Ci serve la vostra gaia ignoranza

Come evitare di scrivere su qualcosa che non sia quello che non si sa, o che mal si conosce?
Proprio su questo punto s’immagina di avere qualcosa da dire.
Non si scrive che al limite del proprio sapere, su quella punta estrema che separa il nostro sapere e la nostra ignoranza, e che fa passare l’uno nell’altra.
(Deleuze, Differenza e ripetizione)

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Hieronymus Bosch – dettaglio del Giudizio Universale

Che ignorante! L’uomo passa il tempo a costruire e distruggere «sapere», e non se ne accorge. O finge di non accorgersene.
L’uomo passa il tempo a dimenticare, fin dove gli riesce, quel poco che per un istante «ha visto coi suoi occhi».
L’uomo passa la vita a lenire e diluire le sofferenze che gli infligge la cruda realtà dei fatti. Perciò, è costretto a fingere di non saperla, la realtà – e di non vederli, i fatti. È costretto a costruire e distruggere in continuazione le lingue che ne parlano, e nel nome di un nuovo feticcio linguistico a combattere con tutte le sue forze i vecchi idoli che ancora lo perseguitano.
I discepoli devono rinnegare i maestri, se vogliono servire a qualcosa.
C’è poco da fare: siamo una triste catena ereditaria! Ma non è colpa nostra. È Penelope che ci fa e ci disfa, per sbarazzarsi dei «falsi pretendenti».

Secondo l’ordine del tempo, registrati cronologicamente all’anagrafe, eccoci dunque – ultimi arrivati – a smontare e rimontare la trama del Racconto.
Ma non siamo noi a volerlo. È la Metafora che «regge» il Racconto e lo fa scivolare nella scanalatura del Tempo, è Penelope a volerlo, per tenere il suo ordito al riparo dalle «pretese coniugali» degli indegni che aspirano al suo talamo.
PenelopeÈ la Metafora che gioca a nascondino col Racconto.
Se vuoi sapere dov’è che gioca, dov’è che la Metafora attende che il Racconto le riporti a casa il legittimo Sposo, è là – «su quella punta estrema che separa il nostro sapere e la nostra ignoranza», è là che Penelope fa e disfa continuamente la tela della sua Attesa.

È là che essa concede al Racconto di ricominciare da capo, per vedere se gli riesce di raccontare con altre parole quello che già «sappiamo», quello la cui «scienza» ci costa dolore. È solo là che, tramite il Racconto, ci è dato assaporare quella felice ignoranza che, a detta di Leopardi, condividono gli analfabeti, i primitivi, i selvaggi, gli animali e … i bambini.
Oh, certo sì – ai bambini piacerebbe restare là a pazziare. Ma il fatto è che noi, sì ho detto noi, i Signori di Xibalbá, li abbiamo mandati a chiamare.
Venite a giocare quaggiù!, gli abbiamo mandato a dire il sabato.
E i bambini sono scesi, i bambini sono venuti … qui da noi, la domenica.

E ora che sono qui, pure loro «prigionieri» della nostra Caverna, noi cosa abbiamo da raccontargli? che sono capitati dove? in mezzo a quale gente? a quale narrazione? a quale moda? a quale usanza?
Popoli, siamo popoli di prigionieri. Prigionieri dei «fatti», prigionieri della «realtà», prigionieri però anzitutto delle parole che c’imprigionano nella loro cieca presunzione di sapere quello che dicono, quando dicono «questo è un fatto reale vero», o quando dicono «spirito assoluto», e non s’accorgono che tutto sono tranne che «spiritose».
Sono parole che si parlano a Xibalbá, parole che fanno paura, parole – quali che siano, che costringono i bambini a seguire un «solco» già tracciato.
Tracciato a partire da una remota, e non so fino a che punto rimossa, paura. Da una paura che si fa forte del «fatto» di essere condivisa da una Gente, da una Lingua, da una Tradizione. Da una paura che si racconta. Che racconta Se Stessa, per andarsi a nascondere nel Racconto. Per illudersi nell’illusione del Racconto, per stare al suo Gioco, per giocare a eludere il «fatto» che le parole non sono le cose.

