Una scimmia vestita per fare teatro

scimmia-ridensSe è già travestito, allora sì che è buono a fare l’attore.
Lo dice pure Euripide, lo fa dire, non a un personaggio qualsiasi, ma al dio Dioniso «in persona».
Perché possa entrare in scena, l’attore deve avere una «skeué», avere cioè un abbigliamento, una veste, una maschera, un tatuaggio qualsiasi – perché chi vestito non è, non può fare nessuna parte in nessuna sceneggiata.
Il nudo «come Madre Natura ci ha fatti» fa a cazzotti col teatro. L’uomo non è che una scimmia vestita per fare teatro. Se si spoglia, non ha più né arte né parte nella Cultura Umana.

Se e quando in scena c’è un nudo, è sempre un colpo a tradimento. Perché il nudo a teatro è un intruso. Il nudo nel teatro s’intrude ogni volta che non è là a dare una maschera (e dunque a rimandare) ad altro ancora.
Percepire il nudo come una maschera, la luce «naturale» come l’ombra in cui nell’atto stesso d’illuminare s’imbosca la Stella che ci ha guidati alla volta dell’«umano», vedere per es. in Salomè che si toglie l’ultimo velo agli occhi di Erode, vedere nel suo corpo svelato la Fata ancora tutta da sfatare, o nell’amata Beatrice nient’altro che l’ultima «resistenza» alla trasparizione di Madonna Intelligenza, accogliere, anche solo per gioco, l’idea che il suo corpo non è che il «mostro» prigioniero nel cuore del labirinto, il «ciò che si mostra» quando Madonna Intelligenza al cuore del suo devoto si lascia immaginare vestita di forme o di piume, gustare, anche solo per un istante, la vanità di queste forme, gustarla assaggiando la vanità della forma prediletta, della «più bella del Reame» … sì, forse ci vuole tutto questo messo assieme per liberarsi di ogni interpretazione alla lettera di ciò che è nudo o vestito, crudo o cotto, naturale o culturale, selvatico o civilizzato.

C’è forse una forma mentis più ingenua di quella che ci ritroviamo, disposta come e quanto la nostra ad attribuire «realtà» ai suoi fantasmi e non a se stessa – non alla sua propria potenza creativa che quei fantasmi li mette al mondo, e ce li mette così bene da farli sembrare cose del mondo, «res reali» viventi di vita propria?
Ecco in cosa consiste tutta la «crudeltà» del teatro dionisiaco: consiste nel trattare l’apparente, il nudo che esso stesso mette in scena, i «fatti naturali» che il copione racconta, nient’altro che come un pre-testo: ossia come ciò che va raccolto per poter essere poi lavorato ad arte fino a estrarne un testo. Ora et labora, si diceva un tempo.

Van Gogh-AutoritrattoCorpi nudi: colori muti! – scrisse Van Gogh. – Cosa volete da me? Io non dipingo che per dare un corpo alla mia voce. Ciò che di mio rimane, è solo una veste scenica per farla apparire, la mia Madonna!
Le emozioni nude sono come le spighe di grano: bisogna portarle al mulino e macinarle, perché diventino farina. Ma la farina non è ancora pane, così come nessuna realtà «nuda e cruda» è ancora teatro. Per farne teatro, ci vogliono prima gli attori. E bisogna che gli attori si presentino, ciascuno con una sua veste, ciascuno con un suo pretesto, più o meno vanitoso.
Perché solo attori già vestiti, solo interpreti capaci di portare il proprio sacco di farina al Mugnaio, da un «copione» possono estrarre teatro.
Come recita il paternostro: dacci oggi il nostro pane quotidiano, prenditi cioè i nostri sacchi di farina, e impastali come tu sai. Impastali e fanne del pane fresco, del pane buono da mangiare.

Il teatro è chiamato a tradurre suoni informi, echi aneliti e sospiri senza corpo in immagini. È chiamato a dare forma visibile alla selvatica materia sonora delle lande più remote della nostra mente.
Raccogliere suoni nudi e vestirli d’immagini: ecco a quale «gioco di prestigio» è chiamato il teatro. Chiamato a percepire le sillabe mute dell’Inconscio per travestirle di forme visibili.
Perciò a teatro ci vuole una «skeué»: ci vuole quel che è buono a coprire, mascherare, abbigliare, acconciare, arredare. Ci vuole quel che è atto a velare: perché il teatro ignora qualunque rivelazione che non passi per la mediazione d’un velo, qualunque voce che non provenga dalla bocca di una maschera. La maschera fa parlare il nudo, lo personifica, gli dà un’apparenza di figura per cui, attraverso cui «suonare».

