Jung – L’albero capovolto

arbor-inversaL’albero è spesso designato come arbor inversa (presumibilmente già in Dante, Purgatorio, 22: 131 ss.).
Scrive Lorenzo Ventura (sec. XVI): «Le radici dei suoi elementi sono nell’aria, e le sommità sono nella terra. E quando esse vengono estirpate dalla loro sede, si ode un suono terribile, e segue un grande timore» […]

Anche nel Gloria Mundi si legge che i Filosofi dicevano che «la radice dei suoi metalli è in aria, mentre la loro cima è in terra».
Ripleo dice che l’albero ha le radici nell’aria e, in un altro punto, dice che esso affonda le radici nella terra gloriosa, ossia nella terra del paradiso o nel futuro mondo illuminato.
Ventura allude evidentemente alla mandragola magica che getta un grido quando, legata alla coda d’un cane nero, viene strappata dalla terra.

Similmente, Vigenero scrive che «un rabbino, figlio di Joseph Carnitolus […] disse: il fondamento di ogni struttura inferiore è affisso in alto, e la sua sommità è qui sotto, come un albero capovolto».
Vigenero conosce in parte la Cabala e paragona l’albero filosofico all’albero di Sefirot, che raffigura effettivamente un albero cosmico mistico. Ma per lui l’albero raffigura al tempo stesso l’uomo. Egli sostiene la sua idea singolare, secondo cui l’uomo sarebbe radicato nel paradiso attraverso le radici dei capelli, richiamandosi al Cantico dei cantici (7: 6): «la chioma del tuo capo è come la porpora: un re è stato preso dalle sue trecce».

Knorr von Rosenroth ritiene che per «grande albero» si debba intendere Tiferet, lo sposo di Malkut. La sefira superiore Binah è detta la «radice dell’albero». In Binah ha radice l’albero della vita. Trovandosi al centro del giardino, esso è detto anche «linea media». Attraverso questa linea media, una sorta di tronco del sistema, egli porta giù, sulla terra, la vita, prendendola da Binah.
L’idea che l’uomo sia un albero capovolto sembra essere diffusa nel Medioevo. L’umanista Andrea Alciati (morto il 1550), ad es., scrive: «Ai medici piace vedere l’uomo come un albero capovolto, infatti ciò che in questo sono radice, tronco e fronde, in quello è il capo e il resto del corpo con braccia e piedi».
È possibile qui individuare un’unica linea che passa per Platone (Timeo, 90d) e risale fino alle antiche rappresentazioni indiane.
Nella Bhavagad Gîtâ la divinità dice di essere «come l’Himalaia tra i monti e come l’Asvattha tra gli alberi». L’Asvattha versa dall’alto la bevanda dell’immortalità del Soma […]

Le illustrazioni alchemiche che rappresentano l’Opus come albero e le sue diverse fasi come foglie, ricordano da vicino la concezione indiana della redenzione attraverso il «Sapere», ossia attraverso la conquista della conoscenza insita nel Veda.
Nella tradizione indù l’albero germoglia dall’alto verso il basso, mentre nell’alchimia esso cresce, quantomeno nelle raffigurazioni, dal basso verso l’alto. In particolare, nelle illustrazioni della Pretiosa margarita novella del 1546 la forma ricorda quella di un asparago […]

In effetti, il vigoroso e suggestivo spingersi verso l’alto dei germogli dell’asparago visualizza con grande evidenza la penetrazione di contenuti inconsci nella coscienza.
In entrambi i casi, nella psicologia orientale come in quella occidentale, viene rappresentato il processo vitale e, al tempo stesso, un processo di conoscenza e d’illuminazione che può essere sì colto e compreso attraverso un atto intellettuale, ma non confuso con esso.
Il motivo dell’albero custode del segreto compare nella fiaba alchemica Lo spirito nella bottiglia. L’albero contiene il tesoro che appare nel frutto: esso è dunque il simbolo della Chrysopea, dell’ars aurifera stessa, secondo il principio formulato dall’imperatore bizantino Eraclio (575-641): «Questo magistero procede dapprima da un’unica radice, che in seguito si espande in più sostanze, e torna in seguito sola».

Noè-viteRipleo paragona l’artifex a Noè che coltiva la vite. Significato analogo hanno il «Mirto mistico» di Jâbir e la «vite dei sapienti» per Ermes.
Dice Hoghelande: «Certi frutti lasciano l’albero perfettissimo a primavera, e fioriscono all’inizio della fine». Da ciò è evidente che la vita dell’albero rappresenta in pari tempo l’Opus che, com’è noto, coincide con le stagioni. Il fatto che i frutti appaiano in primavera e i fiori in autunno potrebbe essere connesso al motivo dell’inversione (arbor inversa) e dell’opus contra naturam.

Le Allegorie dei sapienti prescrivono: «Nuovamente pianta quest’albero sulla pietra, affinché non tema le correnti del vento, affinché vengano gli uccelli del cielo e possano generare sui suoi rami, poiché di lì sorge la sapienza».
Anche in questo caso l’albero rappresenta la vera impalcatura e l’«arcano» dell’Opus. Questo arcano è il tanto lodato «tesoro dei tesori». Come l’«albero dei metalli», così anche l’albero della contemplazione possiede sette rami: l’albero è stavolta una palma con sette rami, su ognuno dei quali si trova un uccello: «pavone, [parola illeggibile], cigno, arpia, usignolo, rondine, fenice», e un fiore: «viola, gladiolo, giglio, rosa, croco, girasole, fior di ?». Ognuno di essi ha un significato morale.
Queste rappresentazioni sono molto simili a quelle degli alchimisti, i quali contemplavano il loro albero nella storta, dove (secondo le «Nozze chimiche») esso è sorretto da un angelo.
(Jung, Studi sull’alchimia)