L’ultimatum degli Amanti

Marte e Venere l’hanno fatta grossa!
È stata l’ultima però. Dopo, non ne hanno fatta più un’altra – delle loro sconcezze!
Ovidio non ha dubbi: si sono macchiati di «adulterio»! a Venere, il «miele» di suo marito non è bastato! «golosa» com’è, non si è saputa contenere, e queste corna a Vulcano, che (detto fra noi) era già infelice di suo, non ci ha pensato su due volte a fargliele! L’ha tradito! e poi … che svergognata! l’ha fatto col cognato!
È stato «adulterio» a tutti gli effetti: è così che dice Ovidio. Dice che è stato un «tradimento», uno squallido, benché «divino», decadimento, un lurido lasciarsi andare agli istinti più animaleschi, agli appetiti più cannibaleschi di cui Nostra Signora la Fame ci vorrebbe suoi organi incoscienti.
È stato «adulterio»: poche chiacchiere! È stato un vergognoso strappo alla Legge dei vincoli coniugali. Uno schiaffo al Patto simbolico.
Il Patto non ti sta bene? E allora perché ti sposi?

Paolo Veronese - Marte e Venere
Paolo Veronese – Marte Venere e Cupido

Ma non sarà che Ovidio è un po’ fissato e vede ovunque «adultèri»?
Non ha accusato della stessa «colpa» Coronide e il suo amante? Ma che fa? – si mette pure lui a parlare la lingua di Corvo? è pure lui, come Corvo, solo un fanatico della «fedeltà»? solo un bigotto osservante dei doveri coniugali?
Sarà pure un fanatico, uno che in fatto di costumi sessuali la pensa all’antica – fatto sta che Ovidio solleva in entrambi i casi lo stesso capo d’imputazione. È adulterio! – dice. – Quello di Venere con Marte, come quello di Coronide col Forte, è adulterio. E non ci sono dubbi!

E no, che non ci sono dubbi. Anzi, questo è il solo indizio certo che Ovidio ci dà, per sollecitarci alla comparazione delle due «storie». A confrontarle, per coglierne le «differenze» nella ripetizione, le «variazioni» nello stesso tema, gli «spostamenti» in uno stesso labirinto.
Non starò a ripetere che a spostarsi è qui, come sempre, la Metafora. È sempre e solo il Racconto – che a nient’altro mira che a risucchiarci nei suoi «giri» di danza, a nient’altro che a «raggirarci» con le carte truccate delle sue seduzioni linguistiche.
Questa è la sua «scommessa». Il Racconto scommette sulla sua propria potenza di seduzione. Scommette che è possibile, che è praticabile un’altra seduzione. Che si può sfamare un’altra fame. Che le si può dare in pasto un altro miele, che non è né quello del senso proprio (il miele alimentare) né quello del senso figurato (il miele sessuale).
Il Racconto scommette sulla Fame del suo Corpo senza bocca e senza sesso – del suo Corpo cieco che ancora è da nascere e già ciecamente si affida alla potenza della Parola per fuggire altrove, per prendere le distanze dalla Natura e disgiungersi dalle sue istigazioni al consumismo.
Insomma, se la Natura si mette allo specchio [del Racconto], e allo specchio domanda: chi è la più bella del Reame Umano? – stanne certo: il Racconto, pardon lo specchio, le dirà: non sei tu, brutta strega! tu sei matrigna, tu ci divori, tu ci uccidi, tu sei Figlia della Morte, tu sei tigre, come la buonanima di William Blake ti riconobbe! Tu sei Veleno!

Gérard-de-Lairesse-Apollo-Coronide
Gérard de Lairesse – Apollo e Coronide

Il Racconto Umano è tutt’altro che un inno vintage alla Natura! È semmai il contrario: una strategia di Fuga dalla Natura!
Succede che qualche fuggiasco per via si pente d’aver dato ascolto alle sirene del Racconto, allorché gli dissero: vieni via di lì, esci da codesto porcile!
Se Venere e Marte – due dèi, nientemeno, fanno i porci in prima persona, perché dovrei io mettermi a recitare il rosario?
Loro sono dèi, eppure non sanno contenere il loro appetito e, come le bestie, subito lo consumano. Senza accendere il fuoco, se lo divorano crudo. Evviva la libertà! Abbasso ogni legge e ogni morale!
Ecco la bestemmia, ecco la divina bestemmia dell’Animale Pentito d’essersi una volta fatto sedurre dal Racconto Umano.
Adesso torna sui suoi passi, la Bestia del Rimpianto.
Perfino gli dèi, a volte, regrediscono verso la Natura. E si addolorano di aver lasciato la foresta. Perfino loro! Figurati noialtri, poveracci!

