Il nome che ti do è Garôtmân

Garuda2L’impresa dell’uccello Garuda ricorda l’inno di Rig Veda, 3: 48.4, in cui si narra della vittoria su Tvastr e della conquista del Soma da parte di Indra.
La formula sembra essere: Garuda sta a Indra, come l’amrta al Soma. Con questa sfumatura però: che Garuda è costretto a «rubare» quel che Indra con la forza del suo vajra riesce a «conquistare».

Ne dà indirettamente conferma Rig Veda, 9: 77.2, ove l’aquila ruba il Soma per Indra: l’aquila è il «ladro» al servizio di Indra, è il suo ermetico luogotenente, che in picchiata dal cielo scende a trafugare un certo «bottino», aprendosi un varco tra le frecce che l’arciere Kršânu gli scaglia addosso.
Tu di qui non passerai: sembra dire ogni freccia. L’elisir dell’Acqua di Vita, tu non l’assaggerai.

Poiché due inni (Rig Veda, 1: 89.6 e 10: 178.1) «confondono» Garuda con Târksya, il cavallo che allo spuntare del giorno traina il carro solare, c’è da scommettere che l’ora del furto dell’amrta è quella del mattino.
Il cavallo dalla Notte viene alla luce del Giorno, da lì a qui traghettando sogni. È ai sogni che bisogna dunque «rubare» la preziosa bevanda, dai sogni alla realtà passando indenni attraverso la coincidenza dei due stipiti della Porta: Notte e Giorno.

Tu di qui non passerai: sembra dire ogni freccia. La tua bevanda segreta tu non l’assaggerai, i tuoi sogni dall’oblio tu non li salverai.
Ogni raggio di luce mattutino è un demone che sfreccia contromano, un guastafeste che viene a confonderti le idee.
Questa è l’antica inimicizia che oppone l’aquila all’arciere. Ogni freccia di luce è un serpente, un capello di Medusa: chi nell’occhio ne è trafitto, altro non vede che se stesso pietrificato nella smorfia di un enigma alla luce del sole.

Garuda3È lo stesso enigma di Garôtmân, l’uccello vedico prototipo di Garuda. Il Sole del mattino – recita Rig Veda, 7: 77.3 – è un uccello, anzi no – si affretta a dire subito dopo: è a cavallo d’un uccello.
Ma potrebbe anche trattarsi, stando a certe fonti arabe, di un pavone a cavallo d’una cammella. In ogni caso, è «tutt’e due», perché «è» solo nella coppia di portato e portatore, guidato e Guida insieme.
È un cavallo alato? o un uccello che ha preso gusto a cavalcare?
Io sovra te corono e mitrio.

Il nome che ti do è Garôtmân, perché i tuoi artigli sono i raggi del Sole, e quel che devi «rubare» non sono che i tuoi stessi capelli. Devi liberarli dall’antico incantesimo che vincolati li vuole alla giurisdizione della testa di Medusa.
Il nome che ti do è Garôtmân, perché tu sei il paradiso dei canti: quelli che sembrano raggi di sole, canapi di irradiazione luminosa, in sogno si riveleranno essere parole e suoni. Essendo però stati morsi dal serpente, streghe e demoni per sempre li useranno come veleni in punta delle proprie frecce.

Il nome che ti do è Parola in libertà, perché a liberare andrai tua madre, e per lei pagherai qualunque prezzo del riscatto.
Pagherai per l’esattezza una testa di cavallo e in cambio avrai un sorso della bevanda d’immortalità.