Platone – La mania

Dire che l’amato debba compiacere chi non lo ricambia, non fa onore a chi lo dice – perché, se l’uno si trova in stato di mania, l’altro mantiene tutta la sua lucidità.
Se infatti la mania fosse al di là di ogni dubbio un male, allora sì che sarebbe ben detto. E invece i beni più grandi, è da una mania che ci vengono – da una mania che ci è data in dono divino.

pizia
La Pizia Delfica

Infatti, fu in preda alla mania che la profetessa di Delfi e le sacerdotesse di Dodona procurarono all’Ellade molti e grandi benefici in pubblico e in privato, mentre risulta che ne procurassero pochi o nessuno in piena lucidità di mente.
E se poi dicessimo della Sibilla e degli altri [oracoli] che, servendosi di una mantica divina innata (μαντική χρώμενοι ενθέω), indovinando a molti molte cose, li incamminarono sulla retta via per il futuro, non faremmo che dilungarci in cose arcinote a tutti.

Degna testimonianza di tutto ciò è il fatto che, fra gli antichi, quelli che diedero i nomi alle cose non dovevano tenerla in conto di cosa brutta e vergognosa; altrimenti, non avrebbero chiamato «manica» la più bella delle arti, quella che si cimenta col futuro, ricorrendo proprio a questo nome.
Ma poiché, quando essa sorga per sorte divina, si tratta di cosa bella, la chiamarono così come la stimavano. Invece, gli uomini di oggi, non avendo fatto esperienza della sua bellezza, interponendo un tau (τ), la chiamano «mantica».

Similmente anche la pratica di ricorrere agli uccelli e altri segni di premonizione, diffusa tra le persone giudiziose, in quanto presta con convinzione una certa fondatezza e perfino una storia alla «credenza» (οίησις) degli uomini, [gli antichi] la chiamarono «credulità» (οιονοιστική), e ora i moderni, rendendola solenne con l’allungamento della seconda «ο» [in ω], la chiamano «credibilità» dei responsi degli uccelli (οιωνοιστική).
E dunque, quanto più è perfetta e onorevole la «mantica» rispetto alla «credibilità aviaria», se confronti il nome dell’una con quello dell’altra, e ciò che fa l’una e ciò che fa l’altra, tanto più è bella, come attestavano gli antichi, la mania che viene da un dio, piuttosto che la lucidità di mente che viene dagli uomini.

Ma anche dalle malattie e dalle sofferenze più grandi che, provenendo da antiche colpe da qualche parte, incombevano sulle genti, la mania intervenendo e profetizzando ha indicato un rimedio a coloro a cui «cantava» [in bocca], chiamandoli a rifugiarsi con essa nella preghiera e nell’adorazione degli dèi, e di lì poi, attraverso purificazioni e iniziazioni, ha reso libero l’«incantato» [l’ha sciolto dall’incantesimo] per il presente e per il futuro, avendolo liberato dai mali che l’affliggevano a condizione che fosse in stato di mania ed invasato nel modo dovuto.

In terzo luogo vengono l’invasamento e la mania indotta dalle Muse, la quale, impossessatasi di un’anima acerba e che nessuno ancora ha calpestato, la eccita e la chiama fuori di sé a entusiasmarsi in canti e in altro genere di poesia, e rendendo così onore a chissà quante gesta degli antichi, educa (παιδεύει) nuove generazioni [di «maniaci»].
Colui che invece bussa alla porta della poesia senza la mania delle Muse, benché s’illuda di diventare un buon poeta col solo apprendimento di un’Arte, rimane imperfetto, e la sua poesia composta in possesso delle facoltà mentali è oscurata da quella di coloro che sono posseduti da mania.

Queste e molte altre opere belle potrei ancora elencarti, di quante ne produce la mania che proviene dagli dèi. Perciò non dobbiamo avere paura né lasciarci turbare da un discorso che ci vuole intimorire, dicendo che si deve preferire un amico assennato a uno agitato [dalla mania].
Un simile discorso si potrà sì accettare, ma solo a condizione che provi che, a chi ama e a chi è amato, l’amore non è mandato dagli dèi, per fare cosa utile agli dèi.
Noi invece dobbiamo dimostrare il contrario: ossia che è per nostra grandissima fortuna che una tale mania ci è data dagli dèi.
La nostra dimostrazione non sarà persuasiva per gli uomini cocciuti. Lo sarà invece per quelli saggi.

(Platone, Fedro, 244a-245b)