Stazione di posta

[…] in tutta la nostra discussione abbiamo convenuto di assegnare il senso proprio all’appetito alimentare e il senso figurato all’appetito sessuale
(Lévi-Strauss, Dal miele alle ceneri, p.301)

E dunque: il miele in senso proprio, è quello che mangiamo – il miele figurato è invece quello che ci mangia. L’uno ci sfama, l’altro ci divora – e il suo modo proprio di divorarci è dandoci in pasto le sue «figure».
L’«ambiguità» del miele è la stessa di tutte le parole: più le parliamo, più esse ci masticano.

Parliamoci chiaro! Se qui e ora adesso ci scambiamo parole, è perché siamo finiti nella pancia di uno stesso Racconto. Chiamalo lupo, chiamalo pescecane orco o balena, chiamalo come ti pare: sarà in ogni caso il nome figurato d’una proprietà del Vorace, che gli avrai dato.
Tu pure usi come me le parole. Tu pure, ci scommetto, chiedi alle parole di farti strada nel mondo. Eppure, guarda! – più le parli, più sei prigioniero del senso che il Racconto dà al mondo, al suo mondo, sulla tua come sulla mia pelle.
Il Racconto nutre la sua «immortalità» di tutte le nostre «morti», una per una, senza lasciarne da parte una sola che non gli serva.

Hai voglia di strillare forte, il Racconto è sempre più forte di te.
Se alzi la voce, lo rafforzi – se taci, è perché gliel’hai data vinta! ahimé, è perché ti sei (pure tu?) arreso alla sua Strapotenza!
Che dici? – non sarà il caso di rassegnarsi? di lasciar perdere il rompicapo della sua «doppiezza di senso», e con essa tutte quelle dannate «figure retoriche» a cui solo un «grammatico della mente» quale Freud poteva dare l’importanza che gli ha dato?
Ma sì, al bando ogni complicazione: prendiamoci, del Racconto, solo la lettera, soltanto la trama che gli è propria, e al diavolo tutto il resto!

Pinocchio-pescecane

Il guaio è che resta sempre una «figura», dopo che il Racconto ci è passato per l’orecchio. Una figura soltanto resta. Un pavone che si pavoneggia sul dorso di una cammella – dice il Poeta.
Era una «forma vuota», soltanto una casella bianca nel registro dell’anagrafe immaginaria: era già lì, e non aspettava che d’essere «riempita». Voleva solo essere «riscritta». Sì, ancora una volta voleva solo essere «sfamata».
La parola, di quella «forma vuota», per mangiarsela, ha disegnato una prima «figura». L’ha «materializzata» nel corpo di un’immagine – non c’è problema: puoi anche dire: di un fantasma.

La parola «soffia» sulle forme vuote della nostra immaginazione, finché da una di esse non spunta quella prima «figura», e poi un’altra, e un’altra ancora – che tutte assieme innalzano, a ciascuno di noi, il suo «stupa» infantile.
La parola «soffia» sul fuoco che una scintilla della nostra immaginazione ha acceso. Di quella scintilla, la parola «fa» un fuoco.
E poiché ci sono due fuochi, uno celeste (distruttivo, come per es. il fulmine) e uno terrestre (costruttivo, come anzitutto il fuoco di cucina), e dal momento che ci sono due distinte «tecniche» per la loro accensione (il fuoco può essere vomitato dagli alberi o defecato dalle pietre), poiché – insomma – la parola ha almeno quattro strade davanti a sé, a chi nella pancia del Racconto adesso sta in ansia, soffre, patisce o s’affanna, a chi sta male e ha bisogno di soffiare su se stesso le «parole magiche» della sua propria «guarigione» – al suo orecchio, in intimità confidenziale, Ermes sussurra la formula che qui segue (per favore, non prendermi alla lettera!).

ERMES APOLLO
Ermes e Apollo stringono il patto

C’è la parola che ha solo da «difendere» il fuoco sacro della sua tradizione culinaria. Essa dice: il senso proprio del Racconto è quello che tramanda la conoscenza delle nostre ricette. Non voglio saperne niente, di tutto il resto. No, l’incommestibile non m’interessa!
C’è la parola che invece si compiace a riprodurre lo sfrigolio dell’unto sulla fiamma. Essa ama il profumo della cucina. L’ama a tal punto da non esitare a immergersi nella fuliggine delle pentole sporche, pur di raccattare dal loro fondo quel resto di senso figurato che, solo, la sazia.
C’è poi la parola che tuona, la parola che terrorizza, la parola che fulmina all’istante. Essa pensa: non ha senso se non la Paura. La Paura le dà quella direzione che essa decide come suo senso proprio.
E c’è infine la parola che, come il tuono, viene pur essa dal cielo, ma che – a differenza del fulmine – non fa rumore. Essa tace: predilige la «scena muta», il mimo e la danza. Essa ignora ogni sorta di proprietà – essendo fatta per essere continuamente espropriata. Perché ognuno possa rubarne all’altro i diritti d’autore. È la Metafora, è il Trionfo poetico del senso figurato. Può essere solo rubata e/o donata.