Visto però che è su Se Stesso, e solo su Se Stesso, che il Racconto scommette (vedi: può perfino scommettere contro gli dèi!) – allora su, torniamo al racconto di Ovidio e proviamo a comparare, dietro suo suggerimento, i due casi di «adulterio» che ci propone:

Delatore – Sposo – Adultera – Traditore – Frutto della colpa
CORVO – APOLLO – CORONIDE – FORTE – ASCLEPIO
SOLE – VULCANO – VENERE – MARTE – ARMONIA

Corvo è chiamato a riempire la mancanza d’acqua da cui è afflitto il suo «padrone» Apollo. Il Sole, viceversa, nessuno gliel’ha chiesto, ma di sua iniziativa va a gettare benzina sul fuoco del suo «servo» Vulcano.
Insomma, Apollo e Vulcano, benché l’uno padrone e l’altro servo, di «fuoco» ne hanno già abbastanza: a entrambi servirebbe chi glielo spegnesse!
Apollo ha il «fuoco celeste» del linguaggio figurato, ma a quanto pare non gli basta a sedurre la Vergine. Vulcano governa il «fuoco terrestre», provvede lui cioè alla bisogna di nutrimento proprio, ci pensa lui al sostentamento della famiglia, ma neanche questo è abbastanza per tenere in piedi la sua relazione coniugale con Venere.
Uno spasimante, dunque, e uno sposo legittimo – Apollo e Vulcano, ambedue alle prese con lo stesso problema: hanno a che fare con una «infedele».
Che essa sia «vergine» (una «icona» chiusa e impenetrabile, benché piena di miele) o, al contrario, una donna «troppo facile» (un’incontinente, incapace di trattenere un minimo quanto del miele che pure divora in continuazione), in entrambi i casi – non cambia molto. Si sposta solo un piccolo dettaglio.
Coronide, la Vergine, «cede» alla tentazione una sola volta, che è dunque non solo la prima ma anche l’ultima. Venere, l’Anti-Vergine che chissà quante volte ha fatto fa e farà all’amore, è messa pure lei di fronte a un ultimatum: Tu, con Marte, più non ci starai!

Cominciamo così a intravedere da dove a dove il Racconto sposta il «crimine» di cui racconta quella che fu l’ultima volta, e poi non ce ne fu più un’altra.
Non ci fu, perché la Vergine fu «uccisa», sacrificata in senso proprio alla gelosia di Apollo, e Venere fu «sacrificata», e cioè uccisa in senso figurato, alla gelosia di Vulcano.
Ora, della Vergine non resta che una traccia di luce tra le stelle: lassù, così distante da noi, è «innocua». La sua potenza di seduzione è stata escissa una volta per sempre! e dunque: da una donna «terrena» spunta un astro «in cielo»! si accende un «fuoco» lassù, un fuoco che di lassù è tiepido e non brucia più come una volta!
In quanto a Venere, Lei la «celeste», la fiamma troppo incendiaria, ora vive quaggiù, in mezzo a noi. Ci è vicina, e le è concesso sedurci – ma a una sola condizione: che si assoggetti ai vincoli simbolici del Patto nuziale! Ci è così vicina, che può farci assai male col suo «veleno naturale». Solo il tabù, solo il divieto di Legge, la può contenere. Solo la proibizione le traccia un confine.

È da un confine all’altro che Ovidio «sposta» il crimine sessuale. Né Coronide né Venere sono caste e innocenti. Solo quella stella lassù, lo è. Solo la Vergine è la Donna che né Coronide né Venere è. Nessuna «umana» né una «divina» Femmina lo è.
La Vergine le trascende entrambe. Il miele che dispensa non ha il sapore del miele d’api, né quello dell’Ape Regina – perché è miele così onnipotente che perfino la Fame si astiene dal mangiarselo!
Ai piedi della Vergine, la Fame si contiene, si dà tempo, esita, rinvia Se Stessa a domani. La Fame – al cospetto della Vergine, si autosospende!

