La radice del Racconto

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Lo Scorpione

Nell’astrologia indù la «radice» (mûlâ o mûradeva) è il nome di una delle 28 «Case Lunari» (naksatra), dove la Luna si ferma una notte al mese a «dormire». Gli antichi testi ne parlano come della prima «Casa della discesa» della Luna nel Paese della Morte, e tanto basta a farci capire dove ubicarla.
Non ci sono dubbi: si tratta del Pungiglione dello Scorpione, ovvero del «luogo celeste» più intessuto di racconti, si potrebbe dire del «posto per eccellenza» del Racconto, paradossalmente di quel «posto» di cui il Racconto parla a tutte le latitudini e di cui, insieme, non si stanca mai di ripetere che, a furia di raccontarlo, ne ha perso le tracce!
Come dire che se n’è scordato perché ne parla troppo, e tuttavia di non poter fare a meno di continuare a raccontare in tutte le salse, di sopra e di sotto, da destra o da sinistra, al maschile e al femminile, quello che in quel certo posto successe all’inizio del mondo.
Pardon, al principio del Racconto.

Il fatto è che per il Pungiglione passa l’incrocio della Via Lattea con lo Zodiaco! E questa non è cosa da poco, dal momento che quell’«incrocio» è il Nodo Eterno e Immutabile dei Cieli. Tutto nella Macchina Cosmica è in movimento, e tuttavia – la cosa agli astrologi antichi non poteva non sembrare un «dono» divino! – quel Nodo non si scioglie. Quel Nodo non si muove di là! E tutti i sovrani, tutti i reggenti del mondo – a quel nodo, dicevano gli antichi racconti, devono essere annodati, se non vogliono cadere nel vuoto. Non lo devono sciogliere, non lo devono assolvere, ma al contrario se ne devono, essi, «far legare».

Arma letale nelle mani di Marduk nel Poema della creazione babilonese, il pungiglione ricompare tra i Maori nella forma di un amo a cui abboccano in senso proprio i pesci, e in senso figurato Maui che è il loro pescatore.
Il mondo che ogni creatore crea gettandovi la rete delle sue parole, è sempre tale che l’ingannatore finisce per essere, lui, l’Ingannato.
Di che razza d’inganno si tratti, lasciamolo però dire al Racconto!

befanaLa seconda Casa della discesa negli elenchi astrologici indù è Jyesthâ, la «Vecchia», una vera e propria Befana visto che la si descrive sempre a cavallo d’asini e di scope: la sua stella più brillante è Antares.
Ma come mai, viene da domandarsi (e non siamo certo noi i primi a farlo), l’appellativo di Vecchia è dato alla seconda, e non – come ci aspetteremmo – alla prima delle Case Lunari?
Se ce lo domandiamo, è perché ci piacerebbe rintracciare la Casa della Nonna nel bosco. Ci piacerebbe rinfrescare la memoria al Racconto, se è questo che il Racconto ci chiede raccontando d’essersi scordato il suo «posto» d’una volta.
Insomma, il Racconto ci confessa d’essere stato «spostato» dal suo luogo natio, dal posto del suo primo «c’era una volta». Ci dice che lo «spostamento» fu insieme la causa e l’effetto di un disorientamento.
Ecco perché non sapremo mai se è il Racconto che inganna o se è lui a essere ingannato dalla Metafora, che lo avvita intorno al Tempo.
No, non sapremo mai se viene prima l’uovo o la gallina.

C’è però un dettaglio, un piccolo dettaglio, un minimo indizio che può a questo punto darci una mano. Forse è un invito a non disperare. Forse, però, è l’ennesimo tranello che la Metafora, nelle sembianze del Lupo, tende alle parole del Racconto e (c’è bisogno di dirlo?) all’ingenuità di Cappuccetto Rosso.
Dov’è la Casa della Nonna, dove quel posto – il solo posto al mondo in cui al mondo non vengono le vertigini? dove non gli girano più le stelle, e quieta la Luna, finalmente, dorme a casa sua, finalmente giace nel suo letto?
Dove?
Non c’è più il «vecchio» posto: al posto suo ce n’è un altro, un secondo, un cadetto, uno venuto dopo, che però con un’astuzia si è accaparrato i diritti della primogenitura.
Disorientamento del Racconto: c’è il Lupo al posto della Nonna!
E Cappuccetto Rosso non lo sa.
Non ancora perlomeno – che il Lupo non è la Nonna! che la Vecchia non è la più vecchia!

Passerà del tempo, e forse la bambina lo saprà. Forse, crescendo, la bambina capirà. E allora quel piccolo dettaglio, quel minimo indizio, le aprirà la mente.
Allora saprà che Antares, la stella alfa dello Scorpione, Jyesthâ, la Vecchia, è solo un nome abbreviato – solo mezzo nome, solo metà di un nome intero. Di un nome che è stato «segato in due pezzi», dimezzato, tagliato in due tronconi, attraversato da una separazione, passato per la trafila di una disgiunzione «originaria».
Insomma, se le parole dicono qualcosa, è un ambiguo gioco di parole che Cappuccetto Rosso dovrebbe saper giocare per riconoscere il Lupo al posto della Nonna.
Ma come può saperlo, se la parola stessa (e dunque il Racconto) nasce da un «taglio» del Rumore di natura?
Come può sapere la bambina che la parola è ambigua: che essa è, e insieme non è, la «cosa» di cui parla?

