Tre cosucce insignificanti

Raffaello - L'incendio di Borgo
Raffaello – L’incendio di Borgo

Anchise sulle spalle di Enea … te lo dico subito: è un brutto segno!
Come? – disse la Sibilla a Enea – ti sei caricato tuo padre in spalla, e ancora non capisci che il tuo mondo, da allora, è alla rovescia?
Una catena di frecce, non è così che si fa: non mettendo il vecchio sul nuovo, non il più grande sul più piccolo. Così – disse la Sibilla – la catena non funziona. Se la tua Troia è caduta, è perché non poteva reggersi più a lungo a cavallo di un simbolo vuoto, com’era vuota e perciò piena d’insidie la cavità del cavallo di legno che avete fatto entrare in città.

Non lo sapevate, miei cari Troiani, che una città sopravvive se e finché è più leggera delle sue fondamenta? Troia era già sottosopra, prima che i Greci ve la mettessero a ferro e fuoco.
E ora dimmi: tu da me cosa vuoi? cosa ti aspetti? che io ti parli in troiano, e che, in codesta vostra lingua a testa in giù, io t’istruisca a proposito della via che hai da fare per giungere a fondarne un’altra, di città? dimmelo tu come posso introdurti nell’abbiccì della mia sapienza, se poi questa sapienza è solo quello che voi Troiani non sapete più riconoscere come sapienza?
Dovevi essere tu sulle spalle di Anchise, non ti pare? È il padre che si deve caricare il figlio sulle spalle, guai a fare viceversa! Te l’ho detto: è un brutto segno. È il segno di un destino prossimo al tramonto. L’ultima lingua di un fuoco che presto sarà cenere.

Di tutto questo sproloquio, è certo, la Sibilla non disse più di due o tre sillabe. No, non la fece così lunga, né disse tutta questa sfilza di parole.
Alla giaculatoria che era usa salmodiare, quando doveva togliere il malocchio a uno dei suoi «clienti», erano sufficienti due fonemi – uno in battere, e l’altro in levare. Inspirazione ed espirazione di una stessa «aria». L’aria di un canto: principio e fine di un incantesimo.
Ride bene chi ride ultimo, canta bene il cigno quando chiude il ciclo che un dì la cicogna ha aperto a una maledizione. Mmbò!

Gaza-macerie

Ai perplessi, a coloro che di tanta stolta sapienza non sanno più che farsene, ai troiani defunti sotto le rovine di Troia, agli immaginativi schiacciati sotto le macerie della loro utopia, agli spasimanti delusi, la Sibilla non ha da dire che due sillabe della sua lingua e … attendere: funziona ancora la sua magia, o è solo roba da fattucchiere?
La Sibilla non ha che da rispedire al mittente, in forma invertita, la sua stessa domanda.
Vuoi sapere com’è che Troia non si regge più in piedi?
Presto detto! Sei tu che barcolli sotto il peso del suo ricordo!

Questa storia dei ricordi che salgono l’uno sulle spalle dell’altro per dare la scalata a non so quale cielo, mi pare di averla già sentita da qualche parte – pensò Enea.
Pensò e ripensò: «l’uno sull’altro», era così che mia nonna diceva. Mi diceva: vieni qua, ché ti faccio un altro racconto! se non hai un posto dove metterlo, tu mettilo su quello di ieri!
E si domandò: per dare la scalata a un cielo qualsiasi, chi sulle spalle di chi conviene che salga? Il presente sul passato!, lo diceva pure mia nonna. Guai a doversi trovare a fare l’incontrario! il passato, mi diceva, o è un orso o un elefante, è in ogni caso troppo pesante per alzarsi in volo!

La freccia più leggera è la sola che non ricade sulla testa dell’arciere. Il più piccolo dei ricordi, il più acerbo, il più ingenuo e sprovveduto, il più puerile dei frammenti di memoria, il più insignificante degli uccellini è il solo che parla la lingua della Sibilla, e a esso solo la Sibilla rimanda la domanda del mittente. La rinvia alla radice spostata, alla zanna d’elefante mossa e rimossa dal suo «posto».
Insomma: rinvia la domanda di Enea, non a Troia, ma alla radice di tutti i troiai in cui rischia di perdersi finché non si decide a domandare di Se Stessa: da dove vengo?
Dalla caverna, avrebbe risposto ovviamente la Sibilla. La domanda proviene dalla gola di una caverna in cui le voci si confondono con la loro eco.

peso-sulle-spalleQuesta è la freccia del tempo: ogni eco del passato è solo un tuo contrattempo. Perciò, mio caro Enea, è giù all’inferno che devi venire a restituirla, questa nostalgia di casa che ti perseguita.
Dai, non perdere tempo! va’ a cercare un ramo dell’albero spuntato da quella radice rimossa! un ramo di quell’«età dell’oro» che fu la tua infanzia. E poi, quando l’avrai trovato, torna … ché ti voglio portare con me all’inferno.

Due o tre sillabe. Non di più, disse la Sibilla a Enea.
Disse: tizzone, uccellino e in più una terza «cosa pesante», di cui disse che poteva essere orso o elefante, a seconda della fauna del posto!
Stava rivelando a Enea la «santa trinità» del Racconto: il ramo d’oro sta per il tizzone, la colomba per l’uccellino e … «il Padre», Anchise il vicinissimo al cielo di Afrodite, l’intossicato di veleno afrodisiaco, sta per il «peso» di tutte le emicranie che ci tormentano.
Hai mal di testa? È l’uccellino che devi stare a sentire, carissimo Enea; è la colomba che ti deve guidare nel bosco a staccare un ramo dal tuo albero di natale.

Tanti alberi ci sono nel bosco, e ogni albero ramifica in una serie di racconti.
Ogni racconto è una freccia scagliata in cielo, e ha una sola chance di non andare a vuoto per ricadere, come un boomerang, sull’arciere.
Solo se si conficca sulla freccia precedente, va a segno. Perché il Racconto produce un segno [della sua Presenza] solo nella sequenza di almeno due racconti.
Il Racconto non abita in nessun racconto, ma nello «spazio» che si apre tra un racconto e l’altro. Il Racconto non ha nessun posto in nessun racconto preso isolatamente. Il Racconto è nato «spostato». Nato dal triplice spostamento del latte dal seno di Madre Bufala, della pelle maculata dal corpo di Leopardo, e della zanna dalla bocca di Elefante.

Tre «cosucce» insignificanti. Eppure, bastano a fare tutta la sapienza della Lepre. Bastano e avanzano alla Cerva per capire che questo matrimonio di sua figlia non s’ha da fare!
Troppa sapienza fa male al sapiente. Lo rende a se stesso e agli altri troppo pesante!