Giambologna-ratto-sabina
Giambologna – Il ratto di una Sabina

Va bèh, sciocchezze! Ho detto un sacco di sciocchezze.
Le ho dette però appresso al Racconto, e questa è una garanzia.
Mi sento garantito, se non altro, dal fatto che Forte e Marte (c’è bisogno di stare a spiegarlo?) sono nome e cognome della stessa Figura, ma soprattutto da quest’altro fatto: che in entrambe le «storie» il «frutto della colpa» è (te lo saresti aspettato?) un beneficio, una vera e propria benedizione per l’umanità.
E infatti, dall’adulterio di Coronide nasce Asclepio, il medico, il Guaritore, il Maestro dei Centauri, il Sagittario – e da quello di Venere nasce Armonia, la musica, la canzone, la Madre di tutte le Arti, la Metrica di tutti i Sentimenti, nonché la loro ultima Terapeuta.

Ed è proprio a Lei, ad Armonia che adesso ci affidiamo per provare, non dico a sbrogliare la matassa del Racconto, ma a sanare le ferite dell’«adulterio».
Per non essere fraintesi: le ferite linguistiche che il Racconto porta scritte sulla sua pelle, a proposito dell’«infedeltà» della Regina.
Facci caso, nel gioco degli scacchi la Regina può fare tutte le mosse che vuole, tranne una: quella del cavallo [di Marte]. Quella per lei è tabù!

Ora c’è che Armonia è il frutto (oggi proibito) di quell’ultimo amplesso di Marte e Venere. Da allora, dacché Vulcano calò sui loro corpi nudi la rete della sua gelosia, Marte e Venere non si possono più «congiungere» in una qualunque melodia amorosa. Se dobbiamo prendere alla lettera quel che dice Empedocle, fu da allora che nella ciclicità cosmica comparve la Dissonanza (νείκος).
Quel che ieri era «armonioso», la stessa «musica», la stessa «sequenza di note», oggi produce astio, contese e liti. Fino a ieri filava tutto liscio. Era un gioco da ragazzi, oggi invece no. Oggi non si può!

Quel che oggi non si può più, è bene che a dircelo siano gli «eredi» della stessa Armonia. Che siano i «musici» a tradire il segreto della loro Musa!
Essi infatti sanno che Marte e Venere erano una volta «congiunti», l’uno accanto all’altra, nella scala tonale di quinte. Essi sanno che un tempo do era la nota di Marte e sol quella di Venere. E sanno pure che, a cominciare dal sistema eptatonico tardo babilonese Venere fu «spostata» dal sol al la.

CIRCOLO di QUINTE: fa do sol re la mi si fa

Che dire? la sequenza è la stessa, la successione do sol è immutata, e tuttavia ciò che in essa simbolicamente «risuona», è sì ancora la Forza di Marte, ma non più in presa diretta con la Lussuria di Venere, ma assoggettata ai pesi e alle misure della bilancia di Giove (il nuovo sol). Una Forza, dunque, ridotta, abbassata, temperata. Una Forza «mediata». Una Forza addomesticata al Socio, disciplinata alla convivenza della Tribù, contenuta nei confini della Decenza Pubblica.
Una Forza al tempo stesso sconsacrata e riconsacrata, scippata al regime barbaro della Natura, devitalizzata delle sue «crudeltà», per essere donata e risarcita nella pacifica coesistenza della Cultura, nella quanto più equa possibile distribuzione dei mezzi per soddisfare ciascuno la sua fame.

Il Racconto – Ovidio ne è una prova – ha questa ambiguità. Ti invita al gioco delle tre carte: questa vince questa perde … e poi, dopo che ti ha spellato vivo, dopo che ti ha portato a spasso dietro le sue suggestioni, eccolo che sul più bello – ti sbatte in faccia la Forza Impersonale del Socio o del Sacro (che poi è all’incirca la stessa cosa: cfr. il numen dell’Anti-Edipo).
Sul più bello ti dice: arrangiati da solo! ora sai che ci sono confini, passare i quali è un lusso che lo stesso Racconto non si può più permettere.
Il Racconto, a quel punto, non ha più parole per raccontarsi, ma solo gridi e grugniti, e sequenze selvagge di suoni che solo quella volta, per l’ultima volta, produssero assonanze: allorché fu concepita Armonia.
Allora non c’era ancora Gelosia.
È la Gelosia la Matrigna delle parole del Racconto. È essa la Strega che gli tappa la bocca. Sue, ormai, sono le scale musicali. Sue le medicine negli scaffali di Asclepio. Sue le parole di tutte le lingue del mondo.
È già tanto se il Racconto dallo specchio le rinfaccia: non sei tu la Vergine Sophia! No, tu sei soltanto la sua Persecutrice!