Chi viene prima? – bada bene sto usando le parole! Viene prima il taglio o il tagliato?
Dai, rispondi!
Intanto pensa: a essere tagliata, estirpata, tratta via, separata, ma sì lo dico: sradicata, non può che essere la Radice. E chi la sradica, chi la «estrae dalla roccia», chi la «sposta» dalla sua sede «eterna», per andare a piantarla altrove – sarò più chiaro: chi dal Rumore di natura estrae la prima parola del Racconto, la prima nota della Partitura (come vedi, sempre di «taglio» si parla!), chi ne fa una «lettera dell’alfabeto», chi ne «preleva» un suono, per farne un segno di qualcosa – bene, non può che essere il Lupo.
Se Cappuccetto Rosso gli domanda: chi sei? – Lui, il Lupo, le risponde: «Sono Jyesthâ, sono la Vecchia, sono Tua Nonna, sono la Nonna dell’Universo».
Un mezzo nome, un nome storpiato, è tutto quanto il Lupo le confessa. E così la mette sulle tracce, ma insieme la depista.

lupo famelicoChe «lupo» sia una storpiatura di «luce», a noi riesce difficile afferrarlo a volo. Le parole «originarie» del Racconto, il Tempo le ha storpiate, e non c’è verso di raddrizzarle. Una volta, forse, era più facile, di sicuro lo era per un greco antico, capire il gioco di parole a cui il Racconto invita ogni bambina, come Cappuccetto Rosso, a giocare.
Il Racconto sa che il più vecchio dei racconti, il primo nodo a cui annodata la bambina discende appresso alla luna nel Paese della Morte, di fatto non può che essere «secondo» al fatto di cui racconta.
È al Lupo, al Secondo che s’è messo al posto della Prima, che ogni bambina domanda: dai, raccontami qualcosa!
Lo domanda al Racconto, ma il Racconto non le può giungere che dalla bocca del Lupo. Non le può giungere che da un tardo racconto che in ogni caso sarà solo un frammento del filo, solo un pezzo sparso del Racconto che sarà stato già mille e mille volte «segato» lungo la via che avrà fatto per giungere dalla Casa della Nonna fino al suo orecchio.

All’orecchio di ogni Cappuccetto Rosso parla sempre e solo il Lupo.
Il Lupo, simulando la voce della Nonna (dimmi tu se non è già questa una storpiatura), getta sulla bambina la rete delle sue «seduzioni». Dice di essere la Vecchia, dice di chiamarsi Jyesthâ, e perciò dice solo mezza verità.
Se volesse dirla tutta, dovrebbe confessarle che il suo nome intero (tra l’altro riportato in alcuni elenchi dei naksatra) è Jyesthagnî, ossia «l’uccisore della Vecchia». Dovrebbe darle una mano a comprendere che ogni nome sta al posto di ciò che nomina. Che è ciò che nomina, ma solo in senso figurato. Che esso è una figura che fa le veci del Figurato. L’uccide e gli usurpa il posto.
L’Usurpatore, ecco chi è il Lupo – è per es. la Parola «luce», la parola che il Racconto non può fare a meno di usare per alludere alla Luce.
La parola, anche la più vecchia, sta come tutti i segni sempre al posto di ciò a cui ammicca. Essa brilla di luce propria, a vederla da fuori.
Dentro, ogni parola è oscura.
Dentro ogni parola c’è ancora l’oscuramento dell’Inizio della Parola. C’è il suo strappo dalla Radice di tutte le lingue del mondo. C’è la sua avventura alla cieca. C’è la sua ambiguità, la sua necessità a essere e insieme non essere ciò che dice di essere.

È a scoprire questa ambiguità che il Racconto ci richiama.
A fermarci a guardare e meditare sulla lotta impari che, ogni prima volta che le si racconta una favola, ogni Cappuccetto Rosso deve sostenere con le fauci del Lupo.
Il Racconto è famelico. Si mangia i bambini. Chi prima chi poi, se li mangia tutti. Se adesso siamo qui a raccontarci le nostre vite, è perché siamo già tutti finiti nella pancia del Lupo.
Siamo tutti tenuti al laccio dalla Metafora. Tutti asserviti alle magie e ai trucchi, agli incantesimi e ai miraggi che, tramite il linguaggio, l’Inconscio ci ha teso e ci tende.
Nessuno di noi ne è fuori.
Eccetto forse quei due o tre che riuscirono a farsi vomitare dalla Bestia. Ma questo è un altro pezzo del Racconto. E non è questo il «posto giusto» dove raccontarlo.
Sarà per un’altra volta.