Il teatro, lo dice la parola stessa, è il «posto» dove il Racconto «si vede». Dove si vedono le voci del Racconto, dove le sue favole, magicamente, prendono corpo. Diventano «persone», maschere «parlanti», forme «loquenti», e già solo per questo: Angeli che annunciano «miracoli», sempre lo stesso stupore suscitando – lo stesso che è già nelle «incisioni rupestri» del Paleolitico.

Il teatro è chiamato a vestire le voci, a renderle visibili attraverso le maschere che quelle voci le enunciano, e le portano in scena, e le proiettano sotto le luci della ribalta, ciascuna maschera venendo a fungere da velo di ciò che quelle voci svelano.
Ma, si sa, per fare un qualunque velo, ci vuole la stoffa: perciò, quando di un attore si dice che «ha la stoffa», questo solo si dovrebbe intendere: che ha una maschera con cui pubblicamente può smascherarsi a se stesso.
La sua maschera, è il suo talento.
Sta a lui esibire i suoi Fantasmi, o tenerli sepolti nel campo delle scimmie, dove non si fa altro che scimmiottare i Fantasmi di gruppo.

Se il teatro si allontana dal suo luogo proprio che è là dove il nudo è esso pure travestimento, se cede al «nudo reale», se lo tratta come ciò che andava svelato quand’invece è solo un medium di quel che si tenta di svelare, se il teatro pensa di poter esibire lo Sconosciuto o, peggio ancora, che non c’è più nulla da conoscere una volta messo in scena il nudo, allora non gli resta che la «mimesi», avrebbe detto Platone, dei «fatti reali», solo l’imitazione del nudo reale, come ultima frontiera del realismo perfetto.

fantocci-teatroChe peccato! Lo diceva pure Artaud, nei teatri d’oggi non si fa altro che parlare. Si chiacchiera e basta. E chiacchiere dopo chiacchiere ci si tiene sempre più alla larga dal teatro visionario, dal teatro che si offre come luogo di apparizione dei fantasmi della nostra mente: di quei fantasmi che proprio la parola ci crea, non la parola delle chiacchiere sociali, ma quella dei nostri deliri individuali, quella con cui in silenzio ci parliamo parole oscure e tronche, parole sibilline d’indovinelli che vanamente si attendono da noi una risposta.

E nel tempo dell’attesa, negli intervalli d’insania tra appello e contrappello di questa vanità, il teatro visionario là si offre come luogo d’incontro di viandanti e cavalieri dell’immaginazione, di tardi donchisciotti in giro per la mente, che però a furia di girare non s’accontentano più di essere quelli che erano una volta, cioè copie e imitazioni del Paladino Originario, ma – guarda un po’! – pretendono di svelarci l’artificio che è all’origine della Realtà Umana: ovvero che il donchisciottismo è la materia prima d’ogni paladino.
A questo luogo e a tutti i suoi avventori il teatro concede una «realtà» tutta speciale, una realtà che è sempre vestita, sempre mascherata di simboli e tatuata di allusioni che rinviano a una risposta che, se c’è, è oltre il teatro stesso che bisogna andare a cercarla.
Il teatro non è che una via di passaggio, un’oasi nel deserto. Il teatro è solo un «posto» del Racconto.

Nessun copione dà un ruolo se non a chi è già di per sé arruolato nel novero dei travestiti. Nessuno Shakespeare farà mai d’un pingopallino qualsiasi un Amleto, ma viceversa a chi già è preparato a trasmutarsi in Amleto, a lui sì darà una trama da recitare, un copione in cui possa sfoggiare la propria veste amletica.
Il testo, qualsiasi testo teatrale, non offre che una via di fuga a chi è già in fuga dalla «realtà nuda e cruda». E chi per questa via vuole fuggire dal mondo «reale», non ha che da seguire i consigli che Euripide mette in bocca al dio Dioniso: «vestiti e seguimi!», è il primo consiglio. Come a dire: «prendi le tue cose e vieni via con me!».