La chiacchiera dei Troiani

In qualsiasi modo si effettui la lettura, ogni piano rinvia sempre a un altro piano. Analogamente, ogni matrice di significazioni rinvia a un’altra matrice, ogni mito ad altri miti (Lévi-Strauss, Il crudo e il cotto)

matriceNessun mito o racconto basta mai a se stesso: per dire quello che ha da dire, ha sempre bisogno almeno di un altro mito o racconto.
Non potrebbe essere diversamente, dal momento che ogni singola parola, quale che sia il contesto in cui è usata, è solo un record che fa parte di una matrice di significazioni, di una Rete di «allusioni» che possiamo figurarci incrociate per righe e per colonne – la quale matrice, a sua volta, è solo un piano del Palazzo Reale della Parola: solo una superficie sovrapposta ad altre superfici.
La superficie non ha che due dimensioni. La terza, quella che le dà un volume, e che così la fa «parlare», è la sua «storia», la sua «profondità» nel tempo. La superficie di tutti i racconti è muta. Da sola non dice niente.

Se un racconto dice qualcosa, è grazie alla sua connessione al Racconto. Solo nel Racconto trova la sua «voce». Solo nel dominio del Racconto, ha una sua ragion d’essere raccontato.
È il Racconto che connette a sé tutti i racconti. È la Sintassi che «genera» e a sé subordina le funzioni logiche. È il Re, vale a dire il Si dei «si dice» a reggere il «logico» di tutte le asserzioni, e a regolare il traffico da una matrice «storica» all’altra. A dare o negare il suo assenso a chiunque bussi alle porte del suo Palazzo.

Escher-Relatività
Escher – Relatività

Chi di questo Palazzo vuol sapere qualcosa, non è necessario che si avventuri chissà dove, per mezzo di chissà quale acrobazia mentale. Non c’è da andare lontano. Ci siamo già tutti dentro – già tutti immersi siamo nel Fiume del Racconto, sedotti dai suoi «artifici» e incantati dalla Terra Promessa alle sue «chiacchiere».
Si tratta solo, tra una chiacchiera e l’altra, di prenderne atto.

La chiacchiera è il primo «modo» della Parola: è il suo modo d’essere in intimità con se stessa. Non è né indicativo, né congiuntivo. Non ha senso, non indica niente e nessuno, e a niente e nessuno si congiunge o si riferisce, neanche a un Se Stesso – perché esso è «intimo», di quell’intimità «a vacante» di cui ancora non c’è coscienza.
Solo la chiacchiera detiene la chiave d’accesso a questa incoscienza natia della Parola. Quella del «principio».

È l’Adamo dei modi, l’«a priori» di tutti i «modi» della chiacchiera: il più infondato dei suoi fondamenti, quello che si regge sulla proboscide di un elefante, come ebbe a dire una volta un sapiente che non sapeva niente di quello che stava dicendo.
A sua insaputa, stava dicendo che il nono strato più profondo di quella Troia che è la città della chiacchiera, sin dall’inizio sapeva già di Elena, del ratto e del dono a venire, nonché della guerra e del destino di quelli che l’avrebbero combattuta, più o meno «eroicamente».
Aveva già un suo «sapore» quel nono strato così profondo che solo di mare poteva sapere, a quelle profondità solo di sale è fatta ogni sapienza di cui la chiacchiera è la Matrice senza senso.
La chiacchiera è orientata all’insensatezza come alla sua stella cometa.

Ora, se sei così pazzo da «seguire» la proboscide, se fino in fondo vai a questa tua pazzia, a questa tua «logica a pazziella», ci trovi – aggiunse poi quello stesso sapiente – la testa di Ganeša.
Se segui la corrente, arrivi su una sponda. È su quella sponda che sorge Troia, la città della Chiacchiera Umana.

