Niente di trascendentale!

Husserl
Edmund Husserl

Si scrive trascendentale, si legge infantile.
Infantile come Alice, e trascendentale come la capriola con cui, ruotando su se stessa, la bambina si rovescia nel Paese delle meraviglie.
La «fenomenologia della coscienza», come la chiama Husserl, è praticabile solo per mezzo di un’«autopsia del vivente»: solo cioè con un bisturi che non si faccia scrupolo di affondare nella carne viva delle forme «vissute» che a ciascuno autografano la genesi della sua coscienza – di quelle forme che nella capriola trovano la Forma Vuota a tutte comune, essendo tutte forme «inverse» di un Aldilà Sconosciuto.
Ma, con ciò, con questo richiamo al «vissuto concreto», alle «esperienze» e ai «fenomeni sensibili», siamo di nuovo punto e a capo all’estetica di Kant? o siamo finiti in pasto alla psicologia?

L’estetica di Kant, se da un lato ha introdotto il «soggetto» nella logica, dall’altro però non s’è curata di ricostruirne le «origini».
Il soggetto è là con le sue emozioni che lo tengono in contatto da sempre coi «fenomeni» del mondo, ma come dove e quando questo contatto sia iniziato, e soprattutto con quali modalità, a Kant interessa poco. O meglio: egli dà per scontato che sia «opera della natura», e che sia congenito alle forme trascendentali dell’«io penso», alle sintesi dell’intelletto entrare in contatto con la «materia grezza» delle sensazioni per ordinarla secondo una logica.
Se c’è dunque qualcosa di trascendentale, di indipendente dai contatti empirici, è la logica del soggetto, più che il soggetto stesso che rimane invischiato invece nella sua casuale e perciò irrilevante materialità.

È così che Kant si tiene alla larga dalla psicologia. Nell’«io penso» l’io rimane sempre nascosto dietro il suo pensiero, immerso in esso, sprofondato nella sua logica a priori, tutto sommato: irreperibile.
Il pensiero dell’«io penso» è lo scheletro senza carne delle forme dell’intelletto (esse sì trascendentali!) pronte a piombare su qualunque «sentito» o «vissuto» sia dato loro in pasto. Sono forme voraci: si portano alla bocca tutto ciò che trovano a portata di mano. Lo assaggiano, ed ecco: miracolo! – lo giudicano. L’incriminano o l’assolvono, a seconda dei gusti.
Sono le forme intellettuali a decidere, in Kant, il bene e il male. Esse sono date all’uomo per dono (o miracolo) di natura: sono nella sua anima – ma ciò che sono quando sono là, nell’anima, e cosa vi combinano quando stanno, per così dire, a riposo, a Kant questo non interessa. A Kant interessa fissare i criteri di validità dei giudizi logici – ovvero delle sentenze che esse emettono di qua, rivolte a questo mondo: al tribunale di questo mondo, visto che a Kant interessa la verità del giudizio – quella «verità» che non dipende dai gusti di questo o quel giudicante, ma che è il «mostro sacro» comune a tutti loro.

Sala-Cembalo-Sassone
I mostri della Sala Cembalo del caro Sassone

L’io è per Kant troppo mostruoso: si mostra sempre e solo Lui in ogni «io penso», ma è come dire che non si mostra mai!
Qualunque cosa il pensiero pensi, è sempre il pensato di un io. Eppure, questo io, sempre chiamato in causa, non si presenta mai. Perlomeno mai nudo: è sempre vestito, tatuato, velato, mascherato e metaforizzato. È sempre tabù. È sempre lui che si fa la bua – in quanto portatore di un campo estetico in cui succedono sensazioni. Ed è sempre lui che guarisce – in quanto portato, più o meno in carrozza, alla comprensione logica di ciò che gli è successo.
A Kant non interessa mettere a fuoco l’io (ed è così che sfugge alla psicologia). A lui interessa ciò «per mezzo di cui» si comprende e si giudica il sentito e il vissuto. Ciascuno dunque se la veda col suo proprio «mostro» estetico! In comune abbiamo solo i mezzi – solo gli attrezzi intellettuali che la Natura ci ha dati per tirarci fuori dai guai.

E dunque: dicendolo «trascendentale», Kant lascia a noialtri decidere se l’io del suo «io penso» debba limitarsi alla sola firma di presenza, a fare solo cioè una breve comparsa sulla scena. Sta a noi decidere se trattenerlo in ostaggio della paura di scoprirne la mostruosità, o se invece azzardarci, e fino a che punto, a «rovesciare» la logica delle forme trascendentali della conoscenza in una fenomenologia dei luoghi, dei tempi e dei modi in cui l’io, il soggetto di «penso», apprende a conoscere e si veste di coscienza.

Ma che cos’è la coscienza? Che cos’è la conoscenza? E che cosa la sapienza?
È forse un atto psichico a cui si aggiunge un certo contenuto logico? È lecito distinguere l’atto dalla sua forma? prendere, cioè, il suo «che» a prescindere dal «che cosa»?
Come pensa Husserl che la sua fenomenologia trascendentale possa estrarre logica dagli «atti di coscienza»? come, se non con una regressione del linguaggio filosofico a quei suoi ideogrammi infantili che per secoli ha deriso?

