Il castigo di Venere

Imbrattai di colpo la carta dei giorni triti
spruzzandovi colore da un bicchiere
(Majakovskij)

Picasso-Guernica
Picasso – Guernica

È terribile: è sempre così che va a finire.
Va a finire che Troia cade.
Che cade Guernica – e la sua «gente» è fatta a pezzi. E allora non restano che schizzi d’inchiostro sulla tela, e cicatrici di memoria insanabili nella parola dei sopravvissuti.
Perché sopravvive il più delle volte solo chi spergiura. Solo chi abiura, novantanove volte su cento sopravvive.
Sopravvive, in fondo, solo un insieme aleatorio di non detti e di menzogne – su cui i sopravvissuti stendono a casaccio il velo delle loro chiacchiere.
Hai visto che bella giornata!?
La prossima settimana, che dici se vengo a Napoli?

È terribile, ma è così.
Ora che Troia è caduta, tu mi domandi perché il Racconto si piega alla Legge, perché si rassegna alla Gelosia dei Giusti, e dei loro veli di Pudore, pudico esso stesso, tutt’a un tratto si copre – toh, la foglia di fico! messa proprio là dove vorresti sapere, magari per filo e per segno, come fu come non fu che Venere (ti rassomiglia?) fu «castigata» proprio sul più bello.
E io che a una domanda così forte non so rispondere, io che sono tagliato per le note deboli, posso solo distrarmi e dirti: guarda! – di quanti sopravvissero alla distruzione di Troia e per il mondo si dispersero, a uno solo fu concesso di rifondarla altrove. Bada bene: a un figlio di Venere!

Te l’ho detto, e te lo ripeto: quando era bambino, Enea era stato «vicino» (era stato Anchise) così vicino a Venere, così prossimo da congiungersi a Lei: in modo figurato, s’intende! in modo cioè da produrre (da secernere, se devo dirlo in lingua dantesca) una Figura nella sua immaginazione.
Aveva «secreto» quel Fantasma che, solo, poteva essere un giorno la Guida dei suoi vagabondaggi.
Perché ai sopravvissuti un nuovo giorno spunta solo là dove sarà la loro buona stella, la stella portafortuna, a riconoscere al buio, a indovinare a occhi chiusi la «luce» che essa, la Stella, sarà già stata quando era solo un’Ombra, appena la traccia di una via a venire.
A venire dove, se non al «futuro anteriore» ciecamente intuito dalla Stella?

Venirci, esserci guidato fino a fondare un’altra Troia, te l’ho detto mille volte, e adesso te lo ripeto: è destino riservato a un «figlio di Venere».
Perché Venere è il «veleno» e il suo stesso «antidoto».
E chi d’afrodisiaco muore, solo d’afrodisiaco può rinascere. E solo di quello che gli ha intossicato le parole.
Perché solo chi è «figlio di Venere» non se l’è intossicate fino al punto da vomitare sentenze sul Pudore di sua Madre.
Solo il «figlio di Venere» non rinnega la dignità d’esser figlio di quella sua Matrice Immaginale.
Ne è troppo innamorato, per farlo.

Vedi? ancora adesso Enea tentenna. Sotto il peso di Anchise che porta sulle spalle, Enea barcolla.
Gli hanno distrutto Troia. E tu adesso cosa gli chiedi? – che si arrenda ai Greci che gliel’hanno distrutta?
Alla ragnatela di non detti e di menzogne che, a chiacchiere, hanno steso e che tuttora stendono sulle sue rovine, ma solo per coprirsi le loro vergogne? solo per assolversi dal loro senso di colpa?
No, voglio caricarmi Anchise sulle spalle, e portarmelo addosso – fosse pure all’inferno.

Lionello-Spada-Enea-Anchise
Lionello Spada – Enea e Anchise

Anchise è troppo innamorato di Venere per morire e non avere un altro posto dove rinascere. Venere, è vero, «espatria» i suoi Spasimanti. Li mette sempre e comunque fuori legge. Ma per guidarli altrove. A un’altra «terra». Alla Terra Celeste dove spunta la sua buona stella.
Per guidarli alla Stella del mattino e della sera, alla Vagante che sorge solo a Oriente e a Occidente – a Colei che sempre è Assente, che ineluttabilmente manca a chi la cerca «nel mezzo del cammino», a chi l’attende a mezzogiorno, a chi la vuole all’ora di pranzo, vera reale e in carne e ossa.

Enea è troppo figlio di Anchise per non essere espatriato e rimpatriato mille volte nella sua vita.
Enea vive e rivive, tutti i giorni della sua vita, le peregrinazioni a cui, nella trama del Racconto, è condannata la sua Matrice.
È condannata a non congiungersi immediatamente con gli istinti «naturali», e quindi «animaleschi», del linguaggio infantile «perverso» (in quanto mischia e confonde a suo uso e consumo i suoi «oggetti immaginari»), ma a mediarli, cioè a «consacrarli» e, perché no?, a «deificarli» nel nome di una Legge, di un Patto, di una Regola d’osservanza simbolica.

Venere non farà più all’amore con Marte.
Il suo «veleno» è così potente, così «divino» di suo, e così «naturale» che, congiunto con un altro altrettanto divino e potente, trascende ogni umana commestibilità.
Sarebbe troppo forte.
Ecco perché il Racconto pretende che la dea si rassegni a non avere rapporti con nessun altro dio, eccetto lo sposo suo legittimo, quel brutto rospo che risponde al nome del fabbro Vulcano.
(Rospo = Rana Maschio che vomita fuoco, vulcano che erutta)

Ma come può la dea accoppiarsi alla Bestia, finché le ripugna baciarla?
E che farà nel frattempo? Se ne starà con le braccia conserte, o capirà che la Legge le lascia una via di fuga, una scappatoia comunque?
È quel che il Racconto racconta. Il Racconto dice che Venere, dacché le fu proibito congiungersi con gli dèi, prese la più afrodisiaca delle decisioni.
Decise di andarsi a cercare i suoi Amanti tra gli uomini. Decise di scendere dall’Olimpo. Di abdicare ai privilegi della sua anagrafe celeste. Pur di assaggiare altro miele, e consumare altro desiderio.
Comincia così nel Racconto quel ciclo di racconti che ritroviamo a frammenti sparsi un po’ nei miti di mezzo mondo: il ciclo di «Stella che sacrifica la sua origine celeste per un mortale».

Non è uno, ma sono tanti racconti. Raccontano di tanti «figli di Stella» sparsi per il mondo.
Enea non è che uno di questi errabondi. Per due terzi divini, e per un terzo mortali – ci tiene a precisare lo scoliaste.
Ciascuno di loro ha la «vocazione» che Stella gli «provoca». Ha la tendenza innata a parlare parole innamorate della sua Stella infantile. Parole testarde, ripetute – sempre uguali, a ogni trascrizione, a ogni spruzzata di colore sulla «carta dei giorni triti».

Troia è caduta? Guernica è distrutta? L’Animale è tornato a essere l’animale crudele e affamato che è di natura?
D’accordo! Però, se quell’animale è «figlio di Stella», se non è un animale come tutti gli altri (è su questo che scommette il Racconto!) – allora una via di fuga c’è.
Anche se la Legge «castiga» Venere e le parole che di lei raccontano fingono di rinchiuderla in un Tabù, non importa.
Se c’è un fondamento divino a reggere il Palazzo del Racconto, è bene che gli archeologi la smettano di scavare nella Storia dell’Uomo. Che si chiamino piuttosto i sarti – perché si tratta di ricucire la «piega» che lo stesso Racconto prende nel Ciclo di Stella.