Virgilio – Lo strazio di Polidoro

Sacre offerte facevo alla madre dionea e agli auspici
divini dell’impresa, ed ecco sulla riva a immolare
mi accingevo un toro immacolato al re del cielo.
V’era, non lontano da lì, una collina, e in cima virgulti
di corniolo e un mirto brulicante di fitte verghe.
Mi avvicinai, e mentre tento dal suolo di sradicare
un verde cespuglio, per coprire di rami frondosi
gli altari – orribile e mirabile a dirsi vedo un prodigio.

Polidoro

Infatti, dall’arbusto di cui per primo dal suolo strappo
le radici, neri rivoli di sangue gocciolano a terra
spargendovi macchie di putredine. Un brivido freddo
mi corre per le membra, e il sangue mi si gela dal terrore.
Di nuovo provo il ramo flessuoso a svellere
d’un altro cespuglio, per capirci qualcosa di questo mistero:
di nuovo, dalla corteccia sgorgano fiotti di sangue nero.
Turbato nell’animo da mille non so che, pregavo le ninfe
dei campi e il padre Gradivo, signore delle terre dei Geti,
perché mi guidassero sulla via della visione e scongiurassero
ogni malocchio. Ma anche la terza verga, che avevo afferrata
con slancio ancora più forte, puntando le ginocchia in terra
– devo dirlo o tacerlo? – anche quella emette un gemito
che pareva venisse dal profondo della collina, e una voce
mi giunge all’orecchio: «Perché, Enea, laceri uno sventurato?
Abbi pietà di un sepolto, non macchiare le tue mani innocenti!
Troia mi generò. Non sono per te uno straniero, né questo sangue
sgorga dal legno. Oh, fuggi via da questo paese crudele, fuggi
da questo avido lido! Io sono Polidoro: qui fui trafitto
e sotto un fitto campo di ferri e di lame taglienti sepolto».
Scosso allora nella mente dal dubbio e dal terrore, rimasi
stupefatto: mi si rizzarono i capelli e la voce mi si gelò in gola.
Lui, Polidoro, un giorno con grande quantità d’oro
lo sventurato Priamo aveva affidato in segreto al re tracio
perché l’allevasse, quando ormai disperava delle armi
di Troia e vedeva la città stretta d’assedio. Ma quello,
allorché le forze dei Troiani furono disfatte e la fortuna
si ritrasse, seguendo le sorti di Agamennone e le armi
dei vincitori, tradisce la parola data: uccide Polidoro
e con la forza s’impadronisce dell’oro …

(Virgilio, Eneide, 3: 19-56)