Ariosto – Il mirto di Astolfo

mirto-Astolfo
Giuseppe Cades – Ruggiero e il mirto parlante di Astolfo

Quivi stando, il destrier ch’avea lasciato
tra le più dense frasche alla fresca ombra,
per fuggir si rivolta, spaventato
di non so che, che dentro al bosco adombra:
e fa crollar sì il mirto ove è legato,
che de le frondi intorno il piè gli ingombra:
crollar fa il mirto e fa cader la foglia;
né succede però che se ne scioglia.

Come ceppo talor, che le medolle
rare e vote abbia, e posto al fuoco sia,
poi che per gran calor quell’aria molle
resta consunta ch’in mezzo l’empìa,
dentro risuona, e con strepito bolle
tanto che quel furor truovi la via;
così murmura e stride e si coruccia
quel mirto offeso, e al fine apre la buccia.

Onde con mesta e flebil voce uscìo
espedita e chiarissima favella,
e disse: «Se tu sei cortese e pio,
come dimostri alla presenza bella,
lieva questo animal da l’arbor mio:
basti che ‘l mio mal proprio mi flagella,
senza altra pena, senza altro dolore
ch’a tormentarmi ancor venga di fuore».

Al primo suon di quella voce torse
Ruggiero il viso, e subito levosse;
e poi ch’uscir da l’arbore s’accorse,
stupefatto restò più che mai fosse.
A levarne il destrier subito corse;
e con le guancie di vergogna rosse:
«Qual che tu sii, perdonami (dicea),
o spirto umano, o boschereccia dea.

Il non aver saputo che s’asconda
sotto ruvida scorza umano spirto,
m’ha lasciato turbar la bella fronda
e far ingiuria al tuo vivace mirto:
ma non restar però, che non risponda
chi tu ti sia, ch’in corpo orrido et irto,
con voce e razionale anima vivi;
se da grandine il ciel sempre ti schivi.

E s’ora o mai potrò questo dispetto
con alcun beneficio compensarte,
per quella bella donna ti prometto,
quella che di me tien la miglior parte,
ch’io farò con parole e con effetto,
ch’avria giusta cagion di me lodarte».
Come Ruggiero al suo parlar fin diede,
tremò quel mirto da la cima al piede.

Poi si vide sudar su per la scorza,
come legno dal bosco allora tratto,
che del fuoco venir sente la forza,
poscia ch’invano ogni ripar gli ha fatto;
e cominciò: «Tua cortesia mi sforza
a discoprirti in un medesimo tratto
ch’io fossi prima, e chi converso m’aggia
in questo mirto in su l’amena spiaggia.

Ariosto

Il nome mio fu Astolfo; e paladino
era di Francia, assai temuto in guerra:
d’Orlando e di Rinaldo era cugino,
la cui fama alcun termine non serra;
e si spettava a me tutto il domíno,
dopo il mio padre Oton, de l’Inghilterra.
Leggiadro e bel fui sì, che di me accesi
più d’una donna; e al fin me solo offesi.

Ritornando io da quelle isole estreme
che da Levante il mar Indico lava,
dove Rinaldo et alcun’altri insieme
meco fur chiusi in parte oscura e cava,
et onde liberate le supreme
forze n’avean del cavallier di Brava;
vêr ponente io venía lungo la sabbia
che del settentrion sente la rabbia.

E come la via nostra e il duro e fello
destin ci trasse, uscimmo una matina
sopra la bella spiaggia, ove un castello
siede sul mar, de la possente Alcina.
Trovammo lei ch’uscita era di quello,
e stava sola in ripa alla marina;
e senza rete e senza amo traea
tutti li pesci al lito, che volea.

Veloci vi correvano i delfini,
vi venía a bocca aperta il grosso tonno;
i capidogli coi vecchi marini
vengon turbati dal lor pigro sonno;
muli, salpe, salmoni e coracini
nuotano a schiere in più fretta che ponno;
pistrici, fisiteri, orche e balene
escon dal mar con monstruose schiene.

Ariosto-balena

Veggiamo una balena, la maggiore
che mai per tutto il mar veduta fosse:
undeci passi e più dimostra fuore
de l’onde salse le spallaccie grosse.
Caschiamo tutti insieme in uno errore,
perch’era ferma e che mai non si scosse:
ch’ella sia una isoletta ci credemo,
così distante ha l’un da l’altro estremo.

Alcina i pesci uscir facea de l’acque
con semplici parole e puri incanti.
Con la fata Morgana Alcina nacque,
io non so dir s’a un parto o dopo o inanti.
Guardommi Alcina; e subito le piacque
l’aspetto mio, come mostrò ai sembianti:
e pensò con astuzia e con ingegno
tormi ai compagni; e riuscì il disegno.

Ci venne incontra con allegra faccia,
con modi graziosi e riverenti,
e disse: «Cavallier, quando vi piaccia
far oggi meco i vostri alloggiamenti,
io vi farò veder, ne la mia caccia,
di tutti i pesci sorti differenti:
chi scaglioso, chi molle e chi col pelo;
e saran più che non ha stelle il cielo.

E volendo vedere una sirena
che col suo dolce canto acheta il mare,
passian di qui fin su quell’altra arena,
dove a quest’ora suol sempre tornare».
E ci mostrò quella maggior balena,
che, come io dissi, una isoletta pare.
Io che sempre fui troppo (e me n’incresce)
volonteroso, andai sopra quel pesce.

Rinaldo m’accennava, e similmente
Dudon, ch’io non v’andassi: e poco valse.
La fata Alcina con faccia ridente,
lasciando gli altri dua, dietro mi salse.
La balena, all’ufficio diligente,
nuotando se n’andò per l’onde salse.
Di mia sciocchezza tosto fui pentito;
ma troppo mi trovai lungi dal lito.

Rinaldo si cacciò ne l’acqua a nuoto
per aiutarmi, e quasi si sommerse,
perché levossi un furioso Noto
che d’ombra il cielo e ‘l pelago coperse.
Quel che di lui seguì poi, non m’è noto.
Alcina a confortarmi si converse;
e quel dì tutto e la notte che venne,
sopra quel mostro in mezzo il mar mi tenne».
(Ariosto, Orlando Furioso, 6: 26-42)