Gilgameš al passo di Mâšu

Scorpio dum oritur, mortalitas ginnitur

(iscrizione sul mantello indossato da Enrico II nella cerimonia della sua incoronazione)

Stando al Racconto, fu dalla porta dello Scorpione che Gilgameš dovette passare, per scendere nel Paese della Morte.
I testi dicono che valicò il passo del monte Mâšu: letteralmente, il monte dei «Gemelli», i cui picchi toccavano la volta celeste e le cui falde erano «radicate» giù nel fondo senza fondo degli inferi.
Anche se gli astrologi babilonesi chiamavano mâšu diverse costellazioni o, meglio, diverse «coppie di stelle», non è difficile identificare il valico in questione. Infatti, i gemelli in cui s’imbatte Gilgameš, essendo descritti come due scorpioni, non possono essere che le stelle λ e υ (Shaula e Lesath) che formano il pungiglione dell’omonima costellazione.

shaula-lesath
Le stelle «gemelle» del Pungiglione dello Scorpione

Il Racconto dice che erano marito e moglie, e che insieme montavano la guardia sulla porta d’ingresso del Paese della morte. Dai loro occhi, dicono i testi, si sprigionava una «luce» così terrificante, che neanche un eroe del calibro di Gilgameš avrebbe potuto sostenerla.
Era un’allucinazione, per così dire, obbligatoria. Una specie di «vaccino» da iniettare nelle vene del Visionario che si accingeva al «folle volo» di là dal mondo conosciuto.
Era un abbaglio, era uno sbaglio coatto. L’imprimatur di un’istigazione al miraggio.

I testi babilonesi, per dire di questa «luce», ricorrono alla parola melammu che, come il suo equivalente iranico xvarnah o quello caucasico xorrah, oppone resistenza a ogni tentativo di traduzione per mezzo di una sola parola delle nostre lingue moderne: il suo spettro semantico è così ampio da abbracciare, insieme, quel che noi potremmo dire solo ricorrendo a una serie di locuzioni, per es. potenza folgorante, augusta maestà, nimbo di luce, alone di santità, ma anche veicolo dell’anima, seme della sua fecondità, cavalcatura delle sue illuminazioni, e simili!

Quel che i due «Gemelli» a guardia del passo proiettano sull’eroe, è dunque un getto di luce – di una luce così abbagliante da oscurargli la vista. Da accecarlo per troppa luce – come primo atto della cerimonia della sua «investitura».
Una veste di luce, ecco cosa i Guardiani «gettano» su Gilgameš!
Ogni anima umana che, come Gilgameš, entra sulla scena del monte Mâšu e dai suoi guardiani ottiene il lasciapassare, è investita da questa «folgorazione». È come marchiata nel suo rango e nel suo grado di «illuminazione».

Il melammu è il Tatuaggio che ogni anima porta inciso nel suo sguardo, dacché – lasciata la sua dimora natia sulla Via Lattea, ancora stordita, precipita quaggiù, nelle grinfie della Morte.
Il melammu è il segno scritto nel destino delle sue visioni, l’ideogramma che destina, chi lo vede, a divenire suo cieco interprete.
A interpretare lo Sbaglio a cui la sua potenza allucinante induce.
A decifrare lo stupore che l’ha assalito al valico dello Scorpione: ecco a cosa è chiamato ogni visionario della razza di Gilgameš.
È chiamato a decifrare il mondo di cui, passando la frontiera, diventa lui stesso un «informatore deforme».

A «deformarlo» è tutto ciò di cui «è informato» passando.
In un istante.
In un abbaglio – Gilgameš ha visto coi suoi occhi tutta la Luce.
Ha visto molto meno di ciò che poi è venuto a raccontarci. Ha visto quel «poco», e subito ha detto: «lo voglio!».
Ha detto: «voglio conoscere il segreto dell’immortalità!».
Ancora però non s’è capito se l’ha detto prima o dopo lo Sbaglio.