Maya – I Signori di Xibalbá

xibalba-SignoriUn giorno Hun Camé e Vucub Camé, Signori di Xibalbá, udirono delle grida.
«Che stanno facendo lassù? Chi sono coloro che fanno tremare il tetto della nostra casa e fanno tanto baccano?», dissero.
E avendo saputo che erano i due fratelli Hun Hunahpú e Vucub Hunahpú che giocavano a palla, imprecando aggiunsero: «Andate a chiamarli! Che vengano qui a giocare a palla. Qui noi li sopraffaremo! Non ci rispettano più, non hanno più considerazione né timore per il nostro rango e gareggiano perfino sulle nostre teste».

Tutti i Signori di Xibalbá tennero consiglio: Hun Camé e Vucub Camé erano i sommi giudici. All’adunata vennero i demoni che causano lo spargimento di sangue, quelli che fanno gonfiare le gambe degli uomini e ne fanno uscire il pus, quelli che macchiano il viso degli uomini di giallo, quelli che li riducono pelle e ossa, nonché i Signori del vomito, quelli della diarrea, e insomma i Signori di tutte le malattie.
Essendosi riuniti a consiglio, discussero sul modo di tormentare Hun Hunahpú e Vucub Hunahpú, per appropriarsi dei loro attrezzi da gioco: gli schinieri di pelle, gli anelli e i guanti, i copricapi e le maschere.
Inviarono dei messaggeri. Dissero: «Andate a chiamare Hun Hunahpú e Vucub Hunahpú. Dite loro che noi Signori di Xibalbá li vogliamo qui a giocare a palla, per farci felici. E dite di portare i loro attrezzi da gioco, gli anelli, i guanti e anche le loro palle di gomma. Dite di venire presto!».

I messaggeri erano quattro gufi: uno era veloce come una freccia, un altro aveva una sola zampa, un altro ancora aveva la schiena rossa, e un quarto aveva solo testa e ali.
Quando giunsero da Hun Hunahpú e Vucub Hunahpú, li trovarono che giocavano a palla e, parola per parola, riferirono l’ambasciata dei Signori di Xibalbá.
«Davvero essi vogliono che giochiamo a palla per loro?», domandarono i due giovani.
«Hanno detto proprio così, e che portiate i vostri attrezzi da gioco», risposero i gufi.
«Va bene, dateci solo il tempo di salutare nostra madre, e verremo con voi».
Hun Hunahpú e Vucub Hunahpú andarono a salutare la madre: «Mamma, noi andiamo a Xibalbá, lasciamo qui la nostra palla, quale pegno», aggiunsero e corsero ad appenderla sotto la trave del tetto.
Poiché la mamma scoppiò a piangere, i due giovani la consolarono: «Non ti crucciare, noi andiamo via, ma non siamo ancora morti», dissero.

Guidati dai gufi, si misero in cammino. Discesero i gradini della via che conduce a Xibalbá, giunsero sulla riva di un fiume e lo guadarono. Giunsero a un altro fiume, uno spaventoso fiume di sangue, e lo attraversarono senza bere le sue acque.
Poi si trovarono a un quadrivio, e qui furono vinti. Una delle strade era rossa, un’altra nera, un’altra bianca e una quarta gialla.
E la strada nera disse loro: «Sono io quella che voi dovete prendere, perché io sono la via che porta al Signore».
Così furono ingannati. Hun Hunahpú e Vucub Hunahpú presero la strada nera e giunsero al Palazzo di Xibalbá. Ma allorché entrarono nella sala del consiglio, essi avevano già perso la partita.

Sugli scanni erano assise delle figure di legno: non erano che fantocci messi lì apposta dai Signori di Xibalbá, per ingannarli.
E quando i due giovani le riverirono e le salutarono, i Signori di Xibalbá scoppiarono a ridere. Risero tutti fragorosamente, perché consideravano sicura la caduta e la disfatta di Hun Hunahpú e Vucub Hunahpú, suo fratello.
Li invitarono a sedere, ma offrirono loro uno scanno di pietra ardente. Sicché, quando si sedettero, si bruciarono le natiche.
I Signori di Xibalbá risero una seconda volta. Poi li mandarono in casa a riposare. Dissero: «Là troverete le vostre bacchette di pino resinoso e i vostri sigari, e là dormirete».
Li fecero entrare nella Casa dell’Oscurità. C’era solo buio in quella casa. I due giovani entrarono e accesero le bacchette di pino e i sigari, per fare luce. E così furono sconfitti – perché, quando si consumarono le bacchette e i sigari, essi non seppero più fare luce e furono costretti a trascinarsi a tentoni nel buio.
Dalla Casa dell’Oscurità passarono a quella del Gelo, in cui soffiava un vento freddo, e da qui a quella dei Giaguari, dove non c’erano che giaguari a passeggio, e poi ancora a quella dei Pipistrelli, dove non c’erano che pipistrelli in volo, e infine penetrarono nella Casa dei Coltelli, in cui c’erano solo coltelli affilati, silenziosi o stridenti a seconda dei casi.

xibalba-PueriAlla fine del giro, Hun Hunahpú e Vucub Hunahpú si ritrovarono dinanzi ai Signori di Xibalbá, e questi gli domandarono: «Dove sono i nostri sigari? Dove sono le nostre bacchette di pino resinoso che vi abbiamo dato ieri sera?».
«Sono finiti, Signori», risposero i due giovani.
«Bene, oggi è la fine dei vostri giorni. Ora dovrete morire. Sarete distrutti, vi faremo a pezzi e vi seppelliremo qui», sentenziarono i due sommi giudici Hun Camé e Vucub Camé.
E così avvenne. Solo che, prima di seppellirli, tagliarono la testa a Hun Hunahpú e l’appesero a un albero lungo la strada di Xibalbá.
E di colpo quell’albero, che prima di allora non aveva dato mai frutti, si coprì di frutta.