Virgilio vs Omero

Bernini - Enea Anchise e Ascanio
Bernini – Enea Anchise e Ascanio

Enea deve caricarsi sulle spalle il resto di Troia. A quel poco che avanza delle macerie di Troia, incaricandosi del peso della sua memoria (ma chi glielo fa fare?), Enea può dare un futuro a Troia.
Troia è caduta. Non sono cadute però soltanto le sue mura. Troia è caduta nel racconto dei vincitori. Troia è maledetta nella leggenda di Troia, così come tra loro oggi se la raccontano, storpiata è dir poco, i vincitori.
Terra perciò devastata – due volte – dallo stesso Devastatore. Alla dritta e alla rovescia, in senso proprio e in senso figurato. Terra martoriata. Landa desolata. Era la Terra di Enea. Ora è solo il racconto dell’Iliade.

Perché dovrebbe Enea rinunciare ai paesaggi lunari e ai fertili campi della sua libidine infantile? in cambio di che cosa rassegnarsi a gettare al vento la sola eredità che gli resta, la cecità del Padre, l’allucinazione dinanzi allo splendore di Afrodite, la sua Matrice, il miraggio della sua apparizione nel Fulgore della Vicinanza?
Enea è questo. Enea è il «frutto» della prossimità [di suo «padre» Anchise] all’Albero di luce afrodisiaca.

Quell’Albero «prodigioso», quella pianta «miracolosa» (c’è forse una favola che non ne favoleggia?), cresce nel Giardino Pensile dell’Immaginazione.
Se c’è qualcosa che Enea chiede alla Sibilla, sapendo di chiederglielo a costo di sprofondare all’inferno – questo «qualcosa», è ora di dirlo!, è che l’aiuti a ritrovare la via che porta a quel Giardino.
Perché se qualcosa ancora fuma da sotto le rovine di Troia, se qualcosa ancora vive sepolto sotto le sue macerie, questo «qualcosa» (te lo dico, ma temo che non servirà a niente) è il profumo dei papaveri bianchi disseminati per quel Giardino.

L’Albero è stato abbattuto! E la «libidine» dei Troiani, sgomenta, è stata deportata a forza altrove. Storpiata e deformata, è migrata nei racconti dei vincitori. È diventata una scusa buona perché Omero si metta a pizzicare l’arpa delle «false memorie».
Le memorie, le scrivono sempre i becchini!
Beati quelli che si seppelliscono con le proprie mani nel Giardino della loro infanzia!
Beati quelli che non crescono nella zizzania della leggenda omerica!

Di questo siamo grati a Virgilio, all’«italico», al «napoletano» (non è lui forse il solo «erede» della sapienza cumana?): gli siamo grati per averci lasciato più di un indizio scarno o di una vaga informazione intorno alla Via che porta al Giardino.
Discesa all’inferno, culto dei morti, racconto etimologico … che dici? non basta per capire che, se l’Albero è stato abbattuto, la sua radice «prodigiosa», se pure sradicata, può sempre essere trapiantata altrove?
Lo «stesso» giardino (sarà bene ricordare che è un «oggetto virtuale») può sempre fiorire. Bisogna solo che sia «spostato» da Troia a Roma.
Era in fondo quello che gli aveva chiesto Ottaviano Augusto: il lustro di un passato glorioso per se stesso e per il suo popolo smemorato. Gli aveva chiesto un «posto» nel Racconto per sé e per i suoi. Voleva che dicesse al mondo di quali vinti, vincendo, i Romani erano i vendicatori!

Ma a che gioco giochiamo?
Giochiamo al gioco di Troia, mi pare di averlo già detto. E di aver già detto, mi pare, della sua Regola binaria.
cavallo-di-Troia2A ogni modo, la Regola (chiedo venia per la ripetizione, ma la ripetizione è tutto!) si può riassumere in due parole: vinti e vincitori – cioè, maledetti e fini dicitori di uno stesso conflitto, produttori e anti-produttori di uno stesso «erba voglio».
Vogliono e si contendono «lo Stesso».
E pure noi, che ancora giochiamo al loro Gioco, vogliamo e ci contendiamo «lo Stesso». Ci pare di sapere dove trovarlo. Sappiamo o crediamo o fingiamo di credere o di sapere dove è sepolto il Tesoro. Ma continuiamo a ignorare che è un tesoro «virtuale» e, come tale, «è», senza mai essere in un «posto» fisso, a dispetto delle nostre «fissazioni».

Così è il Racconto, e così il Racconto dice e confessa di Se Stesso – quando dice che i «frutti» in illo tempore si coglievano in un certo Giardino, in cui era piantato un certo Albero miracoloso – anzi, a essere pignoli, di un Albero che era sterile, ma poi un giorno diede, inatteso, un figlio alla luce.
Lo diede «parlando». Quell’Albero era fatto di «legno loquente». Parlava seminando intorno a Sé la sua leggenda. Quell’Albero leggendario, la sua leggenda, la seminava nel campo dei papaveri bianchi, dei papaveri troppo innocenti per sapere del seme che gli pioveva addosso.

