Le ceneri del Racconto

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Il Racconto lo sa. Il Racconto sa che, se ora ha qualcosa da narrare, è perché le parole di cui si serve per narrarlo, sono le ceneri (è tutto da vedere se ancora fumanti) di un’altra Parola, di una Parola più antica. Talmente antica da confondersi nella Voce delle voci della foresta.
Il Racconto sa che le sue parole sono il resto di una sottrazione, e che tutte messe assieme le parole di tutti i racconti non fanno che il Sigillo di una sola «privazione».
Di quella «privazione» che è l’origine, il principio, l’inizio, il c’era una volta di tutto ciò che ora si trova a essere raccontato.

Tutto ciò che ora si presenta alle parole d’ogni racconto, è «privato», tolto via, rimosso dal grembo della sua Matrice Muta. O meglio: di una Matrice che in sé «parlava» con un tale ardore, di una Matrice così «accesa», da bruciare le parole troppo vicine al suo fuoco.
Perché le parole del Racconto possano giungere a dire qualcosa, bisogna che se ne allontanino. Bisogna che il fuoco si abbassi e, poco a poco, si spenga, finché non ne resti e avanzi una sola traccia: una traccia che sia la caricatura, la «brutta copia», e fin dove è possibile, la «deformazione» spiritosa di quello Spirito troppo ardente per poterne gustare anche solo un frammento.
Mistero eleusino?
No! semmai qualcosa come il segreto di Pulcinella!

PulcinellaDovremmo sorprenderci, ma di solito non lo facciamo, nel constatare che una «cosa» così preziosa, come può essere per il filosofo la «verità», i Greci la pensassero piuttosto come qualcosa che viene a galla da un «venir rimosso, eliminato e annientato della velatezza» (Heidegger).
Dovremmo fermarci a domandare, cosa che di solito ci è sconsigliata, com’è possibile che essi abbiano costruito la loro filosofia sul fondamento di una parola, la Verità (αλήθεια), con tanto di alfa privativo – che abbiano cioè edificato il castello della Logica, alla lettera, sulla «perdita di Lete».
Dovremmo meditare sul fatto che si possa pensare qualcosa come ciò che oggi diciamo conscio o inconscio, ma «a segni invertiti», e cioè dando alla «coscienza» e alla «conoscenza» un nome «negativo», e viceversa all’inconscio e allo sconosciuto, di cui non si può dire altro che «menzogne», la «positività» della Matrice (nel nostro caso, il Lete) che pone le condizioni a priori di tutte le sue negazioni e privazioni a venire.

Dev’essere successo qualcosa come un’inversione dei «poli magnetici» nella nostra parola, se oggi facciamo tanta fatica a seguire gli «antichi» nel loro mondo alla rovescia.
Facciamo fatica anche solo ad avvicinarci alla loro «idea» della Matrice, al loro modo di concepirla come una Metafora priva di significanti, oltre che ovviamente di significati. Di concepirla come puro movimento aleatorio, flusso di rumori vaganti nel regno dell’oblio e della dimenticanza.

Non sono le mie parole, avrebbe detto il narratore antico, no: non sono mie le parole che mettono al «presente» un conto o racconto del «passato». No! è il passato che «passava» senza saper né leggere né scrivere, è «quel» passato analfabeta che, per svelarsi, s’è privato della sua potenza di fuoco metaforica (avrebbe solo bruciato il suo «fruitore») e s’è «dato tempo», s’è preso un altro tempo, un tempo su scala ridotta in cui poter far risuonare la sua eco a una distanza tale che «ci fosse» ancora qualcuno in ascolto.
È la Metafora ad avermi risparmiato. Lo devo a un guscio di tartaruga, pensò Apollo, se la Metafora mi ha «trovato».
Le mie melodie non sono né memoria né coscienza di «quel» fuoco narrativo. Sono candele impotenti a resistere alla sua Vampa.
Però …

È dalla privazione di Lete, da un venir meno dell’occultamento dell’inconscio a se stesso, che sorge qualcosa come una «verità».
Traduco: si deve perdere il «miele di lupo», se si vuole assaggiare il «miele d’ape». Si deve cessare di essere un «orologio senza lancette», se si vuole imparare a leggere le lancette di un orologio «fuori di noi».
Finché siamo immersi nel miele del tempo, non abbiamo bisogno di sapere «che ora è», e se il tempo «veramente è».
Se «ora» troviamo le parole per fare i nostri conti e racconti «temporali», è perché ci siamo sottratti all’auto-riproduzione della Metafora velata a se stessa. Siamo scampati alla furia distruttiva del suo oblio.

Non mi posso trovare, se prima non mi perdo. Se dunque qualcosa trovo nel mio racconto, è solo là dove quella Metafora mi ritrova dopo avermi perduto nella selva oscura della «privazione».
Finché la cerco «identica» a com’era «allora», non la ritrovo. Ciò che ritrovo è solo un «perduto trasformato», un «non più» che la Metafora trasformandosi mi ha fatto il miracolo di ripresentarlo «ora», sicché nell’eco mi tornasse il «piacere di interpretare» io la parte della vecchia Baube che danza al cospetto dell’Addolorata che fu la dolente nota dell’Ouverture.

