La leggenda della Cicogna

Adolf Wölfli - 1866
Adolf Wölfli – 1866

Lo sapevo che andava a finire così.
Non è che proprio lo sapevo, ma me l’immaginavo: non poteva finire che com’è finita.
Non c’era niente di grandioso nell’impresa. Niente di epico, e ancor meno di eroico. Niente che potesse giustificare l’attesa di un Gran Finale.
Perciò, eccomi qui ad arrancare tra le parole. Non importa. Va bene lo stesso, perché comunque le arrangerò, quando cala il sipario, quale che sia stata la sua trama, la Commedia finisce (sempre) modestamente là dov’è cominciata. Essa non ha che da «deporre» ciò che ha «prelevato». Da riporlo là dove l’ha preso, possibilmente. O comunque da quelle parti.

Spesso, all’insaputa dei commedianti, la Commedia finisce per ritornare sui «fatti» del suo inizio, solo per permettersi il lusso (e, perché no?, la dolorosa lussuria) di disfarne ogni resto d’illusione, ogni briciola che ancora conservi un sapore di «realtà».
C’è un piacere anche a distruggere i sogni.
Ma, a volte, c’è un piacere ancora più grande. Il piacere di sognare l’istante in cui si svela il Trucco di tutte queste costruzioni e distruzioni alterne.

Era solo una parola. Va bèh, era una parola magica. E con ciò? La magia, ma cos’è la magia?
L’Arte degli imbrogli: disse quel tale imbroglione che, avendola esercitata per tutta la vita, si ritrovò infine a scoprire d’essersi dovuto imbrogliare lui per suggestionare gli altri.
D’accordo, però ancora non ti spieghi. Sei troppo vago.
È che una vita passata a spacciarsi per mago, non può finire che ricadendo sul principio delle sue magie.
Una Commedia del Bambino, come la qui presente Sceneggiata, non può finire né finirà che … aspettando la Cicogna che, quel Bambino, l’avrà portato fin qui a farsi scritturare tra di noi.

bambino-rideEra il bambino, il puer aeternus, il fanciullo divino, il senza padre né madre, era lui all’inizio, l’Orfanello senz’arte né parte, il Soggetto della nostra Sceneggiata.
Era Quello che si fa da Sé – che di Se Stesso è faber, costruttore di fortune e di guai. Quello che si mette al mondo, allucinato, dinanzi allo specchio. Quello che si «genera» assecondando il suo proprio Genio.
Era il Genio di Apollo, il Guaglione congenito in ogni uomo. Era innamorato della più bella del Reame. E Lei, la sua Amata, allora era una Stella. Poi Lui, dall’arco della sua gelosia scoccò la freccia che la trafisse. E la Stella cadde giù dalla Via Lattea. La Stella scivolò in mare, e tra le onde naufragò dei nostri cieli notturni.
Da allora, dice il Racconto, non c’è più aria di festa, nelle nostre Feste. Niente c’è più di misterioso, nei nostri Misteri.

La Commedia è, dunque, precipitata nelle nostre lingue da un antefatto «misterioso».
Come dirlo meglio di Goethe? il Prologo in cielo, l’Inizio, che il suo Autore lo sappia o non lo sappia, è sempre preceduto (specularmente defraudato dei suoi diritti di primogenitura) da un Prologo in teatro, da una Rappresentazione di quell’Inizio.
Tutto il Racconto è alla rovescia. La sua finzione precede ogni costruzione di realtà.
Il seme dell’Inizio è morto perché nascesse il grano. La sua realtà è sepolta sotto tutte le commedie umane. Il «c’era una volta», la radice del Racconto, è la Bella Addormentata che giace in attesa del bacio che la risvegli dalla tomba di tutte le nostre leggende.
O forse è meglio lasciarla riposare in santa pace?

I leggendari, gli Eroi e nondimeno i Bambini restano intrappolati nei residui vischiosi della loro leggenda.
Fu così, all’incirca, che sant’Adolfo mummificò nella sua Leggenda un tale, la cui unica «colpa» era di chiamarsi Adolfo pure lui.
È più o meno la stessa cosa che successe in illo tempore ai Pelasgi. Nientemeno a tutto un popolo insieme successe di rimanere prigioniero della sua stessa leggenda, avvolto nel velo dei suoi stessi Misteri.
Ecco perché, malgrado tutti gli sforzi degli storici, antichi e moderni, i Pelasgi restano tuttora – come i Bambini – fuori dalla Storia, sempre dietro le sue quinte.

Non erano Greci, parlavano – a detta di Erodoto – una lingua «barbara». Non hanno lasciato né documenti né monumenti del loro passato. Solo il profumo, il vago profumo della loro scia. Solo una leggenda. Come se avessero passato la loro vita a celarsi nella Rappresentazione santificata di se stessi, incuranti di tutto il resto. Sempre con la testa sopra le nuvole. Dimmelo tu, se non è proprio quello che fanno i bambini.
Oscurati dai loro Misteri, i Pelasgi forse scelsero loro di fare questa fine. Forse vollero seguire la Stella della loro Leggenda, e condividere per sempre il suo destino. Forse preferirono naufragare assieme a lei nell’oblio, piuttosto che darsi a scrivere memorie.
In ogni caso, essi fecero in modo che, chiunque volesse sapere qualcosa di loro, dovesse per forza passare per la via stretta dei loro Misteri.

Samotracia_cartinaI misteri di Samotracia. Ne hai mai sentito parlare?
Dicono che l’«argomento» è ostico. Assai. Io invece, guarda un po’ che presunzione!, te li riassumo in due parole.
Quando l’acqua è poca, la papera non galleggia. Perciò, si manda a chiamare la cicogna! La cicogna ha le zampe lunghe, e sa camminare sulle acque!

