Un racconto sopra l’altro

castello-di-carteUn racconto sopra l’altro.
Questo stiamo facendo. Non stiamo facendo nient’altro che mettere i racconti l’uno sull’altro.
È il Racconto stesso che ce lo consiglia. Il «fuoco», dice, s’è spento, la Festa è finita e tutti i «posti» che essa ha illuminato, non si vedono più.
Lo stesso Racconto non è più al suo «posto», non più dove dovrebbe essere raccontato – non più in modo che basterebbe raccontarlo, per riaccendere quel fuoco là. Il fuoco che c’era una volta

Solo in quel «posto» suo originario, il Racconto può raccogliersi in preghiera. Altrove, esso è condannato a profanare Se Stesso. Condannato a replicare mille e una notte la sua logorroica sciarada. Condannato a disperdersi nelle sue stesse parole. A vuoto.
Quante volte ancora il Racconto ci deve raccontare che il fuoco, quello a cui al Racconto bastava dire: «accenditi!», e quello subito s’infiammava – ora che la Festa è finita, quante volte ancora il Racconto ci deve ripetere che non è più là dov’era una volta?

È alla Madre nascosta di tutte le parole che il Racconto ci consiglia di risalire. Alla Matrice magica di tutti gli abracadabra e i giochi di prestigio che, una volta, facevano i miracoli che adesso non fanno più.
Non li fanno più, dice il Racconto, dacché la Matrice s’è mangiata pure la loro radice!
Ecco perché adesso le parole sono canne al vento, e si piegano oscillano non sanno più da che parte andare, sperdute come sono nel labirinto che esse stesse hanno congiurato a costruire.

La Torre di Babele cade sui suoi stessi costruttori. Il Grande Orso, la Magnifica, la Prodigiosa, la Fantasmatica Macchina Sociale, aspetta al varco i salmoni che risalgono la corrente alla volta della loro radice.
Li aspetta per fargli la Festa!
Oh, magari fosse, questo, solo un gioco di parole!
Fare la festa a qualcuno, non è la stessa cosa che fargli le feste! Piccolo dettaglio. I nomi delle feste greche, osserva Kerényi, sono sempre al plurale! Guai a singolarizzare la Festa. Guai a illudersi di poter dare da soli la scalata al «terzo cielo» delle parole.
Il Racconto consiglia di salire sulle spalle di chi l’ha già raccontato. A Dante di salire su quelle di Virgilio.

Salire, elevarsi, levitare – a volte addirittura essere portati sulla luna e, c’è da crederci, in certi casi finanche oltre.
mago-fuocoArrampicarsi, innalzarsi, esaltarsi – sono parole esagerate, chi può negarlo? Ma chi è a esagerarle, se non la stessa potenza «linguistica» che le macchina in seno alla Tribù? E qual è il «luogo» privilegiato di questa macchinazione, se non la Festa? Qual è il «fuoco» così avido e goloso da bruciare le energie che esso stesso infiamma, se non il fuoco sacro dei Fantasmi che la Lingua tiene in vita?
È a questo fuoco che tutti i festaioli d’ogni Tribù danno se stessi, la propria «biologica» animalesca natura, sacrificando il loro corpo – facendo del loro corpo l’Ospizio di un «sacro», la Sala d’Aspetto di un «trascendente».

È la Lingua della Tribù, la Lingua che il Gruppo si scambia – essa l’Esagerata, la Chiacchierona votata all’esagerazione, e perciò al trucco e all’inganno.
Al Gruppo basta «frullarla» un po’, la sua Lingua, ed ecco la Panna Montata … ecco il gioco, la festa, l’eccitazione. E la Lingua schiuma, burrifica, il corpo sottile dei suoi Fantasmi. Materializza il corpo dei suoi Idoli.
C’è chi ci vede la Parola di Giustizia e Verità – e questi, nelle antiche feste indù, erano i Deva. Viceversa, erano detti Asura quelli a cui, dal gorgo della Lingua rimestata, compariva «la più bella del Reame».

Il Racconto consiglia di metterli l’uno sull’altro, questi Fantasmi. A chi vuole risalire all’Idolo, consiglia d’idolatrarli uno alla volta, in modo da poterli a uno a uno smontare e rimontare, i «credo» di tutte le credenze.
Il Racconto consiglia: a partire dal più piccolo, da quello che è così piccolo che non può essere capace di niente – neanche di contenere Se Stesso.
Il Racconto consiglia di rintracciare il suo «c’era una volta» più ingenuo.
Non il più dotto, il più artificioso, il più sapiente (che poi finisce sempre per macchinare il deus ex machina del suo credo), ma il più ignorante dei suoi inizi «narrativi».

Bruegel-Torre-di-Babele
Bruegel – La Torre di Babele

La catena dei racconti si regge, dice il Racconto, a questa sola condizione: che la si agganci al suo anello più piccolo, al più leggero dei suoi «uccelli», alla prima piuma che, staccatasi dal suo mantello, «levitò» fino alla volta celeste, fino a quella Terra bruciata sulla Via Lattea, in cui dal tempo dei tempi vive rintanata la Madre di tutti gli uccelli.
All’orlo della veste della sua Matrice Immaginale, solo il dito mignolo, anzi no: solo l’unghia del dito mignolo di un bambino resta aggrappata.

La Festa è finita! Ragazzi, tornate alle vostre case!
Le energie che la Festa ha liberato, che a volte ha fatto addirittura esplodere, fanno fatica i maestri di cerimonia a contenerla, e i mastri vasai a rimettere poi assieme i cocci degli invasati.
Salire, ascendere al cielo è Fantasma di Gruppo. È la Tribù che l’ha avvistato, e ora da noi cosa vuole?
Vuole?
Esige la Tribù che ogni suo membro parli la Lingua della Festa, che dia voce alle Sue esagerazioni. Esige questo esagerato parlarsi addosso l’un l’altro.
Continua a esigerlo anche quando non ha più nessun fuoco da andare a riprendere in cielo, più nessuna preghiera da inviare alla volta celeste, né più un minimo di memoria della «terra bruciata» né della radice da cui fu tratto in salvo il primo «c’era una volta» del Racconto.

Esige la Macchina Esattrice, o forse ex Attrice, ora non più, dei suoi atti. Esige che passino per «reali» i suoi Incubi Storici, e che siano prese per cose di tutti i giorni le sue esagerazioni.
Il manicomio, per es., o il carcere, l’ergastolo o la pena di morte, il giudice col martello o il becchino con la pala in mano, tre giorni di sospensione a scuola o il viaggio premio alle Bahamas, la luna di miele o la leva militare, il festival di Sanremo o il rap, l’esercito, la marina e tutte le forze armate, le gendarmerie e la Croce Rossa, la guerra santa e la pace armata, i fiori del male e le utopie politiche, il nirvana e l’oppio dei popoli, i supermercati e la Borsa Valori, le lenticchie a capodanno e la lasagna a carnevale – che dici? vuoi che continui la lista?
Non vedi che i Fantasmi sono tutti gli usi e costumi, e che tutte le Istituzioni della tua Gente sono esagerazioni?

Forse per questo, chi lo sa?, ad Abramo che gli chiedeva cosa fare, dio ebbe a dire solo questo.
Solo questo disse il Racconto, allorché lasciò parlare il dio di Abramo.
Disse: Vattene! vattene dalla tua Gente!
Voleva, forse, che Abramo vedesse «da fuori» come funziona la Macchina delle idolatrie d’ogni tempo e luogo.
Forse.