Il Racconto è passato di mano

Oh, guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello! (Matteo, 23: 24)

Guida-deserto

Non c’è da aggiungere niente al Racconto. Dobbiamo, al contrario, spogliarlo di tutte le «filosofie» che si sono appropriate dei suoi «attrezzi da gioco». Di tutti i trascendentali che gli hanno appiccicato addosso i Signori di Xibalbá e i loro «vicari» di turno, i Padroni del Gioco, i Maestri della sua Trasformazione in una «Cosa Seria».
E già, dobbiamo tirare a campare! e non ci possiamo permettere più il lusso di eludere la «Realtà»!

Dall’homo ludens all’homo faber – è da un bel pezzo che il Racconto è passato di mano.
Che ci vuole a capirlo? Quella che prima era una palla da gioco, e dunque una palla in senso proprio, ora è una palla figurata che pretende di essere presa sul serio!
Figuratevi che palle possono arrivare a farci questi «filosofi», questi parvenu, questi ultimi venuti al mondo della Parola, quando delle parole si servono per venirci a scippare alla nostra fantasia, alla nostra «mania».
E se non li stiamo a sentire, ci tirano le orecchie! E dulcis in fundo ci fanno pure la predica!

Cenerentola-focolareMa come potrebbero fare altrimenti, se la Parola che affascina, la Parola che trascina via dalla Realtà, dalla loro «Res Reale», essi non l’hanno sentita?
L’avranno pure udita, ma non l’hanno sentita. La mania si è offerta anche a loro, la mania è aperta a tutti, ma essi l’hanno «reclusa» in un comma delle loro metafisiche.
L’avranno pure guardata, ma non l’hanno vista. La Vergine, la Fata, la Parola del Gioco, la parole umile, la parola terra terra, la parola cenerentola come la chiama de Saussure – loro, i Signori della Langue, i Demoni di Xibalbá … loro l’hanno fatta a pezzi e di quell’unico pezzo che è avanzato, la testa di un bambino, che so? – una sillaba che gli era rimasta appiccicata alla lingua, un frantumo di sogno, un’unghia di terra celeste, uno schizzo di bava d’uccello, chi lo può dire cos’era? – certo è che di quell’unico pezzo questa sola notizia non sono riusciti a censurare: che fu appeso a un albero. Perché muto – impiccato alla loro Sintassi, l’ultimo grido che gli si era strozzato in gola, una foglia qualsiasi divenisse e, confusa tra le altre foglie, anche la sua memoria fosse spazzata via dai venti d’autunno.

Tomber, tomber dans la mère: Edipo, che razza di Lingua parli, se non tremi a ogni foglia che dall’albero della tua Matrice cade?

… quando ero bambino, al cinema mi succedeva spesso di chiedere a papà: come va a finire? e papà mi diceva: aspetta e vedrai!
Ho aspettato e ho visto un brutto film.
Alla fine del film, m’era passata la voglia di giocare.

Chi ha ucciso il Gioco? Quando dove e come fu che successe che i Signori di Xibalbá l’ebbero vinta sull’homo ludens?
Domande «filosofiche», troppo forti per chi è debole di cuore.
Chi ha una debolezza, entra nel Racconto. I Forti no, Quelli che non cadono mai, Quelli che stanno coi piedi per terra, hanno le chiavi di tutte le porte, e se serve hanno pure il grimaldello – ma la porta del Racconto, la Porta che porta nel Racconto dove tutto è soltanto raccontato ed è sollevato dal peso di dover essere realizzato, la Porta che porta dove tutto è soltanto giocato sulla parola del bambino, che dico? sul balbettio, sulla balbuzie di questo nuovo barbaro venuto a imbarbarire tutte le filosofie che gli si parano innanzi (lonza lupa e leone, di nuovo!) – no, questa Porta, le Persone Ricche [di dottrine di sapienza] non la passano.

Sto forse aggiungendo qualcosa al Racconto, o ne sto levando via [ad Arte] il superfluo?
Giudica tu! Questo è quanto sta scritto.
Sta scritto che «è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli» (Matteo, 19: 24).