Ti ricordi? Apollo aveva la gola secca, Apollo pativa mancanza d’acqua.
Bene! Quelli dell’isola di Samotracia, sapevano che l’errore che il dio aveva fatto, era stato di chiamare in soccorso il Corvo invece della Cicogna.
Non sto scherzando. O forse sì. Forse sto giocando al gioco dei Pelasgi, come loro forse sto parlando anch’io una «lingua degli uccelli», o quantomeno un suo «tardo» dialetto.
E sai com’è: se non indovini la «lettera», se al posto del Nero (corvo) non ci lasci, come dovresti, la casella Bianca (della cicogna), allora la fai la papera, mio caro «divino» Apollo. Allora, ahimé, è l’Alfabeto stesso che si prende gioco di te.
Perché è così che succede. Succede che resta prigioniero della sua leggenda, chi prende la scorciatoia di una magia nera.

Parliamoci chiaro! Di tutto il mistero dei Pelasgi, solo quella casella Bianca è tutto ciò che essi hanno voluto farci sapere di loro.
Tutto il resto avvolto nel mistero di un’ignota lingua «barbara», solo quella casella hanno segnata con un nome (d’accordo, è solo un nome mitologico) a cui un greco poteva ancora appigliarsi. Era il nome della loro Stella, non sapremo mai se era una principessa o una dea sovrana. Sappiamo però il suo nome: Pelarge.
Solo questa parola, come per magia, pareva a un greco «imparentata» con la sua lingua. Tutto il resto era destinato a rimanergli oscuro e indecifrabile.

cicognaLa parola, sperando che sia essa la Magica che ha stregato i commedianti fin dall’inizio del Gioco, era Pelarge, che in greco è il femminile di «pelargos» (πελαργός), ovvero del nome della Cicogna (letteralmente, «mantello di luce argentea»: πελλός + αργός).
Piuma Bianca, potremmo chiamarla semplicemente così. Dea Bianca, la chiamavano in Asia Minore. Oppure la potremmo chiamare: la Velata dal Mantello del suo stesso splendore.
Lei, la misteriosa Macchina dei Misteri.

Di questa Pelarge Pausania racconta che, al tempo dell’invasione argiva, si mise alla guida dei Pelasgi e li condusse al sicuro in un certo posto, dallo strano nome: Alexarius (ovvero «che tiene alla larga Ares»).
Noi sappiamo a quale Stella era stato imposto questo «divieto di frequentazione» con Ares, alias Marte: era alla stella di Venere. Il che ci dice quantomeno che c’è dell’«afrodisiaco» intriso nell’identikit di Pelarge, e lascia inoltre sottintendere che non è tanto Lei a mettersi alla guida del suo popolo, ma piuttosto che è il suo popolo, il popolo delle Cicogne, a seguirla nel suo esilio in terra.

Sciamare appresso alla Piuma Bianca: questo facevano, negli antichi Misteri di Samotracia, le Cicogne. Facevano la Festa, facendo le feste alla Cicogna. O forse, facevano le Feste, facendo la festa sempre e solo alla Cicogna.
Questo dilemma i Pelasgi l’hanno sigillato nella loro leggenda. Forse, l’hanno fatto apposta perché il nodo della loro lingua misteriosa non si sciogliesse. Perché continuasse a parlarci, così com’è: annodato, doppio, ambiguo – perché solo così può fingere di dire ancora qualcosa di reale!
Anticipando la Rappresentazione dell’Inizio all’Inizio stesso, essi diedero a se stessi il tempo, e a noi l’eredità, di realizzare l’Arte Umana di riempirlo, il tempo, scandendolo secondo le stagioni dei desideri.

Non c’era niente di grandioso nell’impresa. Niente di epico, e ancor meno di eroico. Era una finzione, e chi fingeva la parte della Cicogna, non doveva far altro che vestirsi del piumaggio argenteo della Cicogna, danzare il passo della Cicogna e, se richiesto dalle circostanze, parlare pure la lingua della Cicogna.
La Cicogna era la Macchina della Festa, la Macchina al centro di tutte le macchinazioni dei festaioli, e perciò la Genitrice di tutte le commedie.

Dimmi: non la vedi? la più bella della Tribù, al centro della scena: la più innocente, alta, slanciata, la più casta, sensuale, la più scema – è là, vestita da sposa, bianca cicogna a volo discesa dalle nuvole, Stella venuta in terra a cercarsi quello sposo che tra gli dèi le è interdetto.
Come s’incastrano bene le favole, e come stanno l’una nell’altra ben comprese le loro metafore: l’una sovrascritta all’altra, l’una sull’altra getta luce!
Parola su parola, racconto su racconto, luce su luce – non c’è altro modo di liberare il Racconto dal malocchio e dalla maledizione.

Parola su parola, non c’è altro modo di immergersi nei giochi della Metafora, né altra via ci è aperta a riconoscerla: è Lei la Cicogna.
E il Racconto è suo Figlio. Tutti i figli del Racconto, tutti i bambini umani è la Cicogna che li porta al mondo.
Non sono i Misteri coi loro riti e le loro formule taumaturgiche ad attrarli e umanizzarli. È la misteriosità che li affascina. Quella misteriosità che avvolge più «fatti», più «cose», e tuttavia è sempre la Stessa.
È la volatilità della Cicogna che li costringe a volare. È il suo richiamo dal fondo di tutte le voci umane, che li ammalia. Su, bambini, venite a giocare! Venite alla Festa! e, mi raccomando, portatevi i vostri attrezzi da gioco!
Non c’è niente di eroico in tutto questo.
Solo un ultimo miraggio, a chi avrà avuta la pazzia di attenderlo, porterà la Cicogna. Se ho ben capito, sarà né più né meno che il Simulacro dei simulacri.