Più di un indizio vago ci hai lasciato, Maestro di parola. Tu sei il fabbro di questo «gioco di Troia». Tu sei l’astuto ideatore del racconto «parallelo»: il tuo accanto, o sopra (dipende dai punti di vista), a quello di Omero.
Due serie parallele, due gruppi antagonistici – vinti e vincitori, Troiani e Greci, che si contendono un certo «che» di legno (non è più l’Albero, ma ciò che resta dopo chissà quante metamorfosi: il Cavallo dei vincitori).
Il racconto nel racconto (non è così il sesto dell’Eneide?), il mito dentro il mito: Maestro, hai ideato una meravigliosa serie parallela, ed ecco … l’albero che non dava frutti, adesso li dà.
Il Cavallo [di legno] entra nelle mura [del Racconto] di Troia: legno innestato nel Legno della Parola, per trapanare scintille di gloria, e poco importa se, per farlo, bisogna mettere a ferro e fuoco la Parola, per costringerla alla resa.
Presto, buttate giù l’Albero [genealogico] dei Troiani! Non dà frutti, è inutile. Buttatelo giù, poeti e citaredi! Cantate in sua vece il fulgore di gloria di noi Greci!

Per vincere, i vincitori devono penetrare nelle mura del Racconto: conoscerlo e tradirlo, per dare lustro agli ultimi «lussuriosi» di turno.
Il fatto è che, così facendo: trapanando racconto nel Racconto, essi ne cedono il testimone ai vinti. Ecco perché domani i vinti vinceranno: perché sono i soli a sapere a che gioco stanno giocando.

Egitto-Abu-Simbel
Egitto – Tempio di Abu Simbel

Stanno giocando al gioco dell’Alterna Fortuna, del baratto e dello scambio di destini e di ruoli, a cui si assoggettano tutti i giocatori, vinti e vincitori indifferentemente.
Afrodite, nessuno più ce l’ha più, se mai l’ebbe, «a portata di mano». Afrodite, oggi, nel racconto che i vincitori raccontano delle sue apparizioni, non ha più bisogno di vestirsi di piume per essere corteggiata.
Però si trucca ancora.
Perché Regola vuole che il «truccato» finga d’essere una scheggia di legno di quell’Albero prodigioso, di modo che la finzione trucchi l’intera messinscena: ovunque dissimulata, è sempre quella, sempre e solo la Corte dove gli uccelli si corteggiano.
Sedotti e seduttori.

Alterna Fortuna tra il diavolo e l’acqua santa. Stupore. Sapore d’infanzia. Meravigliosa Macchina di desiderio. Natura, produzione afrodisiaca.
Più di un indizio ci hai lasciato, Maestro.
Se pure avvolti nell’ombra delle Ombre dell’Ade invisibile, tu li hai ancora «visti» i denti della Ruota, di nuovo tu hai «avvistato» l’Eterno Ritorno del Miraggio Ignorante.
Tu, Poeta, l’hai cantata – quella scheggia che ti trafisse l’occhio nella caverna di Polifemo, ricordi? quando udisti del racconto di quel certo Albero, la cui radice fu sradicata per obbedire all’«ordine del Tempo», tu pure temesti: dunque, è finita qua?
Ricordi? fu così che dicesti: che una volta sradicata dalla sua Terra, quella tua abbagliata «cecità» non per questo era andata distrutta. Non volevi crederci.

La radice di tutti i numeri e di tutte le parole, non è più là – non è mai là dove era un attimo prima, ma non importa.
È ancora la radice di tutti i giochi: è la loro Regola «sotterranea».
La loro Matrice, nascosta e operante dietro le quinte.

Ombre e luci, ombre per i vinti e luci [della ribalta] per i vincitori.
Tutta la messinscena è lo spiazzo d’una danza. Un solo Fantasma coinvolge in una stessa competizione un gruppo, un popolo, una gente.
Il Fantasma vive nella competizione. Nell’opposizione e nella contraddizione. Si nutre del conflitto (ogni scusa è buona per farsi la guerra). Ordina che si schierino le truppe. Che si combatta in campo aperto, ma se è il caso – anche da dietro le spalle (le pugnalate alla schiena sono all’ordine del giorno).
Il Fantasma è l’Albero conteso. Se non avesse una radice nascosta all’occhio del vincitore, basterebbe abbatterlo, e dov’è più il problema?
Il Fantasma è il Racconto, è il Teatro, è la Danza.
Il Fantasma è l’Arte con cui il Gruppo chiama a raccolta i suoi membri, per inoculare in ciascuno di essi un’«identità».
Ciascuno deve la sua «identità» al Gruppo. Ha un debito contratto fin dal principio del Racconto.
Ma è così davvero che stanno le cose?