Siamo ancora cavernicoli, malgrado le apparenze. A dispetto delle più nobili credenze, non crediamo a nessuno e a niente che non sia stato già «tradito», una volta «tradotto» a parole.
Ma sì, confessiamocelo! Siamo noi, noi che siamo cresciuti sulla pazziella dei bambini che fummo, i primi a fingere di non sapere quello che sappiamo: noi, i Signori della Caverna, i Padroni del Racconto, Quelli che il Racconto l’hanno scippato ai bambini per «addomesticarlo» al proprio Regime Alimentare e/o Sessuale, noi proviamo gusto a fare quello che facciamo. Proviamo quello che i Greci chiamavano il piacere di Polifemo. Che poi è lo stesso dell’Orco delle favole. Cioè quello di mangiare i bambini. Di mangiarceli vivi!

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Murillo – Immacolata Concezione

Non potendo noi colmare con tutte le scienze di Xibalbá la nostra infinita ignoranza, ci aggrappiamo all’orlo della veste della sola vergine immacolata sapienza – quella dei bambini, puntiamo sulla loro pazziella, perciò li mandiamo a chiamare. Scommettiamo sulla loro innata Arte a montare e smontare la «realtà» e i «fatti», che noi adulti gli «raccontiamo».
I bambini non vengono al mondo. Ne escono, passando per il Racconto. Al mondo vengono i cuccioli di natura. Essi diventano bambini umani, solo se e quando ne escono, da questo mondo di natura. Solo quelli che nel passaggio la fanno franca, quelli che sopravvivono alla strage degli innocenti.

I bambini non crescono sulle idee eterne e immutabili, mio caro Platone, ma sulla loro congenita attitudine a smontarle e rimontarle, a scandire e spartire il loro «flusso eterno» in istanti, a prelevare questi istanti come frammenti in codice delle loro emozioni, a mutarne continuamente il senso di marcia, a spingerle avanti e indietro nel tempo, a farle sciamare attraverso quante più lingue possibili, e quanti più racconti, quante più divagazioni siano capaci di concedere alla loro immaginazione lo spunto per un’altra sublime fuga dalla Natura. Magari un’altra «idea» come la tua, Mastro Platone. Scusa se mi prendo tutta questa confidenza. È che noi di Xibalbá lo sappiamo.
Sappiamo che non vogliamo sapere, e che è questo solo che ci costringe a sapere sempre qualcosa di nuovo. A saperlo, per ignorarlo subito dopo. E poi, di nuovo, da capo ricominciarlo. Eterno Ritorn(ell)o.

I cuccioli di natura (che parlano «versi animali») diventano bambini di cultura (che parlano il «verso umano», il dire) lasciando lassù, fuori dal gioco, al riparo dalle traversie del Racconto, là al primo piano del Palazzo della Parola, la loro Matrice, di cui il Racconto stesso non ha niente da dire.
La Madre dei bambini, dopo questa breve fugace comparsa, non riapparirà più sulla scena!

Il Racconto può dunque cominciare. Aprite il sipario!
Ora che Lei è dietro le quinte a fare e disfare la tela. Ora che Lei è Nascosta nell’Attesa della fine del Racconto, aprite il sipario!
Il Racconto può cominciare.
Note pizzicate su un’arpa, in sottofondo.

sipario-mano-che-apreAllorché i Signori di Xibalbá ebbero bisogno di smontarle, le loro «verità», quando di nuovo dovettero portarle «al limite dell’ignoranza», per guardarci dentro, per scoprirci quello che le «verità» gli nascondevano (per dirla in greco: il Lete da cui «sbucava» la loro αλήθεια), non ebbero scelta: potevano ricorrere, extrema ratio, solo alla pazziella dei bambini del piano di sopra.
Lo sapessero o no, erano i due piani del Palazzo – la struttura portante del Racconto. Perché potesse finalmente cominciare a essere raccontato, il Racconto aveva bisogno di uno spazio binario, in cui instaurare la sua doppia serie parallela (l’una nell’altra o, quantomeno, l’una sull’altra).
Quello che fa la destra, non lo sappia la sinistra! Quel che succede al primo piano, non devono saperlo i condomini del piano di sotto!

Su, presto, bambini, venite a giocare quaggiù da noi! Venite a raccontarci voi il mondo delle idee! Vogliamo sapere una buona volta com’è che, adesso, quelle idee ci fanno così male, com’è che più le realizziamo, più ne facciamo cose, e più abbiamo voglia di farne di nuovo a meno, ma non sappiamo più come si fa.
Su, venite e portate i vostri giocattoli! Ci serve la vostra gaia ignoranza. Di scienza, ne abbiamo già abbastanza.