Gilgameš scende tra i morti

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Gilgamesh «investito» dai due scorpioni

Al valico di Mâšu, al passo tra i due mondi, all’incrocio eterno della Via Lattea con lo Zodiaco, lungo la «via della discesa» [i cabalisti volentieri direbbero: della «discesa nel Carro»], la nostra anima, come Gilgameš, è marchiata dall’ambiguo tatuaggio di due scorpioni.
Essa è investita di un unico «doppio» sigillo (insieme sì e no: giaguaro e formichiere). Di un sigillo fatto di luce accecante. Di luce nera.
L’anima è, per così dire, assoggettata alla «disgiunzione» (alla sua propria disgiunzione) tra due fuochi (maschio e femmina): la vita eterna e la morte, tra il fuoco inestinguibile e il suo continuo spegnimento.

È solo grazie (e sottolineo volutamente grazie) a questa «trascendente» esperienza della «contraddizione» che il pungiglione dello Scorpione le inocula nella lingua, è solo grazie a questa «gemellarità» forzatamente e tutta in una volta svelata alla sua «sintassi» naturale, è solo in virtù di questa «divisione» (miracolosa e terrificante) impostale dai Guardiani del Valico, che la nostra anima, se è lecito insistere qui nell’uso che stiamo facendo di Gilgameš come sua cifra simbolica – «discriminando» il suo proprio crimine dalla routine della Bestia incosciente, apre la via che la incammina alla scoperta del suo segreto immortale e, insieme, alla presa di coscienza della sua morte ineluttabile.

A essere aperta è la via al Racconto Umano. Gilgameš apre la via a tutti i racconti, ovunque e da chiunque siano raccontati.
Perché tutti i racconti del mondo – di questo solo raccontano: dell’Inizio del Racconto con cui l’Uomo prese la prima volta le distanze dal suo linguaggio naturale.
E poiché ogni racconto sull’inizio del Racconto, solo mettendo se stesso al servizio del Racconto, trova le parole giuste per raccontarsi, non è così che esso può cominciare.
Non può cominciare che l’Uomo già c’è, già si è individuato come specie a parte nel regno animale, ha già preso coscienza della sua identità, e poi si serve del Racconto per congedarsi dalla sua «natura selvaggia».
Non è l’Uomo che decide un bel giorno di affrancarsi dal regno di sua naturale appartenenza. No, è la Metafora all’opera nel suo linguaggio naturale, ad aprirsi una via a parte, e a «umanizzare» solo quell’animale che la imbocca.
È dunque il Racconto, la Metafora, che decide l’Uomo dall’Animale.

In quanto al racconto di Gilgameš al valico di Mâšu – se è questo che racconta: l’apertura della via della discesa [della Parola] nel linguaggio metaforico umano – allora, andiamogli appresso e vediamo dove ci porta.
Il racconto dice che il Viandante è in cerca di qualcosa che ha perduto: ha perduto l’amico, ed è in cerca dell’immortalità dell’amicizia.
In cerca cioè del «legame» indistruttibile che ancora lo lega all’amico, sebbene l’amico (da un pezzo) sia morto.
Che dire? non c’è qui una «gemellarità» all’opera in ciascuna delle parole di cui il Racconto si serve per aprirsi una strada?
Anche se la strada è buia, e il Racconto ancora non vede spuntarvi una luce, non sono già all’opera «due scorpioni» (Eternità vs Morte, Tenebra vs Luce, ecc.)?
E non sono due «animali» a tenere a battesimo l’«umano»? non c’è qui una gerarchia di ranghi ribaltata?
O si deve intendere che l’«umano» non è che il prodotto di una «doppia bestialità»? il frutto di una «animalità» in conflitto con Se Stessa: nella «disgiunzione» dei sessi, tanto per cominciare?

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Maschera mortuaria degli indiani Seneca

In parole povere, la via comincia là dove la Lingua del Viandante si trova a esser presa tra due fuochi – a essere parlata sulla soglia del «tra», ambigua, doppia, insieme congiunta e disgiunta da quel che racconta.
Sapiente e ignorante. Là dove comincia a sapere della sua ignoranza.
Forse che sì – ma può essere che no.
Essere, come Amleto, solo nella contraddizione.
Esserci detto e disdetto, solo per sapere d’essersi dato, devoto, solo alle pretese del Racconto?
Può essere.
Ma può anche essere che proprio questo sia il gesto «umano»: quello di chi per chiamarsi fuori da guai, si procura un guaio ancora più grosso: di quell’animale che volendo sottrarsi alla Rete che la Metafora gli ha gettato addosso, si dimena, si rivolta, vuole liberarsene ma, così facendo, non fa che esservi sempre più impigliato.

Ciò non toglie che il pesce caduto nella Rete, dei nodi con cui la Rete l’ha accalappiato, non possa arrivare a farsene una ragione.
Ma come? – come si può addivenire a una ragionevole convenienza tra il pescato e il Pescatore (tra il bambino e la Metafora che l’ha catturato in una delle mille notti di prestigio di cui è capace), come? se la Metafora, ciò che di «natura» gli toglie, non lo risarcisce con un «dono»?
La Metafora «adesca» i bambini che balbettano.
Paziente, la Metafora aspetta che essi, allucinati, tornino delusi dallo specchio. Che, deluso dalla morte dell’amico, a Lei ritorni Gilgameš.
La Metafora attende tutti i bambini al valico dello Scorpione.

È quando l’animale «deluso» è in cerca di un’altra «illusione», è quando insiste nel «doppiare» Se Stesso anche lontano dallo specchio (come se lo specchio fosse sempre lì a osservarlo e raddoppiarlo), è quando il «morto» non si rassegna alla Morte e, a torto o a ragione, domanda la sua parte di «immortalità», – ecco quand’è che spunta infine l’aurora dell’Umano.
Spunta in fin dei conti solo quell’Animale la cui anima scommette sul raddoppio del senso dei suoni a portata della sua lingua. Quell’Animale che, investito della doppiezza sessuale della Natura (che si disgiunge in maschio e femmina) – questa disgiunzione in senso proprio di cui è investito e a cui non può sottrarsi, non la rigetta, ma la porta addirittura altrove. La estende a tutto ciò che «nomina», perfino a ciò che non ha distinzione di sesso (che so? – le città, le stelle, i palazzi).

C’è un animale che come tutti gli animali è attraversato dalla divisione sessuale, e che quindi la comprende in senso proprio (essa è attuata nel suo corpo), ma che la comprende (fin dove è capace di comprenderla) pure in senso figurato: è quell’animale così stupido che la lascia libera di fecondare e di moltiplicarsi nel suo linguaggio.
Quell’animale lascia che essa si riproduca nella scissione della Figura dallo Specchio.
Che la Figura non abbia più bisogno dello Specchio per essere «reale», questa è quanto la Metafora si conquista nel linguaggio umano.
Se lo conquista, se dobbiamo credere all’Epopea di Gilgameš, di ritorno da un’esperienza di lutto. Dopo una grave perdita.