Tornare alle cose, dice Husserl, è tornare agli albori del loro Inizio. È tornare là dove le «cose» ancorano balbettano. È andare a riprendere, aggiungiamo noi, il filo di un «discorso», tutto sommato ancora fermo al testamento che Dante ci ha lasciato nell’ultimo di Paradiso.
Detto in due parole, il testamento dice che c’è del dire che già dice di Se Stesso e che, anzi, dà voce solo a Se Stesso – ancor prima di approdare alle intuizioni logiche o alle sintesi a priori. Dice che c’è del linguaggio prima di ogni lingua. Del logos prima di ogni logica.
In fondo, Husserl ha scoperto l’uovo di Colombo: che la logica non può provenire dalla logica, ma da un atto che trascende e insieme mette al passato il suo «luogo di origine e provenienza». Da una capriola infantile che rovescia il logos. Che lo mette letteralmente sottosopra.

Adolf Wölfli - Raw Vision
Adolf Wölfli – Raw Vision

Il soggetto trascendentale – quello che trascende il suo dire fino a tradurlo nelle parole di una lingua – non è così vuoto di contenuti come all’incirca Kant ce lo lascia immaginare, quando lo pensa come il luogo teorico di funzioni mentali, di forme dell’intelletto o di operatori logici che «operano» a prescindere dalla materia grigia in cui concretamente albergano. E tanto gli basta per passare subito a discutere di cose ben più serie: e già, le categorie! – questa ossessione dei filosofi da Aristotele fino ai nostri giorni!
In fondo, il soggetto trascendentale è solo una scusa per dare un «corpo», e dunque la concretezza di un esistente reale, alle «astrazioni» della logica. È come se Kant ci dicesse: Vedete! Le sintesi funzionano sempre e comunque! Guardatele: sono le stesse nell’anima di ogni uomo! L’uomo però non lo guardate! Non fatevi distrarre: ciò che conta è il miracolo di cui sono capaci le forme del suo intelletto. Sono loro, di fatto, che trascendono. Loro che col pensiero trasportano il loro «io» fin dentro la stanza più distante dal loro Paese di origine e provenienza.

L’estetica di Kant non corre dunque il pericolo di scadere in un’analisi psichica della «conoscenza».
Ma è proprio quello che mi stavo chiedendo: se non è un atto psichico, allora cos’è questa «cosa» che chiamiamo conoscenza?
È l’atto di un istante, un processo, o entrambe le «cose»?
Per rispondere a una tale domanda, aveva ragione Kierkegaard a dire che non ci si può sottrarre al paradosso di dover conoscere la conoscenza – di dover cioè trovare «il senso del senso» prima di poter dire che cos’è il senso.

Per quanto sembri paradossale, è proprio così: per non cadere subito nella trappola del senso, anziché porci il problema logico o, a essere più precisi, anziché vestire di logica il problema – che è quello che si fa quando ci si domanda: «che cosa è il senso?» – conviene domandarci piuttosto: «da dove, o da chi proviene quella domanda originaria che nella logica filosofica è formulata come richiesta di senso?». Oppure domandarci: «è forse quella domanda iniziale soddisfatta, in parte o pienamente, una volta che la traduciamo nei termini di un’aspettativa logica, di pura intelligenza? O essa è solo ciò che avanza nel codice dei filosofi, solo la reliquia filosofica di una domanda umana ancora inevasa?».

Là dove la logica deve rimettere la questione della sua origine ad altre scienze – a scienze che non siano come essa rigorosamente confinate nell’ambito del giudizio e della verità, la fenomenologia si fa avanti e dice: eccomi, sono io l’alternativa!
Che fare? ci dobbiamo credere, o si tratta soltanto del rantolo di un «codice» che, ormai al tramonto, le prova di tutte per non arrendersi alla fine? di una filosofia che non esita a camuffarsi e che a volte arriva perfino a «delirare» le sue idee, pur di restare fino all’ultimo fedele ai suoi problemi?

Oh no, non sono i «problemi» che la filosofia da secoli tratta, non sono i «messaggi» all’Uomo di cui il buon filosofo si fa carico, a essere in agonia. Anzi, quei problemi sono oggi più aperti che mai, e quei messaggi, per quanto distorti, sono tuttora lasciati liberi di pascolare nelle nostre chiacchiere da salotto, al di fuori e senza il rigore del vecchio «codice» filosofico.
La coscienza (e l’inconscio, suo fratello gemello), la conoscenza (e l’ignoranza, sua sorella prediletta), la mente l’intelletto l’anima e i sensi, per non dire dello Spirito (e della Materia che lo «congela»), senza dimenticare le Idee, l’Essere e la Parusia dei suoi angeli e arcangeli, e man mano che si scende sempre più giù, fino all’infimo dei gradi dove immancabile dimora il più lurido dei diavoli, mettici pure l’Id e l’Es, ed ecco: disponi di un campione di parole che, dopo tutto, hanno prodotto più di un «codice», ma di ciascuno di essi hanno prodotto anche i tarli che col tempo l’hanno consumato.

Alice-cadeForse chissà è giunta l’ora che il Racconto si riprenda i suoi diritti – l’ora che il rivolo della filosofia rientri nel letto del Grande Fiume della Parola da cui proviene. Forse, anche il filosofo se n’è accorto da un po’ di tempo a questa parte: per dire ciò che il filosofo ormai fatica a dire, è più brava la lingua dei bambini.
Se non altro perché i bambini, del loro «paradiso», hanno ancora un sapore in bocca.
Nessuna sapienza, neanche un minimo comma metafisico.
I bambini semplicemente «pensano» l’Inizio in modo iniziale, e «parlano» l’Arkhé in lingua arcaica.
Essi non hanno una dottrina congenita nel loro linguaggio.
Hanno però la tentazione, e quasi sempre ci cascano, di gettarsi a capofitto nel Paese dei balocchi.
Costi quel che costi, i bambini devono rispondere ai richiami del mondo. E quando il mondo chiede d’essere messo sottosopra, i bambini corrono ad accontentarlo.
Che ci vuole? basta una capriola!
Non è niente di trascendentale!