ma altrove, poiché troviamo che in Campania v’era un sacerdote speciale dedicato al suo culto.
I cavalli erano esclusi dal bosco e dal santuario di Aricia perché furono essi a uccidere Ippolito. Non era permesso neppure toccare la sua immagine.
Alcuni pensavano che fosse il sole. «Ma il vero è – dice Servio – che egli è una divinità collegata con Diana, come Attis è collegato alla madre degli dèi, Erittonio a Minerva e Adone a Venere».

Quale sia la natura di questa relazione, è tutto da vedere. Vale qui la pena di osservare che nella sua lunga e avventurosa carriera questo mitico personaggio mostrò una notevole tenacia di vita; poiché difficilmente si potrebbe dubitare che il sant’Ippolito del calendario romano, che fu trascinato a morte dai suoi cavalli il 13 agosto, il giorno appunto di Diana, non sia tutt’uno con l’eroe greco dello stesso nome che, dopo essere morto due volte come peccatore pagano, fu felicemente risuscitato come santo cristiano.

(Frazer, Il ramo d’oro)