Il suo primo modo, la sua proboscide, a ogni elefante spunta solo quando si piega e svolta: perché il «modo» nient’altro è che il tempo di un giro intorno a un qualunque inizio tonale, un tropo lo chiamavano i greci, una volta dunque, un «avvolgente» in cui l’«avvolto» riecheggia Se Stesso «modificato» secondo proporzione.
La percezione della proporzionalità tra le due «volte», tra la precedente e la successiva, è quella che nel loro gergo i filosofi chiamano «sintesi a priori» o «intuizione sintetica pura» del tempo.

Il primo «modo» della Logica delle proporzioni in uso a Troia sta dunque alla chiacchiera dei Troiani – come la proboscide di un «c’era una volta» sta alla favola a cui funge da incipit.
La «volta» in cui è avvolto l’inizio del Racconto, la chiacchiera fa di tutto per nascondersela.
La chiacchiera non vuole far sapere a nessun trovatore che è Lei ad aver trovato lui. Che è la Sfinge a catturare Edipo nella trama dei suoi rebus. E che può sempre catturarlo ogni volta che inizia a chiacchierare [a fare cicì ciacià in intimità con se stessa] e che, avendolo catturato nella sua cantilena, gli promette e giura che gli sarà sempre «vicina», sempre «a portata di voce», sempre punto e a capo all’«inizio» di un altro dire.
Per quanto un mito o racconto se ne sia smemorato, ogni suo «qui e ora» è sempre da quell’inizio che prende le mosse: da quell’«inizio» che, a detta di Kant, può essere percepito sono in un suo trasmodare: solo là dove spunta una variazione, una differenza, un mutamento «estetico».

Cavallo-di-Troia

Il fondamento primo del Palazzo della Parola, non è nessuna «idea» con buona pace di Platone, ma è molto più umilmente la monotonia di un cicì ciacià, con cui la mente del trovatore s’intrattiene con se stessa fin quando non «trova» la volta buona per connettersi alla chiacchiera dei Troiani.
È quel «ritmo silente» di cui non c’è «inizio» se non in quella volta che lo spezza, taglia, rompe o tronca – o per dirla con Kant: quel «modo modificato», quel «diversamente accentato» che è il ciacià di ogni cicì.

cicì (l’intima monotonia della mente)
≠ (non è la stessa cosa di)
ciacià (la tonalità che spezza la catena dei cicì all’infinito)

Come dire: cicì ciacià è la «sintesi a priori» di qualunque chiacchiera, è il «precedente» di tutti i racconti, l’insensato «inizio» di tutte le parole sensate. È l’alba della significazione.
Chi credeva di dover scalare chissà quale torre di babele, per farsi una mezza idea della Terra Promessa ai devoti del Racconto, è invece di un insignificante cicì ciacià che deve accontentarsi.

Ciò che il Racconto ha da dire, è il suo stesso insensato inizio, e perciò o riesce a dirlo dicendo cicì ciacià, attingendo a esso come alla sua prima «sintesi a priori», oppure è destinato a nascondersi la pietra d’angolo del suo Tempio. Destinato a fare resistenza, e perciò a non trascendere l’orizzonte dei suoi «feticci». Destinato ad avventurarsi sempre più lontano, pur di sfuggire alle antiche domande «insensate» e, tramite queste, alla più antica, alla loro Radice: all’originaria domanda d’insensatezza della Parola «a vacante», della Parola gratuita, la Parola di Grazia.
Quella che dice «grazie» al suo cicì ciacià originario, quella che riconosce la precedenza del balbettio d’infante su ogni linguaggio umano.

Ma cosa mai s’aspettano i cicì ciacià dalle parole dell’Albero del Racconto, che è spuntato dalle loro radici?
Non s’aspettano che il ritorno dell’eco delle strofe con cui si sono lasciati sedurre fino a farsi tradurre altrove. In altre lingue. A Babele!
Nient’altro s’aspettano che di essere rinviati a un altro racconto che, pur esso, racconti del suo cicì ciacià, e di come successe che nel bosco fu divorato dal Lupo.