La Matrice è la Metafora «privata di sua figlia». Demetra non la ritroverà più, se non «si riduce» a riconoscerla presente proprio là dove più nera è la notte della sua assenza.
Il difficile per lei è riconoscere Core, la «fanciulla di miele», in una «vecchia candela» che goffamente danza, non lontano da Eleusi, un dolore senza parole. Un dolore destinato a ripetere se stesso, fino a portarsi oltre, a fare «oltraggio» alle sue lacrime.
Fino a rifiutare ogni parola di «conforto».

La vecchia Baube è Core trasformata. Non vuole essere consolata, bensì solo riconosciuta.
Baube sta a Core come il più improbabile dei suoi travestimenti. Baube capita sempre a sproposito. Baube non c’entra. Né più né meno di quanto il «miele d’ape» c’entri col «miele di lupo» perduto, di cui è solo una «brutta copia», tagliata, diluita e lasciata fermentare (idromele).

Il continuo «metaforico» è «troppo ardente» per lasciarsi anche solo sfiorare dalle parole. La Metafora le brucerebbe: perciò bisogna che sia «temperato», che sia meno tossico di com’è allo stato naturale.
Il «miele di natura» dev’essere diluito per poter essere «realizzato» da chi lo assaggia.
È la tartaruga – dice il racconto Opaié – a fare il primo passo, introducendosi nella Casa del Lupo. La tartaruga introduce nel «continuo» della Metafora, nel cuore ardente della sua brace, quel «minimo scarto» quasi impercettibile, quell’intervallo tonale grazie a cui lo «tempera». Alla lettera: gli dà un altro tempo, un tempo più «tiepido», un tempo fatto di quel Tepore che cova sotto la cenere.

picchio 2Dopo la tartaruga, tocca al picchio continuare l’Opera, ovvero (i musici mi capiranno?) portare in battere il tempo che la tartaruga ha levato.
Tocca a Picchio picchiare e, picchiando, scandire una sequenza in cui, ciò che Tartaruga ha «prelevato», ciò che ha anticipatamente levato dal continuo del tempo naturale, possa essere riportato quaggiù, «a casa».
Tartaruga ha rubato una scintilla di suono dalla Casa del Lupo. Ora, tocca a Picchio accendere un canto.

E allora canta, Picchio – ti prego, canta!
Ti sei fatto curvare il becco a furia di picchiare! E allora su, canta – canta più forte, perché tutti i fabbri di racconti ti sentano!
Canta la tua casta innocenza analfabeta, e fa’ non so come che il tuo canto mi ritrovi!
Solo allora avrò da testimoniare che anche a me tu apristi la Via.

Una volta scippato un «suono» alla natura, bisogna poi di quel «suono» fare la nota di una scala temperata, la lettera di un alfabeto. Bisogna cioè portarlo in un altro dominio linguistico, ribatterlo in un altro continuo, questa volta però «culturale» (teoricamente, è possibile una combinazione infinita delle note o delle lettere).
E allora sì che lo scippo sarà completo: quando suoni e lettere saranno battuti e fissati a un altro piano del linguaggio articolato. Quando saranno diventati «segni».
Allora sì che il «miele di Lupo» (l’ululato continuo della foresta) sarà trasformato in «miele d’ape» e diverrà a noi uomini «commestibile».
Se il «miele d’ape» è la Terra Promessa al desiderio della tartaruga, allora sì che possiamo dire che, come Abramo, anche la tartaruga deve cedere il testimone a un «successore», lui sì, destinato a cogliere i frutti della sua Cerca.

Il Racconto dice che, poiché il miele d’ape è miele di lupo trasformato, e poiché il tempo trasforma anche coloro che il tempo lo contano e raccontano, – bene, il Racconto dice che non può essere la tartaruga, il «minimo scarto» tonale, a consumarlo.
Il tempo, nel frattempo, avrà trasformato anche il consumatore di miele. A consumarlo sarà Picchio. Lo consumerà, dice il Racconto, il giorno che Tartaruga, la Vecchia, sarà stata riconosciuta quale datrice del primo quanto sonoro – quando quel quanto non era ancora un segno.
Quando non significava niente.

Il Racconto lo sa. Il Racconto sa che le sue parole sono le ceneri di quella Voce in cui le voci della foresta facevano, un tempo, risuonare l’insensatezza della loro Fame.
E sa pure che l’orecchio dell’uomo raccolse e che la sua lingua apprese a riprodurre certe «voci».
Sa che a furia di «imitare» le voci delle sue prede, il predatore è finito a essere lui imbrigliato nella rete delle sue stesse fameliche «imitazioni».