Virgilio – Orfeo ed Euridice

Orfeo-Euridice-Ermes
Ermes «consegna» Euridice a Orfeo

… fuggendo a rotta di collo, la fanciulla
ignara del destino di morte imminente non vide
tra i piedi nell’erba alta strisciare l’immane serpente
che sulla riva del fiume montava la guardia.
Allora alto levò un grido il coro delle Ninfe
sue coetanee e giunse fin sulle cime dei monti;
piansero le rocche di Rodope e l’alta Pangea;
piansero la terra di Reso sacra a Marte
e i Geti e l’Ebro e l’attica Oritìa.
Te, dolce sposa, per consolare sulla lira ricurva
la sua pena d’amore, da mattina a sera
te Orfeo sul lido deserto cantava solo con se stesso.
E avventuratosi giù fin nelle fauci del Tenaro,
passata l’alta porta di Dite, nella selva oscura
e spaventosa avventuratosi, pregò i morti,
pregò il terrificante re dei morti provando
ad addolcirne i cuori ignari d’umane preghiere.
Ed evocate dal suo canto accorsero lievi le ombre
dalle loro case giù nel profondo di Erebo
e a migliaia fantasmi di presenze oscure,
quanti uccelli tra le foglie si nascondono,
quando la sera o una pioggia d’inverno li spinge
giù dai monti. Accorsero madri e padri e i corpi
senza vita di magnanimi eroi, fanciulli e fanciulle
non maritate, e ragazzi deposti sul rogo
al cospetto dei genitori. Tutt’intorno li cinge
il nero limo e l’orrendo canneto del Cocito
e l’odiosa palude d’acqua stagnante,
e nove volte li rinserra, frapposto, lo Stige.
Incantati ne rimasero perfino il palazzo della Morte
e i recessi profondi del Tartaro, e le Eumenidi
coi cerulei serpenti attorcigliati nei capelli,
e si fermò spalancando le sue tre bocche Cerbero,
e col vento si arrestò anche la ruota di Issione.
Ormai, risalendo, aveva superato ogni ostacolo,
e poco mancava che – camminandogli dietro:
così infatti aveva decretato Proserpina –
Euridice fosse ricondotta al mondo di sopra,
quando un improvviso raptus di follia colse
l’incauto amante: un errore perdonabile certo,
sempre però che i morti sapessero perdonare.

Chagall-Orfeo
Marc Chagall – Il mito di Orfeo

Ed ecco, proprio sulla soglia della luce,
immemore del divieto e incapace di resistere,
si volse indietro a guardare la sua Euridice.
E in un attimo andò perduta ogni fatica,
in un attimo fu infranto il patto stretto
col crudele Signore dei morti, e tre volte si udì
risuonare un fragore negli stagni d’Averno.
E lei disse: «Chi ci ha fatto perdere, me misera
e te, Orfeo? quale insana follia? Ecco, di nuovo
il fato crudele indietro mi chiama e il sonno
mi oscura gli occhi già incerti. Addio, dunque:
nell’oscuro abbraccio della notte fonda mi sento
risucchiata e inutilmente a te tendo le mani,
ahimé non più tua». Così disse, e di colpo
dagli occhi svanì fuggendo per la sua via
come esile fumo che nell’aria si disperde,
e più non vide lui che invano s’affannava
a stringere le ombre e che molte cose ancora
aveva da dirle; né il barcaiolo dell’Orco
gli permise di traversare una seconda volta
l’ostacolo della palude. Che fare dunque?
dove andare, ora che la sposa una seconda volta
gli era stata rapita? Con che pianto commuovere
i morti, con quale voce i numi placare?
La fredda navicella ormai se la portava via.
Dicono che per sette lunghi mesi incessantemente
sulle deserte rive dello Strimone altro non fece
che piangere su di sé e raccontare la sua storia
sotto un cielo di gelide stelle, mansuete rendendo
le tigri e col canto a sé attraendo le querce:
come afflitto un usignolo all’ombra d’un pioppo
canta il lamento per i figli perduti, che crudele
un contadino spiando nel nido gli portò via
ancora implumi, e piange tutta la notte
e poggiando su un ramo rinnova il triste canto
e dei suoi mesti lamenti riempie il bosco.
Nessun amore né desiderio di nuove nozze
valse a piegarne l’animo. Tutto solo errando
si aggirava tra i ghiacci iperborei, sulle nevose
rive del Tanai e per i monti Rifei sempre
di brina ricoperti, piangendo la perduta Euridice
e l’inutile viaggio concessogli nel regno di Dite;
sentendosi disprezzate dal suo modo di fare,
le donne dei Ciconi durante un rito sacro,
in un’orgia notturna in onore di Bacco,
fecero a pezzi il giovane e in lungo e largo
ne sparsero per i campi le membra straziate.

Orfeo-testa-galleggiante

E accadde allora che, galleggiando la testa
staccata dal suo bianco collo nei gorghi dell’Ebro,
la sua propria voce e la sua lingua già fredda
con l’ultimo respiro invocarono, ahimé!,
la povera Euridice e lungo tutto il fiume
le rive facendo eco sussurrarono: Euridice!

(Virgilio, Georgiche, 4: 456-527)