Kerényi – Il cigno, il «buon cantore»

cigno-vaso-grecoEsiste una mitologia della cicogna, le cui tracce in un culto segreto che aveva a che fare con le origini della vita, non potrebbero sorprendere l’uomo moderno.
Noi però non abbiamo alcun bisogno di fare un giro, rievocando le immagini archetipiche psicologicamente notevoli (quale sarebbe nel nostro caso la cicogna, portatrice dei bambini), perché la ricchezza della tradizione della Grecia stessa è molto più grande di quanto la scienza mitologica – sia quella romantica che quella psicologica – se lo sia mai sognato […]

Dal punto di vista puramente linguistico pelargos, «la cicogna», potrebbe essere una forma più recente di pelasgos, termine che originariamente non si sarebbe riferito a uomini, bensì a uccelli.
Corrisponderebbe perfettamente alla funzione di culti segreti primitivi, che tutti gli uomini di una tribù venissero identificati, per mezzo di riti di iniziazione, con determinati animali: nel nostro caso, iniziati da una Dea Cicogna, identificati con le cicogne.

Tale identificazione si sarebbe conservata anche nel nome del popolo. In tal caso i «Pelasgi», dovunque essi apparissero nella leggendaria preistoria della Grecia – in Argo, in Attica, in Beozia o in Samotracia, per non menzionare che queste regioni dei Misteri – non sarebbero che gli iniziati di antichissimi culti segreti e forse membri di società segrete quali l’etnologia conosce in connessione coi culti segreti.
Solo in un secondo tempo il nome del popolo si sarebbe differenziato dal nome d’animale pelargos, differente soltanto nella forma dialettale, perdendo così il suo significato originario.

Ma noi non vogliamo inoltrarci sulla via delle ricerche intorno ai Pelasgi, tuttora parecchio problematici, bensì al contrario vogliamo esporre ed interpretare ciò che i Greci hanno costruito su una base etnologicamente probabile, che tuttavia non si può più ricostruire che nelle sue grandi linee generali.
Il coronamento di quella costruzione, la più pura forma greca dei culti segreti, sono indubbiamente i misteri eleusini. È tanto più notevole che il sacerdote iniziatore anche in Eleusi ha conservato come il ricordo di una più antica identificazione con un uccello.

I sacerdoti e sacerdotesse iniziatori, i ierofanti e le ierofantidi di Eleusi appartenevano alla stirpe del primo sacerdote dei misteri, Eumolpo, ed erano considerati come suoi discendenti: Eumolpidi.
Più esattamente però essi erano tutti «Eumolpoi», cioè lo stesso che il loro mitico antenato. «Eumolpo» è, infatti, il nome di una carica: gli Eumolpidi perdevano il loro nome proprio nel momento stesso che entravano nella carica dell’«Eumolpo».

Eppure il nome «Eumolpo» non definisce il portatore della carica quale «sacerdote» (questo in Eleusi si chiama ierofante), bensì quale «buon cantore». Tale significato è chiaro, solo che si addice poco alla carica sacerdotale eleusina. Lo ierofante aveva da offrire qualcosa agli occhi, più che all’udito. Ciò è implicito anche nel suo nome: «colui che mostra le cose sacre (e segrete)».
La sua bella voce risuonava certamente, quando, per es., annunciava la nascita del fanciullo divino. Tuttavia, in base a tutto ciò che sappiamo intorno alle cerimonie dei Misteri, è difficile immaginare il sacerdote come un «cantore».

Ma il nome «Eumolpo» doveva pur esprimere qualcosa del carattere del primo sacerdote misterico.
In una celebre raffigurazione vascolare del V secolo Eumolpo – presente, insieme con le divinità eleusine, all’invio in missione di Trittolemo – ha accanto a sé, come attributo, un cigno – e il cigno, benché si ritenesse che cantasse solo nella sua ultima ora di vita, era considerato dai Greci come un «buon cantore» tra tutti gli uccelli.

uccelli-anfora-grecaL’intera storia mitologica della discendenza del Primo Sacerdote – spezzettata dai mitografi posteriori e applicata a diversi «Eumolpoi» – si addice a un essere del genere del cigno.
Egli sarebbe venuto in Eleusi dalla Tracia: circostanza che, interpretata nel senso comune, può sembrare ben imbarazzante, dato che i Traci erano barbari e i barbari erano esclusi dai Misteri.
Ma i Greci consideravano la Tracia, e particolarmente la foce dello Strimone, come la patria dei cigni. Lì, ancora in tempi storici, viveva gente che traeva il suo nome dal cigno, allo stesso modo in cui Pelasgo lo poteva trarre dalla cicogna. Celebri ateniesi erano imparentati con un re trace, Oloros, «il cigno».

La madre del mitico Eumolpo si chiamava Chione, la «nivea»: era figlia di Borea, il vento settentrionale trace, e di Oritìa, che costui aveva rapita presso l’Ilisso, luogo di scena dei Misteri di Agra.
I compagni traci di Eumolpo si sarebbero perduti, durante un bagno, nel lago Eschatiotis – vale a dire nell’acqua dell’estremo margine del mondo.
Tutto ciò ci fa l’impressione di una favola di cigni.

Secondo gli epitaffi eleusini il nome civile del sacerdote o della sacerdotessa scompariva ugualmente nelle profondità delle acque: essi riemergevano dall’acqua come esseri nuovi e sacri che non avevano più alcun nome all’infuori di quello solo che, appunto, si addiceva al cigno, il buon cantore.
Il padre del «buon cantore», sposo della candida vergine Chione, era il dio che in Eleusi si venerava come «il Padre» ed era considerato semplicemente come sposo di Demetra: Poseidone.

In una forma teriomorfa di quelle nozze di ratto che costituiscono la base mitologica dei Misteri di Demetra, egli, in forma di cavallo, sosteneva la parte dello sposo.
In un’altra variazione teriomorfa delle stesse nozze, lo sposo assume l’aspetto di un cigno, la sposa quello di un’oca.
L’elaborazione poetica di questa scena nuziale primordiale a lui dà il nome di Zeus, a lei quello di Nemesi. Sembra però che il dato primario fosse la scena primordiale stessa che solo posticipatamente è stata elevata sul piano della mitologia epica, per mezzo dei nomi di Zeus e Nemesi.

Afrodite-sul-cigno-pittore-di-pitossenoNella mitologia dei Misteri era certamente la figlia di Demetra quella che sosteneva la parte della sposa nelle nozze di cigni.
In Eleusi non si consideravano più che i sacerdoti e le sacerdotesse come discendenti di esseri abitanti nell’aria e nell’acqua, di divinità dei venti e del mare, e precisamente del buon cantore simile al cigno: lo scenario primordiale di tutta la vicenda misterica, coi suoi uccelli palustri, è andato sommerso.

Ne rimaneva un ricordo nella Beozia, riferito a Persefone stessa: si raccontava come essa giocasse con un’oca in una grotta presso Lebadeia, dove – come in tanti altri luoghi – sarebbe avvenuto il ratto.
E a questa forma del mitologema corrisponde il fatto che su un vaso rinvenuto nel vicino Cabirion – il santuario dei Cabiri presso Tebe – alle dee che cercano la rapita, Demetra e l’alata Ecate Angelos, viene dato per attributo a ciascuna un uccello acquatico.

Cigno, oca e indubbiamente anche l’anatra tanto spesso raffigurata sui vasi greci, costituiscono un gruppo di uccelli acquatici, dal quale, come da un materiale omogeneo in cui le singole particolarità di questi animali non hanno importanza, in un’epoca arcaica si era formata la mitologia della divina madre e di sua figlia e ciò che essa esprime: il destino della donna, dell’anima, dell’uomo.
Il nome – per gli iniziati certamente trasparente – della stessa dea-madre, quale fondatrice dei Misteri cabirici presso Tebe, la Donna-Cicogna, non è meno antico e allude, accanto al menzionato gruppo di uccelli acquatici dalle gambe corte, a un altro gruppo dalle gambe lunghe.
Cicogna, airone e gru formano un gruppo nello stesso modo in cui lo fanno cigno, oca e anatra, ed è raro che nelle raffigurazioni vascolari l’una specie venga distinta dall’altra per mezzo di un disegno più preciso.

(Kerényi, Miti e misteri)